Per un cristiano lo stile è il messaggio (E.Bianchi)

La Stampa, 21 giugno 2009

Da domani al Lingotto di Torino si svolgerà il Convegno nazionale delle Caritas diocesane, cioè degli organismi che si fanno carico di testimoniare nel quotidiano e sul territorio l’attenzione della chiesa per gli “ultimi”, dando corpo a un modo di vivere la fede cristiana che è immediatamente percepibile e leggibile anche in una società secolarizzata come quella occidentale e anche da chi quella fede non la condivide. Coniugare le esigenze del vangelo con la realtà in cui è dato di vivere è sempre stata la preoccupazione e la sfida di ogni generazione di cristiani, chiamati – per usare le parole stesse di Gesù – a “essere nel mondo ma non del mondo”. E il tema scelto per queste giornate torinesi ben indica questa consapevolezza della comunità cristiana: “Non conformatevi a questo mondo. Per un discernimento comunitario”. La prima affermazione è un ammonimento di san Paolo ai cristiani di Roma nel I secolo dopo Cristo, esortazione che viene attualizza con un richiamo all’importanza di operare un discernimento sul pensare e sull’agire e sulla necessità che questa riflessione sia “comunitaria”, cioè frutto ma anche seme di una comunità viva e vitale.

Questo approccio indica bene il difficile equilibrio della presenza cristiana nella società: nessuna “fuga dal mondo” – come se si trattasse di realtà negativa da evitare – nessuna chiusura in una cittadella di “puri”, ma neanche nessun cedimento a una mentalità mondana che considera scontati o privi di valenza etica comportamenti lesivi della dignità umana. Già l’Antico Testamento, del resto, ammoniva a “non seguire la maggioranza per compiere il male” (Es 23,2). Nel vissuto quotidiano vi sono scelte che la fede cristiana impone e ispira, certamente lasciando ai pastori della chiesa, alle figure rappresentative istituzionali il compito di agire nel terreno profetico, pre-politico, pre-economico, pre-giuridico, ma assegnando ai fedeli, ai laici cristiani l’incarico di una realizzazione di tali istanze sotto la loro responsabilità mediata dalla loro coscienza. Mi pare che questi comportamenti capaci di mostrare la differenza cristiana possano essere riassunte in alcune opzioni di fondo.

Il “comandamento nuovo”, cioè ultimo e definitivo, lasciato da Gesù ai suoi discepoli è: “Amatevi come io vi ho amato” (Gv 13,34), amatevi fino a spendere la vita per gli altri, fino a donarla per i fratelli. Ebbene, questo comandamento che narra la specificità del cristianesimo richiede che il cristiano non ami solo il prossimo, non ami solo i suoi famigliari, ma ami tutti gli altri che incontra, e tra di essi privilegi gli ultimi, i sofferenti, i bisognosi. Nell’osservare questo comandamento il cristiano non può dunque non pensare alla forma politica da dare all’uguaglianza, alla solidarietà, alla giustizia sociale. Se non ci fosse un’epifania anche politica dell’amore per l’ultimo, dell’attenzione al bisognoso, mancherebbe alla polis qualcosa di decisivo nei rapporti sociali e sarebbe certamente evasa una grave responsabilità cristiana. Non dimentichiamo che, secondo le parole di Gesù, il giudizio per la vita o per la morte avverrà proprio sul rapporto avuto nella vita e nella storia, qui e ora, con l’uomo nel bisogno, affamato, assetato, straniero, nudo, malato, prigioniero.

Alla missione evangelizzatrice della chiesa appartiene anche il compito di indicare l’essere umano e la sua dignità come criterio primo ed essenziale all’umanizzazione, a un cammino di autentica pienezza di vita. Questo richiede che i cristiani sappiano innanzitutto dare una testimonianza con la loro vita, ma sappiano anche rendere eloquenti le loro convinzioni sulle esigenze di rispetto, salvaguardia, difesa della vita umana. Di fronte alla guerra, che nonostante le esperienze vissute continua ad attirare i poteri politici e gli esseri umani, i cristiani devono saper manifestare la loro contrarietà e la loro condanna, nella convinzione che non ci può essere una guerra giusta, come profeticamente ha indicato il magistero di Giovanni xxiii, ripreso da Giovanni Paolo ii in occasione della seconda guerra del Golfo.

I cristiani devono saper manifestare in modo eloquente la loro opzione in favore del rispetto della vita dei popoli e delle genti, minacciati anche da possibili catastrofi ecologiche. Devono promuovere il rispetto della vita di ogni singolo essere umano che, certo, nasce da un uomo e da una donna ma, nella visione di fede, è innanzitutto voluto, pensato, amato da Dio che lo chiama alla vita; il rispetto di ogni uomo e ogni donna dei quali ha senso non solo la vita ma anche la sofferenza fino alla morte. Occorrono oggi da parte dei credenti la creatività, la fatica del ricercare e del pensare, la capacità di esprimersi in termini che siano comprensibili anche dai non cristiani, termini antropologici dunque e non teologici o dogmatici…

Questa azione nella polis – non mi stancherò di ripeterlo – non deve mai prescindere dallo stile di comunicazione e di prassi: anche questa è un’istanza fondamentale, perché lo stile è tanto importante quanto il contenuto del messaggio, soprattutto per noi cristiani. Sì, lo stile con cui il cristiano sta nella compagnia degli uomini è determinante: da esso dipende la fede stessa, perché non si può annunciare un Gesù che racconta Dio nella mitezza, nell’umiltà, nella misericordia, e farlo con stile arrogante, con toni forti o addirittura con atteggiamenti che appartengono alla militanza mondana! E proprio per salvaguardare lo stile cristiano occorre resistere alla tentazione di contarsi, di farsi contare, di mostrare i muscoli… La fede non è questione di numeri ma di convinzione profonda e di grandezza d’animo, di capacità di non avere paura dell’altro, del diverso, ma di saperlo ascoltare con dolcezza, discernimento e rispetto. Dalla testimonianza quotidiana dei cristiani nel mondo dipende la ricezione del vangelo come buona o cattiva comunicazione, e quindi buona o cattiva notizia.

Enzo Bianchi
Per un cristiano lo stile è il messaggio (E.Bianchi)ultima modifica: 2009-06-22T21:36:52+02:00da borgosotto
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