Cristianizzare il mercato

Di tutte le “piaghe” della modernità – democrazia, nazione, libertà di coscienza – la questione sociale è quella che più coinvolge la Chiesa. L’ostilità e la diffidenza verso le élite liberali e borghesi l’avevano spinta a un’intesa sempre più intima con i ceti popolari, prevalentemente contadini. L’emergere del movimento socialista, che pretendeva di rappresentare la nuova classe operaia, fu avvertito dunque come una minaccia proprio contro quel rapporto costitutivo con il corpo vivo dei suoi fedeli.

Già nel 1879, Leone XIII aveva promulgato la Aeterni Patris, nella quale auspicava un rilancio della filosofia tomista, la più adeguata per la riforma della società, ma le sue intenzioni non furono comprese dal mondo laico, come egli sperava. Ma quello che non gli riuscì con la filosofia funzionò nel 1891 con la questione sociale ed economica: la Rerum novarum.

Quella enciclica fu un evento straordinario per il mondo cattolico al di là dei suoi contenuti, in molti casi meno avanzati di quelli diffusi tra molti cattolici già impegnati nel mondo del lavoro.

Il suo significato epocale fu la legittimazione, per i cattolici occidentali, a partecipare a pieno titolo alla modernità, non più solo come spettatori passivi e spaventati. Papa Leone XIII si candida a interpretare da protagonista le spinte e le laceranti contraddizioni del nuovo tempo: in nome del bene comune occorre «una vita economica cristianizzata» contro la «cupidigia dei capitalisti» e «l’odio di classe» che questa concentrazione della ricchezza in poche mani provoca tra i lavoratori.

«Ecco il programma del Papa: un programma socialista», aveva commentato incautamente Jean Jaurès, per quell’attenzione alle sofferenze dei nuovi poveri, il proletariato industriale, che confermava il mito «del Gesù, primo socialista».

Ancora quarant’anni dopo, commentando nel dicembre del 1931 la Quadragesimo anno di Pio XI, Benedetto Croce qualificherà come «famigerata» l’enciclica di Leone XIII, riducendola a una semplice competizione col nascente movimento socialista, secondo una tattica clericale già adottata con liberali: appropriarsi di «molta parte delle domande e anche dei mezzi» di quel movimento per torcerli ai fini di «maggiore potenza o almeno conservazione della potenza della chiesa». Quasi che, per il filosofo napoletano, come i liberali tedeschi avevano lavorato per il re di Prussia, i socialisti avessero dovuto lavorare per il Santo Padre. Le cose non stavano così: come spiega bene Pio XI nella Quadragesimo anno, non si trattava di difendere gli interessi della Chiesa o dei cattolici, ma di realizzare il bene comune. Concentrata sul tema del corporativismo, la Quadragesimo anno, che appare due anni dopo il crollo di Wall Street, cerca di far operare nel cuore stesso della grande crisi i principi enunciati quarant’anni prima. Ma qual è il succo di questo pensiero impropriamente associato a una sorta di solidarismo vagamente socialista?

Per capirlo davvero occorre andare ancora più lontano nel tempo, alla fine del Cinquecento, e più precisamente a quella teologia dei gesuiti spagnoli famosi e controversi come Luis de Molina e Francisco Suarez. Anticipatori del moderno pensiero contrattualista di ispirazione tomista, in contrasto con l’assolutismo pessimista agostiniano, influenzeranno, tramite il non certo clericale Ugo Grozio, il pensiero economico anglosassone, specialmente la «Scuola scozzese» di Adam Ferguson e Adam Smith.

Nel suo ultimo libro Settimo non rubare. Furto e mercato nella storia dell’occidente, (il Mulino, 2009), Paolo Prodi si spinge oltre e vede in loro i fondatori di «un diritto naturale-divino come base autonoma per un sistema di norme per lo stesso diritto positivo statale», dalla possibile ricaduta tutta laica nell’applicazione della libertà all’economia. Fondata sui principi tomisti, la proprietà privata veniva giustificata sia in ragione della legge eterna, sia della legge naturale. Il presupposto tomista della naturale bontà della natura umana, vulnerata dal peccato originale ma non assoggettata a esso, riflette anche lo spirito controriformista, in polemica con il pessimismo agostiniano che ispirava la Riforma. Da questa visione pacificata con l’umano deriva un’idea di lavoro non come maledizione ma come occasione di creatività e di libertà individuali, perché il valore del lavoro, nasce e si misura nella sua utilità all’altro, su che cosa serve all’altro uomo: è, o almeno dovrebbe essere questa, l’origine della bontà del mercato, del suo essere «libertà applicata all’economia», a differenza delle tesi marxiste. La natura di utilità (e dunque di servizio) del mercato non deve diventare un accidente secondario; al contrario deve iscriversi nel suo Dna, questo afferma la dottrina sociale della Chiesa.

Prezioso è il libro di Alejandro A. Chafuen, Cristiani per la libertà. Radici cattoliche dell’economia di mercato (Liberilibri, 1999) dedicato a questi temi, con un’ottima introduzione di Dario Antiseri.

Vi si smentisce la tesi sostenuta negli anni Trenta da R.H. Thawney che, nel suo Religion and the Rise of Capitalism, aveva sostenuto che «la vera conseguenza della dottrina di san Tommaso d’Aquino è la teoria del valore-lavoro. Karl Marx è l’ultimo degli scolastici»; ben diversamente, Chafuen afferma che «il valore che attribuiamo alle merci dipende dall’utilità che ne deriva. Dato che i nostri bisogni e i nostri desideri sono soggettivi, anche l’utilità è soggettiva». A meno che – ci ricorda il pensiero della Chiesa – questa soggettività non sia del tutto indotta dai bisogni del mercato stesso.

 Link utili:
http://www.ilsole24ore.com   http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=125182
(Attualità) Giugno 2009autore: Emma Fattorini

Cristianizzare il mercatoultima modifica: 2009-06-29T20:44:01+02:00da borgosotto
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