E i vescovi riscoprono il sociale

di Franco Garelli, LA STAMPA, 29.6.09

 Da qualche tempo si moltiplicano i segnali di disagio e insofferenza nel mondo cattolico impegnato. Tra i membri dell’associazionismo e del volontariato, tra quanti nelle parrocchie si fanno carico delle iniziative di carità e di formazione dei giovani, è diffusa la sensazione di vivere un po’ da estranei in una società che a parole apprezza l’azione dei gruppi ecclesiali sul territorio, ma nei fatti sembra ancorata ad altre visioni della realtà. Di qui i dubbi di molti militanti cattolici circa il senso e l’efficacia del proprio agire in una nazione che lancia messaggi contrastanti. La presenza cattolica nel Paese è dunque ridotta a soprammobile? Come mai in Italia si ammira chi si spende per il bene comune, ma prevale di fatto una cultura individualistica e poco solidale? Perché vari esponenti e gruppi politici continuano a ossequiare la Chiesa e il mondo cattolico pur affermando stili di presenza pubblica e privata che poco sembrano avere a che fare con i valori cristiani? In parte il disagio che serpeggia tra i credenti di base coinvolge anche il vertice della Chiesa, al quale si imputa un eccesso di prudenza in una situazione nazionale densa di ambivalenze. L’anima più sociale del cattolicesimo italiano ha difficoltà a comprendere perché la Chiesa si sia molto impegnata in questi anni nelle battaglie sui valori irrinunciabili (vita, famiglia, bioetica, scuola cattolica eccetera), mentre è apparsa silente o distratta sulle questioni sociali che pure fanno parte della sua vocazione e memoria. E che dire del mancato intervento sui temi di etica privata e pubblica in alcune circostanze di grande risonanza? Perché essere inflessibili sui casi Welby e Englaro o nei confronti della gente comune che vive situazioni famigliari irregolari, e nello stesso tempo apparire morbidi o distratti verso esponenti politici i cui comportamenti privati e il cui stile di presenza pubblica non sembrano un esempio di virtù?

Dalla bioetica all’etica – Proprio questo malessere diffuso nella base cattolica è uno dei fattori che hanno spinto il vertice della Chiesa a rivedere di recente le sue prese di posizione. Da qualche mese i vescovi insistono di meno sui temi della vita e della bioetica, mentre sembrano aver rimesso al centro della loro agenda le questioni sociali, che oggi si manifestano soprattutto nel dramma degli immigrati (e nella loro difficile integrazione in un clima ostile) e nei costi umani e sociali (licenziamenti, cassa integrazione, fine anche del lavoro precario) di una crisi economica mondiale senza precedenti. È su questi temi che si è focalizzata la prolusione del cardinal Bagnasco all’ultimo «parlamento» dei vescovi italiani (svoltosi un mese fa), individuando le nuove sfide che la Chiesa ha di fronte per farsi prossima a chi oggi soffre maggiormente. Oltre a ciò, pur nei toni morbidi e diplomatici che talvolta usa verso i potenti, la Chiesa ha deciso di recente di intervenire anche sul degrado morale che sta vivendo il Paese, a cui non sono estranee (a detta di molti osservatori) le vicende personali del premier Silvio Berlusconi che da tempo alimentano il dibattito pubblico. Proprio tre giorni fa, intervenendo a Crotone a un convegno nazionale degli operatori di pastorale famigliare, il presidente della Cei non ha perso l’occasione di coniugare i temi della famiglia a quelli della politica. Non soltanto per ricordare che è sana quella politica che prevede investimenti e aiuti per le famiglie, in modo da dare stabilità e futuro ai giovani, ridurre l’incertezza di vita, rendere coese le coppie, favorire le nascite eccetera; ma soprattutto per richiamare i politici a comportamenti coerenti anche in tema di famiglia.

I valori della famiglia – Come a dire che il rafforzamento della famiglia non passa solo per la messa in atto di politiche famigliari adeguate; ma anche per la promozione di una cultura diffusa che sia davvero rispettosa dei valori della famiglia. I politici, dunque, sono caldamente invitati a «onorare» le aspettative «umane e evangeliche» di una moltitudine silenziosa di cittadini; a rendersi conto dell’influsso che gli stili di vita e i comportamenti conclamati hanno sul modo di pensare e di agire di tutta la popolazione; a rispettare il diritto dei giovani «di vedersi presentare ideali alti e nobili e modelli coerenti di vita». Con questo nuovo indirizzo (rappresentato dal ritorno sui temi sociali e dal richiamo sulla questione morale) il vertice della Chiesa sa di raccordarsi al sentire diffuso che attraversa gran parte dei cattolici più impegnati e alla loro voglia di fare chiarezza in una società in cui troppa gente ancora si riconosce nella fede della tradizione senza particolare coinvolgimento. Ciò che li guida è lo slogan – coniato tempo fa dal cardinal Tettamanzi – che «è meglio essere cristiano senza dirlo che proclamarlo senza esserlo»; uno slogan che richiama tutta la Chiesa e i credenti a vivere con intensità le nuove sfide che la città terrena loro presenta.

E i vescovi riscoprono il socialeultima modifica: 2009-06-30T07:52:22+02:00da borgosotto
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