L’enciclica sociale che libera il pensiero (A.Riccardi)

di Andrea Riccardi, CORRIERE DELLA SERA, 8.7.09

 Un’enciclica sociale è un atto importante per la Chiesa. Cominciò Leone XIII nel 1891, con la Rerum novarum, per rispondere alle sfide del capitalismo industriale e del socialismo. Nel mondo appena decolonizzato, Paolo VI nel 1967 pubblicò la Populorum progressio: la questione sociale si allargava al rapporto tra Nord e Sud. Non è un caso che Benedetto XVI, con Caritas in veritate, riparta dalla Populorum progressio per trattare di sfide e crisi del mondo globalizzato. Ma il tema è talmente complesso che un testo, pur denso, non rischia di essere una generica esortazione? L’enciclica mostra un papa consapevole della complessità dei problemi, convinto però di un punto focale: una miriade di decisioni sono prese oggi senza chiarezza di intenti, trascurando l’interesse dei più, in un clima di sfiducia, senza una visione del bene comune. Quando parla di «verità» allude al quadro di menzogna, sfiducia in cui vengono spesso orientati gli interessi economici mondiali. Anche il mercato ha bisogno di «verità», uscendo dalle nebbie. E ha bisogno di «carità», liberandosi da troppa spietatezza. Solo così può cambiare. Ormai gran parte dell’opinione pubblica, spentisi i furori utopisti, ha accettato la realtà com’è. Interi popoli sono condannati a una vita misera e subumana. La Chiesa non accetta questa realtà con fatalismo, come un destino. Vivendo in Africa e in tante regioni povere, è partecipe dell’anelito a una vita migliore. Il testo del papa appare anche come un manifesto di speranza: il mondo e l’economia possono cambiare.

Gli uomini, i governi, le società possono farlo. L’enciclica del papa-teologo contiene molte indicazioni concrete, su cui non è il caso di soffermarsi ora. È tutt’altro però che una ricetta semplicistica. Facendo suo il grido di dolore di tanti, il papa lo sviluppa in un articolato ragionamento. Per Benedetto XVI «il mondo soffre per mancanza di pensiero»: «serve un nuovo slancio del pensiero». L’enciclica vuole dare vigore alla riflessione sul futuro, che sembra oggi stentare, proponendo «un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza, del processo di integrazione planetaria». Non basta affidare il futuro al «provvidenzialismo» del mercato. Il papa conduce una lucida critica della riduzione dell’uomo all’economia: è il nuovo materialismo, per cui ha valore solo quel che è commerciabile. Non si troverà nell’enciclica però una contestazione utopica al mercato (il papa prende sul serio l’economia, tanto da chiedere ai Paesi ricchi di aiutare quelli poveri a produrre ricchezza), ma la proposta di una visione capace di integrare l’economia all’umano. La vita ha valore in sé e non è un bene nelle mani dell’uomo: «la questione sociale – scrive il papa – è diventata radicalmente questione antropologica». L’uomo e la vita non sono commerciabili. Il senso del dono si intreccia con quello del limite posto a un uomo o a un mercato onnipotenti. Per il papa la dimensione spirituale è parte saliente della realtà. Non è realista chi non ne tiene conto: «l’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano», dice. Sì, perché il papa mira a proporre, con questo testo, «una nuova sintesi umanistica», che includa lo sviluppo economico. È uno dei grandi obiettivi di Benedetto XVI di fronte alla cultura occidentale: aprirla a una nuova familiarità con Dio, lo spirituale. La cultura occidentale, mondializzandosi, ha perso i suoi confini e realizzato tanti innesti. E la globalizzazione è stata soprattutto economica. L’enciclica è il primo documento papale sulla globalizzazione. Questa non è una novità per la Chiesa cattolica, globale fin dalle origini. Come i popoli, fattisi oggi più vicini, possono diventare fratelli? È la battaglia del cattolicesimo per un mondo «famiglia delle nazioni»: «lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere un’unica famiglia». All’opposto dell’unilateralismo. Così l’enciclica intravede una nuova stagione di relazioni internazionali, appoggia l’Onu, la cooperazione, anzi chiede un’autorità mondiale (nel quadro della sussidiarietà che valorizza le comunità di ogni livello). Non ci sono illusioni: parole dure sono spese verso gli organismi internazionali, in cui buona parte delle risorse vanno per la propria burocrazia, non per i poveri. L’enciclica vuole risvegliare i tanti attori dell’economia e della società a una visione solidale. Solidarietà è parola chiave: radice dell’umanesimo, inclusione dell’economia nella politica, gratuità di fronte al mercantilismo. Il pensiero sociale della Chiesa è sceso in campo, nel Novecento, contro la visione marxista e liberista. È stata una lotta titanica, che ha cambiato tutti gli attori. Ormai quel mondo è finito. Il mercato ha un volto invisibile, mentre i suoi attori spesso sfuggono nelle nebbie, come si vede nella crisi recente. Il nostro è un mondo, dove pratica mercantilista e tecnologia si affermano spesso senza cultura e fuori dal dibattito pubblico. Benedetto XVI invita invece a ragionare e dialogare sul futuro con la voglia di governarlo. Mira a suscitare un dibattito sul futuro dell’uomo a partire dall’economia, mostrando come umanesimo e sviluppo, vita spirituale e intrapresa si intreccino tra di loro. Un’opinione pubblica sensazionalista non farà cadere l’invito nel vuoto? La coincidenza casuale dell’uscita dell’enciclica con il G8 sfida la povertà di visioni e di prospettive, nell’altalena tra allarmi e rassicurazioni. Il mondo e l’economia della globalizzazione, per crescere, essere governati, produrre sviluppo, hanno bisogno di cultura, di visioni e di spirito. L’enciclica avrà già successo se aiuterà a ravvivare una cultura politica ed economica per diventare pensosa sul futuro. Questo papa, oltre che a credere, vuole infatti aiutare a pensare.

 

Pag 23 “Un’enciclica che resterà nella storia” di G.G.V. e M. Antonietta Calabrò

Il card. Martino presenta “Caritas in veritate”. Boff: sorpreso dal taglio sociale. Il banchiere Gotti Tedeschi: merita il Nobel per l’economia

 

Città del Vaticano – Basterebbe dire che pure Leonardo Boff, teologo della liberazione che non ha particolare simpatia per Ratzinger, interviene dal Brasile per dirsi «sorpreso» del «taglio sociale» dell’enciclica. Ieri mattina, la  Caritas in veritate di Benedetto XVI ha fatto il giro del mondo, stampata in centinaia di migliaia di copie e diffusa all’istante via internet, un’attenzione planetaria per «l’enciclica più attesa della storia recente della Chiesa», scrive l’Osservatore Romano. «La crisi passerà, speriamo in un paio d’anni, ma di quest’enciclica si parlerà ancora a lungo», profetizza il cardinale Renato Martino, presidente del pontificio Consiglio della giustizia e della pace, che ieri ha presentato il testo con il cardinale Paul Josef Cordes, l’arcivescovo Giampaolo Crepaldi e l’economista Stefano Zamagni. La terza enciclica di Benedetto XVI sarà al centro degli incontri che ha fissato in questi giorni con alcuni leader presenti al G8: ieri il Papa ha parlato di crisi e Africa con il premier giapponese Taro Aso, domani vedrà il primo ministro australiano Kevin Rudd e il presidente sudcoreano Lee Myungbak, venerdì il presidente degli Usa Barack Obama e sabato il premier canadese Stephen Harper. Nuove regole, governo della globalizzazione, lavoro e povertà, soprattutto l’idea che l’economia abbia bisogno di un’etica fondata sull’uomo e che non sia possibile uno sviluppo dell’umanità senza, appunto, carità nella verità. «All’interno di questa cornice teologica l’enciclica disegna una summa socialis vigile e aggiornata, che smentisce – se ce ne fosse ancora bisogno – l’immagine di un Papa soltanto teologo chiuso nelle sue stanze e conferma invece quanto Benedetto XVI sia attento, come teologo e pastore, alla realtà contemporanea in tutti i suoi aspetti», scrive nel suo editoriale Giovanni Maria Vian, direttore dell’Osservatore. Il confronto è aperto. «Io considero quel documento molto importante. Molto, molto importante », dice il ministro Giulio Tremonti. «L’enciclica è particolarmente significativa nella scelta di considerare centrali il lavoro e la persona nell’analisi della crisi», considera Sergio Epifani, segretario Cgil. Nel mondo si parlerà soprattutto del tema di una governance globale «di tipo sussidiario e poliarchico», ha spiegato Zamagni: «Ciò implica il rifiuto di dare vita a una sorta di superstato ». Tra l’altro, si tratta piuttosto «di affiancare all’attuale assemblea dell’Onu una seconda assemblea in cui siedano i rappresentanti delle varie espressioni della società civile transnazionale; dare vita al Consiglio di sicurezza socio-economica in appoggio a quelle di sicurezza militare; istituire una Organizzazione mondiale delle migrazioni e una per l’ambiente».

 

Roma —  Ettore Gotti Tedeschi, Benedetto XVI parla della crisi mondiale come opportunità di cambiare. Lei è commentatore dell’«Osservatore romano», economista e rappresentante di uno dei maggiori gruppi bancari al mondo. Come ha accolto queste parole?

«Le ho accolte ‘professionalmente’, da economista, non solo da cattolico più o meno moralista. Credo che l’opportunità non sia solo di rivedere le regole e i problemi di governance, ma proprio la capacità dello strumento economico di realizzare i suoi maggiori scopi che sono: usare le risorse disponibili in natura con la maggior cura ed efficienza; assicurare la più opportuna ed equilibrata crescita economica che permetta un vero globale benessere per l’uomo; assicurare la distribuzione di questo benessere a tutti gli uomini. Questi tre scopi sono stati conseguiti? Non credo. Molte risorse sono state sprecate, la crescita economica si è rivelata in gran parte fittizia ed illusoria, il benessere non è stato esteso a tutti, anche se era possibile farlo. Mi pare evidente che sia il momento di domandarci se anziché immaginare nuovi espedienti o studiare nuove bolle,non valga la pena riflettere, come ci invita a fare il Papa. Nessuno come lui ha chiarito cosa l’uomo economico deve fare per l’economia: applicare le leggi dell’economia e non aggirarle. Mi permetta una battuta: gli dovrebbero dare il Nobel per l’economia».

Sulla crisi finanziaria quali sono differenze tra il Papa e gli analisti?

«La differenza è sostanziale. La maggior parte degli analisti, degnissimi e bravissimi, ha affrontato la crisi analizzando le conseguenze della vera origine e la loro mala gestione. Certo c’è stata espansione monetaria esagerata, espansione del credito, crescita consumistica a debito, creazione di leve finanziarie. Ma perché? Per fronteggiare quale problema? Potremmo formulare mille domande come questa e arrivare sempre ad un solo principio originale: si doveva surrogare in mille modi alla insufficiente crescita economica dovuta al crollo della natalità nei paesi sviluppati (anche se in modo differenziato tra Stati Uniti ed Europa) e le sue conseguenze (crescita dei costi fissi, crescita delle tasse, diminuzione del risparmio e degli assets finanziari…). Ma molti analisti hanno preferito non approfondire l’origine ‘originale’ della crisi. Toccare il tema della natalità è un tabù, c’è una forma di negazionismo. E’ un tema connotato ‘morale’, perciò non scientifico, quasi stupido, per fanatici religiosi. Così lo si è ignorato, e lo si continua ad ignorare. Vedrete come questo problema esploderà presto. Non è la finanza che non ha funzionato, non è stata solo l’avidità di pochi ad aver causato una crisi così complessa e lontana nelle origini. L’avidità di pochi sembra persino esser stata una ‘concessione’ al fine di ‘tentare anche quella strada’, per produrre una crescita economica sempre più difficilmente sostenibile».

La deregolamentazione del lavoro rischia di condurre le persone al «degrado umano», dice il Papa.

«Nel mondo globale, per varie ragioni, l’uomo, dal punto di vista economico, è progressivamente diventato ‘un mezzo’ di crescita economica, in quanto lavoratore, consumatore, risparmiatore. Ma queste sue tre dimensioni fra loro sono in conflitto e quando il conflitto esplode, in momenti di minor crescita economica, l’uomo rischia quello che viene definito nell’Enciclica ‘degrado umano’. La dimensione dell’uomo lavoratore, che grazie al suo lavoro consuma e investe i suoi risparmi, è pregiudicata, attenzione, proprio da ciò che consuma e da dove investe i suoi risparmi. Paradossalmente, cercando il proprio interesse di consumatore, può consumare beni concorrenti con quelli che gli danno lavoro e può investire in imprese concorrenti con quella dove lavora. Questo è il mercato globale che impone ai capitali di investire dove sono più remunerati, che impone di consumare ciò che è più conveniente. Ma conseguentemente di andare a cercare lavoro dove si crea. E qui nasce il problema. Dove si crea e si creerà il lavoro nel mondo globale? La migrazione istituzionalizzata, segmentata per professionalità ed aree geografiche, sembra una prospettiva evidente, ma è anche ‘il bene dell’uomo’?».

Per l’Enciclica il mercato non funziona senza regole di solidarietà e di fiducia. E’ così anche nella sua esperienza?

«La fiducia è la risorsa più scarsa in natura ed è la più preziosa perché assicurerebbe vantaggi unici su tutti i mercati. Ma la fiducia non si acquisisce o conquista con studi di mercato o con ‘codici etici’ affissi agli ingressi, si conquista con il comportamento che è solo e sempre individuale, non è collettivo, né per legge, né per regolamento. L’etica è anch’essa individuale, non si impone per legge, non si impara all’università, si vive, e si applica solo se ci si crede, e ci si crede se si pensa sia utile e sia bene. Il comportamento etico è quello che produce la famosa fiducia. Questa enciclica si fonda sugli stessi principi delle altre, di una Rerum novarum, di una Populorum progressio, di una Centesimus Annus e ha in sé la stessa dottrina dell’enciclica che verrà scritta nel 2100 sull’economia globale dominata dall’Asia».

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Il Papa che vuole dare un’anima al mercato di Aldo Schiavone

 

La nuova enciclica di papa Ratzinger è un testo complesso, che conferma la vocazione intellettuale e analitica (starei per dire professorale), prima che pastorale dell´attuale pontefice. Il tema è l´economia globale, la socialità del nuovo millennio, la rivoluzione tecnologica, le prospettive dell´umano. La scrittura non contiene annunci clamorosi, piuttosto sottolinea continuità (soprattutto rispetto a Paolo VI e alla “populorum progressio”) con un´attenzione persino eccessiva. Delinea però scenari e abbozza posizioni interessanti, su cui vale la pena riflettere, anche se qualche volta sembra concedere troppo alle mode del momento, particolarmente sul piano dello stile e del lessico. Non siamo di fronte – come qualcuno aveva semplicisticamente prospettato – a un´enciclica anticapitalistica: e non avrebbe potuto che essere così. Ma pure si respira un´inquietudine, un benefico senso di inappagamento per la forma attuale del mondo, che mette innanzi a un pensiero che si interroga a fondo, e con innegabile criticità, sui limiti strutturali delle società capitalistiche: sui loro confini, ombre, inettitudini – e chiede apertamente “una nuova e approfondita riflessione sul senso dell´economia e dei suoi fini” (par. 32). Di questi tempi, non è poco: la cultura dell´Occidente aveva dimenticato da molto simili toni e simili domande. E per di più i dubbi che vengono proposti, non sono sollevati in nome di una diffidenza genericamente antimoderna (come altre volte era accaduto negli atteggiamenti della Chiesa), ma toccano in quanto tale la specificità di un meccanismo economico fondato esclusivamente sulla formazione del profitto: la sua attitudine di fondo a garantire la possibilità di un futuro equilibrato per la totalità della specie. Un punto, in particolare, viene sottolineato con forza: la problematicità estrema del rapporto fra mercato e sviluppo, e l´impossibilità del mercato – se non a prezzo di conseguenze inaccettabili – di ridurre a sé l´interezza delle vite che ci è concesso di vivere, come pure avevano assurdamente preteso gli arroganti apologeti dell´epoca dalla quale per fortuna stiamo uscendo. Ed è, mi pare, di grande suggestione l´ipotesi che viene proposta come orizzonte alternativo ai meccanismi “contrattuali” dello scambio mercantile, che “senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca (…) non può pienamente espletare la propria funzione” (par.35). Mi riferisco a quella che Ratzinger chiama “la stupefacente esperienza del dono”(par.34): una forma di relazione che “oltrepassa il merito”, e la cui “regola è l´eccedenza”. Emerge qui (mi sembra) il cuore dell´enciclica: l´idea – intorno alla quale si è consumata la modernità progressiva del pianeta – che il denaro possa non essere l´unica forma universale della nostra reciprocità, anche in universi sociali estremamente avanzati; che oltre, incomprimibilmente, possa e debba sporgere qualcosa, che attiene a un livello non meno profondo e universale dell´umano, per come storicamente ci è dato di farne esperienza – un nucleo di “solidarietà” e di “fraternità” (sono parole di Ratzinger) che solo può permettere di realizzare quella “pace” e quella “giustizia” in cui consistono la “carità” e l´”amore” cristiani. Non ho esitazioni a dire che questa lingua, questo ordine di discorsi, costituiscono un potente motore di eticità non solo per l´Occidente, ma per l´intero pianeta, e che qui, almeno per una volta, la professoralità del pontefice cede il campo a un profetismo pieno di luce, e di conseguenze intellettuali e politiche – con un accento e un´ispirazione difficili da dimenticare. E tuttavia, proprio quando sembriamo immessi finalmente in un nuovo universo, qualcosa viene meno, nel ragionamento di Ratzinger, e siamo drammaticamente ricondotti indietro. E questo accade nel momento in cui, nella sua analisi, entra in scena la tecnica, nel proprio rapporto con l´umano e con la storia – e dunque con la politica e il potere (cap.VI). Intendiamoci, anche qui il pontefice rivela in pieno il fondo razionalista della sua fede, e il suo sincero tentativo di riconciliare Cristianesimo e modernità, sia pure in una visione senza strappi e senza colpi di scena. Ma egli non riesce ancora a fare il passo decisivo, e a rendere esplicito che il futuro della tecnica non è quello di aggiungere qualcosa (potenzialità, possibilità, nuove esperienze) alla natura umana, lasciandola così com´è, per come ci è stata consegnata dallo sviluppo evolutivo, ma di sostituirsi completamente ad essa, per dar vita a qualcosa per ora di inimmaginabile – a un umano postnaturale che comincia sin da ora a profilarsi, giorno dopo giorno, sotto i nostri occhi – che riempie già, per infiniti presagi, l´orizzonte inconsapevole delle nostre attese – e definisce il significato, persino politico, del nostro operare come provvisori abitatori del tempo. Ebbene, se il contenuto primo del Cristianesimo è grazia, e dunque carità, questa prospettiva – che avvicina in modo sostanziale l´uomo a Dio, e dà un senso al suo essere “a sua immagine e a sua somiglianza” – va integrata all´interno del messaggio evangelico, e non espunta come una pericolosa minaccia, o un male intollerabile. Manca, nell´enciclica, mi sembra, la consapevolezza dell´urgenza estrema del nostro tempo. Noi siamo davvero sospesi sull´abisso. È un destino preparato da milioni di anni, quello che sta precipitando nella vertiginosa catena di eventi di cui siamo, insieme, protagonisti e spettatori. Il processo che chiamiamo globalizzazione non è che il primo passo. Solo una rivoluzione profonda nella nostra etica e nella nostra politica – davvero un nuovo umanesimo della connessione e dell´integrazione totali – può sostenerci in questo straordinario passaggio. Il Cristianesimo è l´unico monoteismo che ha avuto modo di fare, sino in fondo, storicamente, i conti con la modernità. Si assuma il peso di questa responsabilità, e ci aiuti a guardare nella profondità del tempo che ci aspetta.

 

Pag 16 Se Ratzinger invoca un governo mondiale di Marco Politi

 

Città del Vaticano – Riprogettare il capitalismo, reinventare il mercato, orientarlo al bene comune universale, ancorarlo saldamente ad un´etica della responsabilità e della giustizia sociale. Sta qui l´ambizione della terza enciclica con cui Benedetto XVI celebra i funerali del liberismo selvaggio, inaugurato dalla deregulation reaganiana negli anni Ottanta del secolo scorso e mandato in frantumi dalla crisi finanziaria mondiale. Con la Caritas in veritate, a cui ha lavorato lunghissimamente, papa Ratzinger mostra un volto cristiano-social-democratico e persino verde. Forse una sorpresa per chi si attarda nello stereotipo del pontefice conservatore, ma certamente in linea con la robusta strategia elaborata dalla dottrina sociale della Chiesa da Leone XIII a Giovanni Paolo II, passando per Giovanni XXIII e Paolo VI. Dall´enciclica emerge l´immagine di una Papa global, seppure radicato fermamente nel concetto della supremazia del cristianesimo, punto di riferimento finale per discernere il vero progresso da culture e religioni, da scienza e tecnica. «L´adesione ai valori del cristianesimo – suona la sua premessa – è elemento indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale». Ma ciò detto, l´intero documento possiede quasi i timbri di un ideale socialismo cristiano. Non c´è sviluppo autentico, sottolinea, se non si respinge il precariato, se non si afferma la dignità di un lavoro che deve essere “decente”, retribuito sufficientemente per costruire una famiglia e per nutrirla e per mandare a scuola i figli. I diritti sindacali, i «diritti umani dei lavoratori» sono imprescindibili nel Primo mondo come nel Terzo, non è accettabile una delocalizzazione mirata solo al profitto e causa di sopraffazione e perdita di dignità delle popolazioni coinvolte. Esaltato l´amore come nucleo del messaggio cristiano nella sua prima enciclica e rilanciato il tema della speranza nella seconda, il Papa colloca ora la Chiesa al centro della scena internazionale, dedita anche con i G8 e G14 di questi giorni all´urgenza di elaborare un meccanismo economico per uscire da una crisi devastante. E lo fa indicando che non c´è un “prima”, l´impresa, e un “poi”, l´etica e il bene comune. Tutto deve essere intrecciato. Redistribuzione delle ricchezze, delle risorse, dell´accesso alle energie. I termini si rincorrono nelle pagine dell´enciclica. Benedetto XVI è convinto del valore positivo del mercato e dell´impresa, ma sostiene che la situazione mondiale esige una loro decisa connotazione sociale, etica. Papa global, che rivaluta decisamente la funzione dello Stato e della politica, Ratzinger invita ad affrontare con coraggio la sfida del secolo: «I processi di globalizzazione offrono la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza a livello planetario». Ma se “mal gestiti”, abbandonati agli egoismi di nazioni o multinazionali irresponsabili o ai giochi di una finanza impazzita, «possono invece far crescere povertà e disuguaglianza nonché contagiare con una crisi l´intero mondo». Perciò fame e sete di centinaia di milioni di uomini vanno eliminate, sapendo che assicurare cibo e acqua per tutti diventa anche un volano per l´economia dei Paesi ricchi. Perciò, abolendo gli sprechi di cui si rendono responsabili le agenzie di aiuti internazionali, urge un salto di qualità. Benedetto XVI non teme di indicare un obiettivo che può sembrare utopico ma le cui motivazioni sono realistiche. «Urge la presenza di un´Autorità politica mondiale» per costruire un ordinamento politico, giuridico ed economico, che «incrementi la collaborazione internazionale verso lo sviluppo solidale dei popoli». Ma sia chiaro: deve avere il potere di fare rispettare le sue decisioni. In questo quadro il pontefice fissa peraltro i paletti della sua visione morale. La religione ha diritto allo spazio pubblico. Il fondamentalismo crea violenza. L´”ateismo pratico” toglie forza morale allo sviluppo. La scienza che si chiude alla metafisica e non dialoga con la teologia danneggia lo sviluppo dei popoli. La tecnica non può ispirarsi solo all´utilità, ma deve produrre decisioni frutto di responsabilità morale. La vita va protetta sempre e quindi no all´aborto, no all´eutanasia, no all´eugenetica. Il sesso non può scadere nelle perversioni del turismo sessuale internazionale. Forse appesantita da troppi paragrafi in un´ansia di enciclopedismo, l´enciclica colpisce però per la chiara visione di una “ecologia umana”. La società, ricorda il pontefice, necessita di un tessuto connettivo di fiducia e solidarietà. Lo riassume una massima valida per tutti gli umanesimi: la condivisione dei doveri reciproci mobilita assai di più della sola rivendicazione dei diritti.

 

IL GIORNALE

Una lezione sulla crisi di Andrea Tornielli

 

Quando Pio XI scrisse la Quadragesimo anno, aveva davanti agli occhi lo scontro tra i totalitarismi e la crisi di Wall Street del 1929; quando Giovanni XXIII scrisse la Pacem in terris aveva davanti a sé il mondo diviso in due blocchi e la guerra fredda; quando Paolo VI scrisse la Populorum progressio aveva presente il divario tra Nord e Sud del mondo; quando Giovanni Paolo II scrisse la Centesimus annus il mondo viveva ancora nell’euforia per la caduta del Muro di Berlino e la fine del comunismo. Oggi Benedetto XVI pubblica la Caritas in veritate e ha davanti agli occhi il mondo colpito dalla crisi economica e finanziaria, insieme all’emergere di una nuova ideologia della tecnica che ha soppiantato le grandi ideologie del Novecento. Le encicliche sociali, novità dell’ultimo secolo, sono sempre calate nella realtà presente e giudicano i fenomeni in atto senza pretendere di fornire ricette risolutive calate dall’alto, ma indicando delle strade percorribili basate sui principi di sempre. Sarebbe fuorviante ridurre la portata del nuovo documento papale, la terza enciclica di Ratzinger, la prima sociale del suo pontificato, esaurendo il suo messaggio nella richiesta di un po’ più di etica nella finanza e nell’economia. Così come sarebbe fuorviante analizzarla per vedere se il Papa sta con lo Stato o contro lo Stato, con il mercato o contro il mercato, con il capitalismo o contro il capitalismo. Per capire l’enciclica, bisogna partire dai principi di sempre, come il bene comune, l’equilibrio, la virtù, la fraternità e la reciprocità, la solidarietà, la sussidiarietà, tenendo presente che la Chiesa non ha una teoria da applicare alla realtà, ma parte dalla realtà e, soprattutto, dal soggetto umano. Questo sguardo permette a Benedetto XVI, come ha permesso ai suoi predecessori, un approccio realistico e competente ai problemi contemporanei. L’approccio che tiene presente la legge segreta del cristianesimo, quella dell’«et-et», cioè la capacità di includere tutti i fattori in gioco, senza estremismi o radicali «aut-aut». Per questo nessuno dei problemi oggi dibattuto è rimasto escluso dall’enciclica: dalla delocalizzazione alla valorizzazione di un’economia e di una finanza che non hanno come fine esclusivo il profitto, ma il profitto e il bene comune; dall’emergenza rappresentata dalle migrazioni alla salvaguardia dell’ambiente, fino alle sfide della bioetica, che entrano per la prima volta in modo corposo e articolato in un documento sociale, a indicare che tra i nuovi poveri oggi non ci sono solo gli affamati dei Paesi sottosviluppati, ma anche gli anziani e i bambini non nati. È significativo – e si tratta di un’altra novità – che nella Caritas in veritate siano state citate per nome tutte quelle esperienze positive, dal non profit alla finanza etica, che mostrano come sia possibile non soltanto fare buoni affari, ma anche affari buoni. Esperienze concrete, già in atto, che partono dalla considerazione che la famiglia umana è, appunto, una famiglia. E che squilibri, ingiustizie, avidità a lungo andare si ripercuotono negativamente anche su chi (oggi) sta meglio. Da questo punto di vista, anche se l’enciclica ha avuto una gestazione più lunga del previsto a causa del precipitare della crisi con il tracollo della finanza americana, i suoi contenuti, e i contenuti del magistero papale, la precedevano e ne indicavano profeticamente gli immancabili sviluppi negativi, come peraltro dimostrano molte autorevoli analisi di studiosi i quali oggi ammettono che andavano ascoltati tanti allarmi lanciati dalla Chiesa nell’era della globalizzazione. Papa Ratzinger chiede un cambiamento di mentalità, prima che di strutture; una conversione dei cuori. Perché la crisi può essere un’occasione per domandarci dove stiamo andando e quale mondo stiamo costruendo per i nostri figli.

L’enciclica sociale che libera il pensiero (A.Riccardi)ultima modifica: 2009-07-08T15:44:41+02:00da borgosotto
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