Martiri. Testimoni dell’Agnello nel XXI secolo

di Andrea Riccardi, AVVENIRE 12.7.09 

 Nel giugno del 2000, pochi giorni dopo la celebrazione dei nuovi martiri al Colosseo, partì da Roma Andrea Santoro, un parroco romano che aveva ottenuto, dopo parecchia insistenza, il permesso dei superiori per trasferirsi in Turchia. L’Anatolia, ormai spopolata dai cristiani, era una terra «madre» per il cristianesimo, una regione dove vivere insieme al mondo musulmano. Quella era una terra dove erano avvenute tante violenze contro i cristiani durante la prima guerra mondiale e negli anni successivi. Santoro fu ucciso, il 5 febbraio 2005, nella sua chiesa di Trebisonda, città turca sul Mar Nero, da un giovane musulmano. La sua figura, in qualche modo, lega i testimoni cristiani del Novecento ai nuovi martiri del XXI secolo. I cristiani sono un facile bersaglio della violenza di tante società contemporanee: ucciderli fa notizia sui media occidentali, mentre si colpiscono uomini e donne che, per la qualità della loro vita, per la loro azione, per la loro parola, rappresentano una «alternativa» vissuta a quella che Santoro chiamava «la ferocia disumana». Nel Novecento, forse, l’universo concentrazionario, costruito dai regimi totalitari in Europa e altrove, è stato il luogo principe della disumanizzazione e della persecuzione. Émile Poulat ha osservato: «Era l’uomo la posta in gioco dell’universo concentrazionario». Nel XXI secolo, come sembra profilarsi almeno in questi primi anni, è la violenza diffusa che finisce per colpire, perseguitare, eliminare il cristiano, un uomo o una donna che non cedono alle spinte violente, materiali, aggressive del vivere. La violenza contro il cristiano non è sempre motivata in senso ideologico, non sempre è esplicitamente anticristiana. Eppure si percepisce da parte dei persecutori che la presenza e la vita dei cristiani rappresentano una resistenza profonda alle ragioni materiali del vivere, al dominio di pochi sull’esistenza di molti, all’imbarbarimento della convivenza. Tale vita e tale presenza suscitano un odio che finisce per armare le mani assassine.

AFRICA NERA – Che cosa ha spinto un giovane somalo a uccidere Annalena Tonelli, medico in Somalia? Curava i malati, si occupava delle donne, promuoveva una scuola per i bambini. Era convinta che bisognasse riconciliare: «È una vita che combatto perché gli uomini siano una cosa sola» disse in una conferenza tenuta a Forlì nel 2003. «Ogni giorno al TB Centre noi ci adoperiamo per la pace, per la comprensione reciproca, per imparare insieme a perdonare.., oh, il perdono, com’è difficile il perdono! I miei musulmani fanno tanta fatica ad apprezzarlo…». La presenza della Tonelli, nel caos somalo, era un riferimento pacificatore: «il nostro compito sulla terra è far vivere. E la vita non è sicuramente la condanna, lo ius belli, l’accusa, la vendetta, il mettere il dito nella piaga, il rivelare gli sbagli, le colpe degli altri…».  L’uccisione di Annalena Tonelli si colloca nel quadro di violenza della Somalia, dove operano le bande da lei denunciate e dove si sente la pressione dei fondamentalisti. Annalena era stata testimone delle violenze pubbliche e private, delle mutilazioni genitali femminili che combatteva, delle estorsioni, dei rapimenti. Era intervenuta con dolcezza, ma anche con grande chiarezza. Alcuni imam fondamentalisti, nel Somaliland (l’ex colonia britannica tornata indipendente), predicavano contro di lei: «Annalena è la irriducibile e scomoda testimone della forza del Vangelo in terra islamica». Il suo ospedale era un simbolo. Annalena fu vittima del torbido clima somalo. Così concludeva, guardando la situazione di quel paese: «Quanto immenso male, il nostro mondo ha fatto a se stesso e al mondo intero». Le autorità del Somaliland hanno individuato il suo assassino e lo hanno condannato a morte (ma la famiglia ha chiesto la grazia). Nel 2006, tre anni dopo Annalena, fu uccisa suor Leonella Sgorbati, che assieme a tre consorelle della Consolata teneva aperto durante la guerra civile, in un difficilissimo quartiere di Mogadiscio, Sos Children, un villaggio del fanciullo i cui servizi sanitari erano utilizzati dalle donne della capitale per partorire o come strutture sanitarie di emergenza dopo la distruzione dell’ospedale. Gli assassini sono giovani dell’ala estremista delle corti islamiche, probabilmente legati ad al-Qaeda. L’uccisione fu condannata dal capo delle corti islamiche, Shek Sharif, e da molti somali che conoscevano la religiosa. Fu il frutto del clima di violenza che dura da anni nella capitale somala, per cui l’eliminazione di una delle quattro donne che tenevano in piedi l’unica struttura sanitaria di Mogadiscio era parte del gioco al massacro, tipico della situazione. In realtà, la geografia del martirio è cambiata dal Novecento al nuovo secolo. Le storie dei martiri sono, in genere, collegate a quelle di una comunità o di un popolo che soffre. Attraverso di esse si vedono anche le trasformazioni del mondo globalizzato, l’estendersi di una violenza diffusa, che prende in ostaggio intere popolazioni. In genere i religiosi o i fedeli rappresentano, nel quadro di situazioni instabili e violente, un punto di riferimento pacifico e umano. Lo si è già notato a proposito di Annalena Tonelli. La guerra nella Repubblica democratica del Congo dal 1998 al 2003 ha causato lo sconvolgimento dell’intera regione. È stata la più grande guerra della storia recente dell’Africa e ha coinvolto nove Stati e venticinque gruppi armati. L’Onu stima che il conflitto abbia causato tre milioni di vittime. La guerra e il suo seguito doloroso hanno provocato quasi cinque milioni e mezzo di morti, in larga parte per malattia e fame, senza contare i profughi e quelli fuggiti nei paesi confinanti. Si è trattato del conflitto più cruento svoltosi dopo la seconda guerra mondiale. In questa guerra sono caduti sacerdoti, religiosi e cattolici, colpiti dai militari, dai guerriglieri, da elementi armati che pullulano nel clima incerto del paese. Nel 2002, proprio la Domenica delle Palme, a Goma, due ordigni sono stati lanciati contro i fedeli che partecipavano alla processione delle Palme con i rami pasquali verso una sala che sostituiva la cattedrale chiusa a seguito dell’eruzione del vulcano. Un giovane ministrante di otto anni e un sacerdote, padre Boniface, furono uccisi. Il vescovo di Goma, monsignor Faustine Ngabu, ferito a una gamba, volle presiedere la celebrazione dopo l’attentato. A Goma è stato anche ucciso nel 2007 un giovane, Floribert Bwana Chui, membro della Comunità di Sant’Egidio, direttore dell’ufficio della dogana, per non aver accettato di far passare una partita di cibi avariati da immettere sul mercato. Nella periferia di Kinshasa venne ucciso padre René De Haes, gesuita, intellettuale e studioso del fenomeno delle sette, di settantuno anni, rettore dell’istituto universitario San Pietro Canisio. Il suo assassinio avvenne nel clima torbido e violento della periferia della capitale congolese, dove veniva esercitato il potere dei capibanda che taglieggiavano, controllavano le popolazioni, esercitavano un dominio sul territorio. L’intreccio tra criminalità e politica è ancora forte in un paese dove la lotta armata è stata la condizione di vita per lunghi anni. E tale continua a essere in alcune regioni. In Uganda, nelle aree settentrionali del paese, imperversa la Lord’s Resistence Army, il movimento fondamentalista cristiano di origine Acholi, che proviene dall’ Holy Spirit Movement (formatosi per la lotta al «male» attorno alla profetessa Alice Auma), guidato da Jospeh Kony con santuari nel Sudan meridionale e nel Congo. Tra il 2000 e il 2001 un prete italiano, Raffaele Di Bari, comboniano, e un prete ugandese, Peter Obote, vennero uccisi dalla Lord’s Resistence Army . Negli anni successivi i cattolici furono più volte colpiti, mentre venivano uccisi missionari (come il comboniano italiano di ottantaquattro anni, padre Mario Mantovani) e preti locali. Nel 2003, a Lachor, i ribelli assaltarono il centro di formazione per seminaristi dell’arcidiocesi di Gulu, rapendo 41 giovani (di essi 4, che erano stati feriti, sono stati uccisi per strada). Nello stesso anno veniva assaltata la missione cattolica di Pajule da ribelli che, sparando all’impazzata, uccidevano 4 bimbi. Qui era in funzione un centro di rieducazione di bambini soldato (dov’era ospitata anche una ragazza di tredici anni, strappata dalle mani dei ribelli e poi uccisa durante l’incursione). Queste azioni contro la Chiesa intendevano spargere il terrore tra la popolazione e manifestare la capacità di colpire della Lord’s Resistence Army. Anche in Sudafrica vari religiosi sono stati uccisi tra il 2001 e il 2007. Era gente, sudafricana o straniera, che non rinunciava a operare malgrado la forte situazione di insicurezza di parecchie aree del paese. Malviventi, rapinatori, aggressori colpirono vari religiosi anche in Kenya, bloccandoli per strada o entrando nelle loro case. Per i missionari, da anni, non è più sicuro vivere in Africa: le loro case sono sottoposte sovente a rapine o assalti. Oggi i missionari non sono solo quelli che provengono da paesi di antica tradizione cristiana. In Kenya è stato ucciso un padre bianco di quarantasei anni, Martin Addai, originario del Ghana, rettore del seminario teologico del suo istituto: si era formato in Zambia, aveva lavorato in Mozambico e in Ghana. Sempre in Kenya (dov’era da quarant’anni) ha trovato la morte anche un vescovo settantasettenne, Luigi Locati, impegnato nella lotta contro l’odio etnico. Aveva ricevuto varie minacce ed era stato contrastato nel suo tenace lavoro per mettere da parte la logica etnica nella Chiesa. La sua diocesi, eretta nel 1995, rappresentava nel Nord del Kenya un crocevia di popolazioni diverse con forti legami con la Somalia e il Kenya. Il vescovo conosceva bene Annalena Tonelli, che aveva lavorato presso di lui. In Africa ha trovato la morte anche un diplomatico vaticano, il nunzio in Burundi, monsignor Michael Courtney, ucciso in un agguato a cinquanta chilometri da Bujumbura, la capitale del paese.

AMERICA LATINA – La vicenda della Colombia, ostaggio della violenza della guerriglia (che si è trasformata però negli anni dandosi al narcotraffico), è il frutto di una situazione di conflitto che risale agli anni Sessanta. Nel 2000, a Cali, furono rapiti più di cento giovani, poi rilasciati. Isaias Duarte Cancino, arcivescovo di Cali, venne ucciso da due killer a volto scoperto. Il vescovo aveva alzato la sua voce contro i terroristi delle Farc e dell’Eln, ma anche contro le forze paramilitari. Nell’occasione del sequestro dei giovani, sopra ricordati, aveva scomunicato i ribelli che avevano condotto l’azione. Quello dell’arcivescovo di Cali non è un caso unico in Colombia. In questo paese molti sacerdoti, religiosi, religiose e laici, hanno perso la vita nel conflitto che insanguina la nazione da decenni. Tra il 2001 e il 2007 sono state segnalate una trentina di uccisioni di donne e uomini della Chiesa, colpiti perché impegnati nei negoziati, per il riscatto dei rapiti, uccisi per rapina e violenza, per ostacolare il loro impegno di educazione e di pacificazione. Anche i protestanti di Alleanza Cristiana hanno visto l’uccisione di quattro di loro durante un’irruzione di armati in una chiesa a circa seicento chilometri dalla capitale. La violenza è diffusa anche al di fuori della guerriglia. Si pensi al caso del paese centroamericano di El Salvador, dove la guerra civile è finita da quindici anni ma la società è ancora immersa nella violenza. Nel 2005 si è stimato un indice di 50 omicidi ogni centomila abitanti, mentre nel 2006 il 6% del prodotto interno lordo è stato speso nella sicurezza privata (con un esercito parallelo di 23.000 armati). Ma soprattutto la nascita delle maras, bande di giovani, adolescenti e quasi bambini, ha innalzato il clima di violenza. Non è un caso che in El Salvador, dal 2001 al 2007, le maras abbiano ucciso due sacerdoti e un laico. In Messico, dal 2001 al 2007, sono stati uccisi ben 7 sacerdoti, bersaglio di atti di violenza e di rapine. Uno di essi, il settantenne padre Ricardo Junious , oblato di Maria Vergine e statunitense, si era impegnato, negli ultimi tempi, per contrastare il traffico di droga e la vendita di alcolici ai minorenni nell’area della sua parrocchia. Nello stesso periodo, in Brasile, sono state segnalate le uccisioni di 8 sacerdoti brasiliani e missionari. Paulo Henrique Machado, prete brasiliano, è stato ritrovato ucciso alla periferia di Rio de Janeiro. Il giovane prete era conosciuto per il suo lavoro a favore dei diritti umani, mal sopportato dalle bande criminali locali. Tra l’altro aveva più volte denunciato i narcotrafficanti e sosteneva un gruppo di famiglie vittime del massacro nel quartiere di Nova Iguaçu. Tra i caduti in Brasile ci sono anche un laico uruguaiano, appartenente al Movimento dei Focolari, Alberto Neri Fernandez, e un sacerdote italiano, Bruno Baldacci, da quarantadue anni nel paese, che lavorava per strappare i giovani alla tossicodipendenza. Una forte eco ha suscitato l’assassinio da una suora statunitense, Dorothy Stang, uccisa nel febbraio 2005 nello Stato del Parà.

ASIA – I cristiani soffrono anche nei paesi in cui sono minoranza. È il caso del Pakistan musulmano, terra di forte insicurezza e grandi conflitti, politicamente assai fragile per le divisioni etniche, politiche, intraislamiche, oltre che per la pressione fondamentalista. Durante un’incursione in una chiesa hanno perso la vita anche tre laici e un sacerdote. Samuel Masih , arrestato nel 2003 con l’accusa di blasfemia (in base a una legge che rappresenta una permanente minaccia per le minoranze e non solo per loro), è morto nel 2004 dopo aver ricevuto gravi percosse e violenze. Altri due giovani cattolici hanno subito, per mano dei fondamentalisti, gravissime violenze, per cui hanno perso la vita. Nel 2002 una chiesa protestante di Islamabad è stata colpita da un attentato in cui sono morte 5 persone; altre 6 sono state uccise durante un attacco a Pace e Giustizia, un’organizzazione finanziata da cattolici e protestanti. Sono caduti anche alcuni musulmani che erano nei locali dell’istituzione durante l’azione. Nella vicina e immensa India sono stati segnalati molti casi di violenza nei confronti dei cristiani, religiosi o laici. In particolare, nel corso del 2008, c’è stata una rapida crescita di aggressività contro i cristiani dell’Orissa, già segnalatasi da tempo, ad esempio, con l’uccisione del missionario australiano Graham Stewart Staines con i suoi due figli nel 1999. Questo Stato indiano, con una popolazione del 40% di dalit (fuori casta) e di tribali, è caratterizzato da un forte sottosviluppo. È stato il primo Stato indiano, nel 1967, a varare una legge anticonversione. Qui i cristiani sono circa il 2%, ma arrivano al 5% nel distretto di Kandhamal (dove si sono svolte le maggiori violenze). C’è stato un forte movimento di conversioni al cristianesimo. Dalit e tribali subiscono attrazione verso cristianesimo e buddismo. L’adesione a queste religioni li fa uscire anche da una condizione di marginalità sociale. Sono almeno dieci anni che si manifestano violenze anticristiane nell’Orissa. Ma, nel 2008, hanno raggiunto il culmine con assassini, incendi di chiese, case, centri sociali della Chiesa, aggressioni a interi villaggi, tanto da determinare un esodo dei cristiani rifugiati in campi provvisori. I cristiani sono colpiti in varie parti dell’India da tempo. C’è la vicenda di un laico cattolico, Jacob Fernandez, ucciso nel novembre 2006 da un esaltato a colpi di machete. L’assassinio è avvenuto in un luogo significativo e antico del cristianesimo indiano, il santuario del monte di San Tommaso a Chennai, nello Stato del Tamil Nadu, dove si conserva la memoria del martirio dell’apostolo. In quel santuario, dove si vede una croce di origine siriaca, è racchiusa emblematicamente la storia delle origini del cristianesimo in India. Nel santuario, situato su una collina alla periferia di Chennai, in un quartiere in larga parte popolato da induisti, si percepisce davvero come il cristianesimo sia una religione tradizionale dell’India, con una storia che viene da lontano.

MEDIO ORIENTE – La situazione più tragica per i cristiani è forse quella dell’Iraq, dove viveva una comunità di circa 700.000 fedeli, ridotta oggi, con la guerra e il perdurante conflitto civile, a non più di 400.000 persone. La comunità più numerosa è quella dei caldei cattolici, con un loro rito liturgico e una tradizione che risalgono alla Chiesa d’Oriente, quel mondo cristiano che nel 424 aderì alla dottrina nestoriana. Per questo si trovò separata dalla grande Chiesa dopo il concilio di Efeso nel 431 e quello di Ca1cedonia nel 451. Questa Chiesa d’Oriente conobbe una grande espansione nel cuore dell’Asia centrale, sino all’India e alla Cina, sempre in posizione di minoranza. Restò radicata nella Mesopotamia e visse i tempi della conquista arabo-musulmana, poi turca, mongola e infine ottomana. I cristiani d’Oriente hanno conosciuto una storia di sofferenza, isolamento e decadenza. Ma resistettero, in larga parte unendosi a Roma (i caldei) e in parte restando autonomi (gli assiri). La loro presenza si ritrasse nell’area montagnosa più protetta (spesso in simbiosi con i curdi), il Nord dell’Iraq, il Sud dell’attuale Turchia e il Nordovest dell’Iran. Il loro dramma fu lo sterminio durante la prima guerra mondiale e il massacro degli assiri in Iraq nel 1933 (si erano qui rifugiati nella speranza di costituire uno Stato cristiano autonomo). Accanto ai caldei e agli assiri, in Iraq hanno resistito siriaci ortossi, siro-cattolici, armeni ortodossi e cattolici (reduci dalle grandi stragi del 1914-18), cattolici latini e protestanti. La loro condizione è stata quella di cittadini spesso umiliati, con il trattamento di dhimmi, ma caratterizzata da un forte attaccamento alle proprie tradizioni e alla propria identità. I cristiani iracheni, negli ultimi anni, hanno subìto una vera persecuzione messa in atto dai fondamentalisti, dalle bande armate, dai taglieggiatori. Nel 2002, nella capitale, una suora di settant’anni è stata trovata nuda e assassinata nel suo convento: «Siamo indubbiamente – commenta Sleiman – di fronte a una vendetta sacra». Si era ancora sotto il regime di Saddam. Ma successivamente le violenze si sono moltiplicate in modo esponenziale. Rapimenti, esazioni sui negozi e sui beni dei cristiani, violenze, minacce sono cresciuti in un quadro di insicurezza che coinvolge tutti gli iracheni. I cristiani sono un particolare obiettivo? E qual è il motivo di quest’odio? La violenza contro i cristiani è un indicatore della situazione di grave insicurezza in cui si trova l’Iraq di oggi. Ma i cristiani, in particolare, partecipano meno degli altri alle alleanze storiche delle tribù, ricevono meno protezione, sono oggetto dell’odio fondamentalista musulmano. Sono, soprattutto, una realtà umana che si rifiuta di entrare nella spirale della violenza. Viene da chiedersi perché la flebile e pacifica presenza cristiana sia considerata una realtà contro cui lanciarsi in modo tanto accanito. Le motivazioni vanno cercate nella mentalità imbarbarita dal fanatismo fondamentalista e dalla lotta di tutti contro tutti. Le umili comunità cristiane, antiche di storia, che vivono una dimensione umana e religiosa differente, sono «l’altro» da sopprimere. Tale soppressione rappresenta un passaggio necessario nella folle logica ideologica della costruzione di una società islamica. L’alterità cristiana in Iraq e in parte del mondo musulmano, come in altre situazioni di violenza e tensione, è quella di comunità pacifiche, che non combattono, non hanno il culto della violenza e del nemico. Tale posizione nella vita quotidiana, in un quadro di grandi tensioni, acquista un significato emblematico, paradossalmente viene considerata come il contrario di quel che è in realtà, cioè una provocazione a chi cerca lo scontro e a chi vive terrorizzando le popolazioni. In fondo i cristiani, non avendo una forza militare né assumendo un atteggiamento di lotta, sfuggono alla logica bellicosa e di terrore che le bande e le centrali terroristiche vogliono realizzare. La realtà del martirio del XXI secolo è quella di un mondo di cristiani che non viene aggredito dalla macchina dei regimi totalitari, bensì dalla violenza. Si tratta (si pensi proprio all’Iraq) di una violenza cieca, che colpisce non solo i cristiani. Molti di essi, specie religiose o religiosi, non si sono voluti proteggere: hanno continuato a vivere tra la gente senza difesa, sono rimasti a operare in terre dove imperversa la barbarie. La violenza cieca che si abbatte su quelle regioni non è stata motivo sufficiente perché si ritirassero. Ma ci sono atti mirati contro i cristiani, come si è finora detto, perché essi rappresentano una presenza «altra» rispetto alla logica del terrore. La loro alterità suona quasi come una protesta umile e silenziosa e come un’alternativa autentica. La loro fede li rende diversi dal clima intossicato in cui vivono. Per questo, in una situazione di violenza diffusa, anzi in un quadro dove la violenza diventa quasi una regola di vita, questi cristiani vanno soppressi.

Martiri. Testimoni dell’Agnello nel XXI secoloultima modifica: 2009-07-13T17:42:03+02:00da borgosotto
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