Per Paolo Prodi l’enciclica sociale di Benedetto XVI manca di senso tragico: “Il mercato è conflitto”

di Marco Burini, IL FOGLIO 15.7.09

Lo storico bolognese legge la “Caritas in veritate” e ritrova la tradizionale dottrina cattolica della terza via. “Ma la Chiesa è profezia, non retorica del dono”

 Bologna. Meno stato meno mercato, titolava qualche giorno fa il Foglio presentando la nuova enciclica sociale dèl Papa, la “Caritas in veritate”. Meno stato meno mercato e più dono, viene da aggiungere per precisare il senso di un documento che sfugge a facili catalogazioni. Inutile arrovellarsi se Ratzinger abbia sbandato un po’ a sinistra accogliendo istanze terzomondiste o abbia difeso la trincea liberal-liberista bombardata dalla crisi planetaria. Forse serve uno sguardo pluridisciplinare che sappia vagliare i diversi strati dell’enciclica senza semplificazioni di comodo.

Per questo abbiamo chiesto un’analisi a Paolo Prodi, professore emerito dell’Università di Bologna, autore di studi fondamentali sulle istituzioni che hanno fatto la storia dell’occidente come il Papato e il mercato. Un uomo che sa molto di storia ma anche di economia, politica e teologia. E che mostra qualche perplessità sull’illustre collega. “In effetti Raztinger parla con un tono un po’ professorale, più da teologo che da Pontefice”, ci dice. Prodi non arriva ai rilievi forti e quasi sarcastici del suo amico Otto Kallscheuer, il filosofo tedesco che giovedi scorso, su questo giornale, ha parlato di “agostinismo molle”, cioè di un Ratzinger ancora in debito con sant’Agostino ma stavolta senza il suo pathos. Però anche lo storico bolognese ha avuto l’impressione di “un quadro enciclopedico che non vuole lasciare spazi vuoti”, a scapito di una lettura profetica della situazione attuale. “L’enciclica tenta di fare una sintesi globale della Dottrina sociale della chiesa che va da Francesco Vito negli anni Quaranta, con il suo insegnamento sull’economia a servizio dell’uomo, fino alle tesi odierne di Amartya Sen. Sintesi che si situa nell’alveo di quello che negli ultimi anni è diventato un fiume, cioè la necessità di radici etiche per l’economia. Su questo siamo tutti d’accordo, è evidente. Quello che invece può essere oggetto di critica è il tentativo di far rientrare questo tema nella grande dialettica ragione-fede. Lo si capisce fin dal titolo dell’enciclica”. La parola verità ricorre moltissime volte (una sessantina solo nell’introduzione), mancano invece termini come occidente ed Europa, capitalismo e marxismo ma anche furto e rubare. L’economia viene articolata quindi come il nuovo capitolo del discorso programmatico di Ratlsbona, nel settembre 2006, quando il Papa rivendicava l”’allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa”. “Infatti – osserva Prodi – con questo documento Benedetto XVI cerca di fissare delle coordinate metastoriche all’economia. Ma questa sottrazione alla storia fa problema”. Una critica a Ratzinger che si trova già nel saggio di Prodi “Settimo non rubare. Furto e mercato nella storia dell’Occidente”, pubblicato recentemente dal Mulino. In effetti, nell’enciclica manca una ricognizione storica sul mercato e scarseggiano i riferimenti geografici. “Non c’è nulla di tutto ciò, se non un accenno ai Monti di pietà come antesignani del microcredito – ma è un accostamento storicamente improponibile come dimostrano diversi studi -, mentre la visione del mondo contemporaneo manca di senso drammatico. Eppure ne servirebbe un po’ di fronte a questa globalizzazione, con problemi come la scarsità delle risorse e lo sviluppo delle biotecnologie. Non si può più parlare di sviluppo come faceva Paolo VI quarant’anni fa”. In realtà, l’enciclica si dilunga sui rischi del progresso tecnologico. “Sì, ma non mette in gioco il tema della salvezza personale che invece è proprio del discorso religioso. Non salta fuori il tema del peccato, del male”. Eppure il paragrafo 34 è dedicato alla “natura ferita”, al peccato originale che condiziona pesantemente anche i rapporti economici. “Certo, si applica il peccato originale alle degenerazioni economiche. Ma poi si introduce subito il principio di gratuità. Il peccato originale è un’ombra che può essere vinta dalla logica del dono”. Spulciando le note Prodi si è imbattuto in un’altra sorpresa. “Manca quasi del tutto la Scrittura e i Padri della chiesa, mentre si citano quasi soltanto Pontefici”. Paolo VI su tutti, in maniera cosi ampia e dettagliata da far pensare che la “Caritas in veritate” sia una glossa della “Populorum progressio”. “Mi pare un documento un po’ autoreferenziale – conviene Prodi -. Ricorda molto il discorso di Paolo VI alle Nazioni Unite (il 4 ottobre 1965, ndr) in cui già si accennava alla nascente globalizzazione. Giovanni Paolo II resta in secondo piano, soprattutto la Laborem exercens (del 1981, novantesimo anniversario della prima enciclica sociale, la Rerum novarum di Leone XIII, ndr) che invece io ritengo il documento magisteriale in materia più importante degli ultimi decenni; padre Sorge l’aveva definita una profonda meditazione sul lavoro umano più che un’enciclica sociale in senso classico. Di fronte alla crisi delle ideologie e grazie all’esperienza polacca di Solidarnosc, Papa Wojtyla aveva cercato un’altra strada rispetto alla dottrina cattolica tradizionale”. Oggi qualcuno respinge l’immagine di Wojtyla fautore di una terza via tra capitalismo e comunismo. “Infatti lui non cercava una terza via ma il modo di uscire dalle rovine del comunismo senza cadere nel capitalismo. Giovanni Paolo II si era immerso nella caduta delle ideologie. E’ invece nella Caritas in veritate che riemerge la tradizionale dottrina cattolica della terza via”. Lei, al termine del suo saggio sul mercato, chiede esplicitamente di “rivedere la ‘dottrina sociale cristiana’ come si è sviluppata dall’Ottocento a oggi”. “Ne va ridiscusso il senso – spiega lo storico di Bologna in un’epoca come la nostra in cui non esiste il capitalismo da una parte il comunismo dall’altra, e in mezzo un’altra via”. Storicamente la dottrina sociale della chiesa è nata come risposta alle forme del pensiero politico moderno, al liberalismo prima e al socialismo poi; ai tempi del Concilio Vaticano II si discusse a lungo sulla sua natura e, siccome non si arrivava a un consenso, la “Gaudium et spes” evitò l’uso della categoria. “Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale”, scriveva Paolo VI nell’enciclica “Octogesima adveniens”, nel 1971; un passaggio ripreso in nota dalla stessa “Caritas in veritate”. Secondo Prodi, anche la distinzione tradizionale tra le diverse forme di giustizia da applicare agli scambi, ripresa nell’enciclica al paragrafo 35, è da rivedere. “Giustizia commutativa uguale mercato e giustizia distributiva uguale stato è un’equazione che negli ultimi secoli non tiene più; storicamente l’intervento statale non è puramente distributivo ma determina la direzione del mercato. Siamo tutti d’accordo che l’obiettivo dell’economia è il bene comune ma il problema è se questo avviene in una dialettica di interessi tra la ricerca del profitto e il bene comune. In altre parole, il nocciolo della questione sta nel confronto serrato tra mercato e democrazia. Se invece si parte dall’idea che lo stato si mescola col mercato, a me non sta bene. Non perché sono statali sta ma perché voglio difendere il conflitto tra i due poli”. Per questo lo storico bolognese diffida della logica del dono quale modello economico alternativo che è invece uno dei punti di forza di Stefano Zamagni, uno dei principali collaboratori di Benedetto XVI nella stesura dell’enciclica; al paragrafo 46 si dice chiaramente che la distinzione tra imprese profit e non profit è obsoleta. “A me il non profit va bene quando è espressione della carità, non della giustizia!”, ribatte Prodi. Eppure tutta la parte teorica del documento è tesa a dimostrare che la carità non è sinonimo di beneficenza. “Infatti il nodo è questo, il rapporto tra giustizia e carità. Ma è un compito della politica. Faccio un esempio: le delocalizzazioni di cui parla anche l’enciclica. Quando un imprenditore è costretto a delocalizzare per non uscire fuori dal mercato fa male? Se così fosse così il discorso diventerebbe moralistico. Nel mercato prevalgono sempre gli interessi, pure per le associazioni non profit quando raggiungono certe dimensioni”. Il mercato ha una sua durezza inaggirabile. “E’ solo la politica che può dare le regole, non la nascita di un settore non profit nel mercato. La commistione tra profit e non profit si presta a strumentalizzazioni”. In realtà, al paragrafo 39, si dice che “il mercato della gratuità non esiste e non si possono disporre per legge atteggiamenti gratuiti. Eppure sia il mercato sia la politica hanno bisogno di persone aperte al dono reciproco”. “Hanno bisogno della chiesa! – ribatte Prodi sorridendo – Chiesa come elemento di contraddizione, come profezia, testimonianza. Il cristiano ha il compito di prefigurare la tensione che pervade queste trasformazioni. Questo c’è poco nell’enciclica”. Però i toni salgono quando il Papa critica culture e religioni che “ingessano la società in caste sociali statiche, in credenze magiche irrispettose della dignità della persona, in atteggiamenti di soggezione a forze occulte” (paragrafo 55), un riferimento implicito al grande calderone asiatico. Lei stesso ha individuato in Confucio il patrono di questa economia globalizzata che riassorbe la dialettica mercato-democrazia, come l’antica economia palaziale in cui il commercio si esercitava solo dentro il recinto sacro. “Certo si pone un problema tra le religioni della salvezza e altri culti in cui il sacro, il politico e l’economico tendono a saldarsi. Il mercato occidentale si basa invece sulla salvezza personale, non solo in senso calvinista. E’ su questo piano che si conciliano giustizia e carità, non costruendo una società kantiana”. L’ottimismo riformista che per Giancarlo Galli, intervistato settimana scorsa dal Foglio, è il pregio di questa enciclica, “per Prodi è invece il suo limite. “Manca il senso del tragico, mentre io concepisco la storia come conflitto permanente. Se davvero si realizzasse una società di tipo kantiano, la chiesa che fine farebbe?”.

Per Paolo Prodi l’enciclica sociale di Benedetto XVI manca di senso tragico: “Il mercato è conflitto”ultima modifica: 2009-07-15T19:12:23+02:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

6 pensieri su “Per Paolo Prodi l’enciclica sociale di Benedetto XVI manca di senso tragico: “Il mercato è conflitto”

Lascia un commento