Se donare Bibbie costa la vita in nord Corea

di Andrea Riccardi, Il Corriere della Sera 25 Luglio 2009

Una madre di famiglia, accusata di aver distribuito Bibbie, è stata giustiziata in Corea del Nord. La notizia, filtrata in modo fortunoso dal regno del silenzio di Kim Jong-II, riaccende l`attenzione sul Paese, non solo per l`arma atomica dopo l`ultimo test nucleare. I coreani sono purtroppo «uno dei popoli più brutalizzati del mondo», afferma Amnesty International. Il duro controllo sulla popolazione, con campagne di terrore e un sistema concentrazionario, si accompagna al culto del Caro Leader, espressione di una monarchia rossa nei cui caratteri si mescolano stalinismo e dispotismo asiatico.
In una stagione di alleggerimento è stata consentita l`apertura di tre chiese a Pyongyang frequentate per lo più dai pochi stranieri. Ma siamo lontani anche dalla minima libertà di culto, anzi immersi in una società che non tollera nessuna convinzione personale.

Cosa rappresenta infatti una cristiana da motivare la condanna a morte? Quale minaccia è una Bibbia? Eppure la Bibbia risuona come una parola diversa in un totalitarismo senza eccezioni, come la Corea, con una carica «liberatoria» cui in Occidente non siamo abituati. Del resto i regimi comunisti sentono da sempre il cristianesimo, anche debole, come minaccia. Hanno risposto con un terrore sproporzionato rispetto alla possibilità politica di agire dei cristiani.
Il sacrificio cruento dei credenti ha rappresentato non solo una misura di controllo, ma un rito che celebrava l`idolatria di massa dell`onnipotenza del partito. Con lo zelo di una nuova religione, la lotta per un mondo nuovo doveva sradicare la fede vissuta. Così è stato in Unione Sovietica. Ma anche in Albania, trasformata in ateocrazia con l`abolizione delle religioni nel 1967. Chi l`ha conosciuta, come chi scrive, ricorda quanto i cristiani superstiti non rappresentassero alcun pericolo per un potere totale; eppure erano eliminati implacabilmente. Chi crede in una dimensione spirituale sembra resistere e contestare silenziosamente la religione del paradiso terrestre comunista. Va combattuto con zelo religioso. Il comunismo coreano poi, con il culto del leader, ha assunto un carattere di religione di massa. Sono storie di paradisi promessi che divengono lager.
La dolorosa vicenda della donna coreana sembra appartenere a un tempo lontano, quello della Cambogia o dell`Est comunista. Invece è di oggi e ci richiama alla vita impossibile dei pochi cristiani coreani (forse 30 mila). È una storia che non finisce. La fede cristiana fa paura ai regimi tirannici. Addirittura è la paura del libro della Bibbia. In realtà le esistenze cristiane, pur in spazi limitatissimi, rappresentano spesso un approdo umano in mondi disumani, una silenziosa testimonianza di libertà, per cui c`è un oltre che non fa cedere.
Per Giovanni Paolo II il Novecento è stato secolo del martirio. Ma la vicenda continua nel primo decennio del XXI secolo. Sono i dolori delle minoranze cristiane in India o nel mondo islamico. È il martirio di pacifici, che rappresentano una resistenza alla «violenza diffusa» in non poche regioni del mondo. Scriveva Andrea Santoro, prete romano ucciso in Turchia nel 2005: «Assistiamo a spettacoli di ferocia disumana. Ma l`alternativa alla ferocia è la carità». La pratica della fede e della carità viene recepita come alternativa e talvolta esecrata con violenza. Tenere desta l`attenzione a queste vicende ci allontana da una visione troppo ristretta, che gira attorno a noi in modo gaio o vittimista. Ci fa riflettere su tanta barbarie, ma anche su uomini e donne umili e forti.

Se donare Bibbie costa la vita in nord Coreaultima modifica: 2009-07-26T18:07:32+02:00da borgosotto
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