La parabola dell’umanesimo ateo (B.Forte)

Bruno Forte in Avvenire, 19 agosto 2009

Nel dibattito accesosi in que­sti giorni sulla stampa in­torno al concetto di nichili­smo e di umanesimo ateo, a partire dalla frase pronunciata da Benedet­to XVI nell’Angelus del 9 agosto ri­guardo ai «lager nazisti, simboli e­stremi del male, come il nichilismo contemporaneo», vorrei inserirmi concentrandomi su un’unica do­manda, quella che dal punto di vista delle conseguenze pratiche mi ap­pare la più decisiva: è possibile un’e­tica senza Trascendenza? Può esser­ci un codice morale normativo e condiviso senza il riferimento a Dio, all’«ultimo Dio»?
Se sì, dove fondare l’esigenza assoluta di fare il bene e di evitare il male, dal momento che non esisterebbe alcun assoluto a cui ancorarla? O il bene si giustifica da sé e si impone con un’evidenza tale da non richiedere ulteriori motiva­zioni? E il male? È anch’esso così e­vidente da non supporre alcun im­perativo categorico, rispetto a cui porsi come controcanto, negazione ostinata e perfino beffarda del «co­siddetto bene»?

La parabola dell’umanesimo ateo (B.Forte)ultima modifica: 2009-08-21T23:09:51+02:00da borgosotto
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