A proposito della Perdonanza. L’Osservatore risponde a Mancuso

Quando si ignora la storia

 

 

di Lucetta Scaraffia

“Nella chiesa antica la penitenza era una cosa seria. Riguardava peccati come l’omicidio, l’apostasia, l’adulterio e veniva amministrata in forma pubblica”. Così comincia un articolo di Vito Mancuso su “la Repubblica” che si può definire, già a un primo sguardo, carente particolarmente sul piano storico:  proprio quel tipo di sapere di cui il teologo si serve per attaccare il cardinale segretario di Stato per un incontro che sarebbe dovuto avvenire in un’occasione istituzionale ben definita. Mancuso dovrebbe sapere che anche nella Chiesa di oggi la penitenza è una cosa seria, tanto da non dover venire confusa con polemiche contingenti come quelle a cui sono usi i giornali.
Per questo la Chiesa in Abruzzo festeggia ogni anno il ricorrere della Perdonanza, cioè il dono del perdono che Celestino V aveva fatto al popolo della sua regione sia per carità spirituale che per aiutarlo dal punto di vista economico:  l’occasione della Perdonanza – come del resto anche il Perdono che si celebrava il 2 agosto ad Assisi – attirava infatti pellegrini e penitenti in luoghi solitamente poco frequentati dai viaggiatori, apportando ai locali qualche guadagno. Perché anche Celestino, in cui i contemporanei videro incarnato il papa angelicus, sapeva che accanto agli aiuti spirituali erano indispensabili incentivi materiali per soccorrere popolazioni molto povere. E proprio per l’importanza data al perdono la Chiesa ha celebrato il grande giubileo di nove anni fa, sottolineando costantemente che al pellegrinaggio è indispensabile accompagnare il pentimento, la confessione e il cambiamento di vita. E quest’anno, dopo il grave terremoto che ha funestato l’Abruzzo, alla ricorrenza della Perdonanza si è comprensibilmente data particolare solennità con la presenza del segretario di Stato a rappresentare il Papa.

A proposito della Perdonanza. L’Osservatore risponde a Mancusoultima modifica: 2009-08-29T10:16:00+02:00da borgosotto
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Un pensiero su “A proposito della Perdonanza. L’Osservatore risponde a Mancuso

  1. Con tutto il rispetto, i riferimenti storici di Mancuso potranno essere imprecisi o forzati, ma rimane a mio parere una questione che le precisazioni storiografiche, pur con l’aria di puntualizzare e circoscrivere i problemi, lasciano del tutto senza risposta. Ovvero: non si discute in questi giorni dei fatti privati di una persona – il presidente del consiglio – bensì dell’evidenza alla quale quei fatti rimandano, e cioè che la politica del presidente del consiglio si svela oggi come una forza del tutto strumentale, sfornita di alcun principio o “valore”: perché i suoi comportamenti privati sconfessano le sue prese di posizione politiche sugli stessi temi cui quei comportamenti fanno oggettivamente riferimento. Berlusconi faceva attivamente a pezzi la sua famiglia mentre andava al family day.

    Moralismo superficiale? Senza ironia, vorrei essere persuaso che non abbia una radice in ultima analisi schiettamente cristiana proprio la richiesta di coerenza tra comportamento “privato” e pubblica professione di fede, che questa richiesta non riguardi quella sfera di rapporti che nel Vangelo è richiamata con l’immagine dei sepolcri imbiancati, e che invece domandarne il rispetto equivalga a una caduta “moralistica” o nel “gossip”, come invece ripetono la fanfara mediatica del presidente del consiglio o i direttori dei più importanti telegiornali per giustificarne l’omissione dai loro notiziari. Di nuovo senza ironia, e con animo genuinamente aperto al dubbio: si mostri, se si può, la distinzione che rende ciò che qui è all’opera un moralismo e non un’istanza che si ritrova nel Vangelo.

    Nell’articolo si fa riferimento alla confessione individuale e auricolare, pratica alla quale personaggi che per il resto si iscrivono in modi di pensiero di fondamento individualistico pretenderebbero di imporre un’eccezione allo scopo di ottenere la pubblica condanna di un peccatore piuttosto che del peccato. Di nuovo, a me non pare si tratti di questo o solo di questo: per una Chiesa che si vuole istituzione poiché si professa latrice di un messaggio che viene prima ed emenda l’attuale individualismo (ricordiamoci i discorsi di questi anni sulla dimensione inevitabilmente pubblica della fede), attenersi in questo caso al semplice profilo “privato” del peccato e quindi alla cura schiettamente individuale delle anime significa disconoscere appunto la propria pretesa istituzionale, che altrove non può fondarsi se non nella consapevolezza di sapere cosa è il bene comune. Pretesa che invece qui si dimette perché, limitandosi alla cura individuale dell’anima, ci si impone di tacere un fatto dalle ricadute squisitamente politiche che proprio il bene comune riguardano, e cioè la natura demonicamente strumentale del potere attuale. Di questo potere, che sembra al suo vertice sposare ogni causa purché questa gli porti un tornaconto buono per la propria perpetuazione, e che dunque da ultimo nessuna causa, men che meno quella cristiana, riconosce.

    Certo, non si potrà condannare pubblicamente il peccatore, perché giustamente non si cerca l’umiliazione o il ludibrio di questi, e la penitenza poi è cosa seria. Mi sembra però che l’opzione per il silenzio, o per una forma di convivenza non chiara con chi d’altronde si riconosce implicitamente come peccatore se chiede di partecipare (e con rilievo mediatico) a un avvenimento che si chiama “perdonanza”, lasci aperte queste domande: è o no una questione che attiene al bene comune di una Chiesa che è anche istituzione la relazione che si tiene con il potere politico? La cura individuale delle anime esaurisce in questo caso ogni discorso possibile, oppure limitarsi a tale cura sarebbe come ammettere una capacità meramente “profetica” perché solo di una forza futuribile e sempre potenziale si tratterebbe, e non mai invece istituzionale? Ancora: se si intende avere un rapporto concreto e positivo con un potere che si scopre – come accade in questi mesi – quale scatenato machiavellismo, non si corre il rischio di giungere a conseguimenti favorevoli, ma solo nella misura che questo nichilismo della pura strumentalità consentirà nell’ambito dei suoi disegni?

    Ma soprattutto: se il prezzo per tali conseguimenti è la rinuncia a qualificare pubblicamente tale potere come puramente strumentale e quindi anche cieco e in definitiva malvagio (e qualificare come tale il potere non equivale a squalificare il peccatore), pagare tale prezzo non significa rinunciare alla natura che la Chiesa reclama per sé di agenzia “condannata” a dire il vero?

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