Una chiesa della precarietà, bel segno dei nostri tempi

default2.jpg di Enzo Bianchi 

in “Jesus” del dicembre 2009

Oggi, e non solo in campo economico e occupazionale, si parla sempre più spesso di «precarietà», termine che etimologicamente contiene il significato di ciò che è ottenuto con la preghiera (prex), dunque frutto della grazia, ma indica ormai e soprattutto ciò che è provvisorio, non garantito per sempre

Tutto ciò che l’uomo ha, in realtà è precario. La stessa condizione umana è precaria, perché mutevole, instabile, fragile: ogni essere umano è sempre destinato a nascere, crescere e poi decadere fino a morire. Dovrebbe sempre meravigliarci il fatto che Dio creò cose precarie, ma, avendole create, «vide che erano buone e belle» (cf. Gen 1,4.10.12.18.21.25). Poche cose sono precarie come un fiore ma chi, siccome il fiore è precario, non sa vederne la bellezza?

Noi cristiani purtroppo abbiamo rimosso la precarietà, soprattutto quando pensiamo alla chiesa e alle realtà spirituali da noi intraprese. Ci sentiamo garantiti dalla parola di Gesù: «Non praevalebunt» (Mt 16,18), interpretandola in modo illegittimo. Gesù infatti non toglieva la precarietà alla comunità cristiana, ma assicurava solo che l’inferno non avrebbe avuto l’ultima parola sulla chiesa di Dio.

Ma noi sappiamo dalla storia che le comunità cristiane, anche quelle che sembravano grandi, salde, forti, influenti e potenti, a un certo punto si sono mostrate talmente precarie da essere cancellate. Sì, per molti secoli almeno qui in Europa la chiesa, la chiesa cattolica innanzitutto, è sembrata potente e piena di garanzie, ma oggi ecco i cristiani ridotti a minoranza in un mondo indifferente; e in questa chiesa le comunità cristiane, comprese quelle religiose, finiscono sempre più per riconoscersi fragili, deboli, precarie…

Ma in verità questa è la situazione normale dei cristiani nel mondo: anormale era, se mai, la cristianità da Costantino fino ai tempi moderni! Gesù aveva indicato i discepoli come sale, luce, città posta sopra un monte (cf. Mt 5,13-16), aveva letto la dinamica del Regno come quella del lievito nella pasta (cf. Mt 13,33) e aveva chiamato la sua comunità «piccolo gregge». Essere una piccola realtà, essere minoranza non significa essere insignificanti, così come essere deboli, fragili, non significa essere spiritualmente decadenti! Oggi noi vediamo molte comunità religiose «precarie», povere di uomini o di donne, poco efficienti e poco visibili, incapaci di imporsi e di essere una presenza che si fa sentire… Eppure, sovente minoranze creative e convinte hanno saputo cambiare la dinamica della storia: come dimenticare che il cristianesimo è nato nella forma di una comunità di una ventina di persone, coinvolte nella vita di Gesù, a loro volta fragili fino al tradimento, al rinnegamento, all’abbandono del loro maestro e profeta? Ciò che conta ancora oggi è che le comunità cristiane – povere e deboli, oppure numerose e forti – siano evangeliche, cioè vivano secondo il Vangelo, lo testimonino, siano segni di narrazione di Gesù Cristo e del comandamento nuovo lasciato loro da Gesù (cf. Gv 13,34; 15,12). L’identità cristiana non dipende da una visibilità ostentata, mediatica, ricercata a ogni costo in modo che tutti siano obbligati a constatarla. La visibilità dei cristiani, se è conforme al Vangelo, è una visibilità epifanica, sacramentale, «significativa», capace cioè di «fare segno»: la chiesa non è chiamata a esibire se stessa, bensì a indicare il mistero di Cristo.

Nessuna spiritualità del nascondimento, ma anche nessun esibizionismo. Esiste purtroppo un mutismo cattolico, soprattutto un’afasia dei cattolici nelle istituzioni della polis, e questa è una patologia che svela una scarsa convinzione, dunque una fede debole. Ma la tentazione per i cristiani è duplice: da un lato il rischio dell’allineamento conformista alla mondanità, che si esprime in una spiritualità senza contorni, liquida, che vuole assicurare a ciascuno il diritto all’autorealizzazione e che pretende di andare incontro ai desideri della gente. D’altro lato, il rischio speculare del ripiegamento identitario, la tentazione di ostentare sicurezza, di costituire un presidio difensivo, di alzare una voce intransigente.

Ma l’apostolo Paolo confessava «quando sono debole, allora sono forte» (2Cor 12,10), e questo può essere vissuto anche nelle situazioni di precarietà comunitaria. Ora, in questi decenni siamo passati da una chiesa potente a una chiesa fragile, da una chiesa rivale, concorrente a una solidale, da una chiesa inclusiva e vorace a una chiesa dell’incontro e del confronto, da una chiesa del numero a una chiesa che fa segno. Non è questo un itinerario evangelico di cui dovremmo rallegrarci?

Enzo Bianchi

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Una chiesa della precarietà, bel segno dei nostri tempiultima modifica: 2009-12-06T22:12:00+01:00da borgosotto
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