Le ragioni cristiane dell’ecologia (E.Bianchi)

La Stampa, 20 dicembre 2009

Mentre l’attenzione mondiale era rivolta alle discussioni di Copenhagen sul clima della terra e quella italiana alle conseguenze del gesto di uno psicolabile sul clima della convivenza civile, il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della pace del prossimo 1° gennaio è passato praticamente inosservato. Eppure la tematica scelta quest’anno è di cocente attualità nel suo indicare il nesso profondo tra la pace e la custodia del creato. Pace, infatti, non è solo assenza di guerre – anche se questo è quanto attendono da troppo tempo ormai tanti uomini e donne nelle più diverse regioni del globo – ma anche una vita piena, in armonia con la creazione, abitata dalla memoria riconciliata con il passato, dalla giustizia per il presente, dalla speranza per il futuro. Così, riprendendo e sviluppando alcune tematiche già presenti dell’enciclica Caritas in veritate, Benedetto XVI sottolinea alcuni elementi irrinunciabili nella riflessione contemporanea sui problemi che affliggono il mondo.

Innanzitutto, la consapevolezza della responsabilità che noi esseri umani abbiamo nei confronti dell’ambiente naturale e dei più deboli tra noi, in particolare “i poveri e le generazioni future”. Poi la capacità che la chiesa, “esperta in umanità”, ha di ribadire “l’urgente necessità morale di una nuova solidarietà” – inter-generazionale e intra-generazionale, capace cioè di proiettarsi “nello spazio e nel tempo” – che nella situazione odierna non può che coniugarsi con “una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo” e con la “sobrietà”. Ma vi anche la percezione di una dicotomia sempre più pronunciata tra i rari “progetti politici lungimiranti” e i sempre più frequenti “miopi interessi economici”: dicotomia particolarmente preoccupante oggi che la politica, anche mondiale, pare appiattirsi sull’economia, quasi rassegnata a divenirne serva impotente.

Il testo del papa ci ricorda con efficacia che l’interesse alla creazione, e dunque al rapporto dell’umanità con essa, è un’istanza della fede biblica: esistono “ragioni cristiane” assolute e precise per l’ecologia, ragioni mai separabili, appunto, dal tema della giustizia e della pace. La tradizione cristiana, infatti, non può e non sa separare giustizia ed ecologia, condivisione della terra e rispetto della terra, attenzione alla vita della natura e cura per la qualità buona della vita umana: sono due aspetti di un’unica urgenza: contrastare il disordine, la volontà di potenza, far regnare la giustizia, la pace, l’armonia. La terra è desolata quando viene meno la qualità della vita dell’uomo e della vita del cosmo, e la qualità della vita umana dipende anche dalla vita del cosmo di cui l’uomo fa parte e nel quale è la sua dimora.

Così, nell’affrontare la questione ecologica, Benedetto XVI mostra di avere a cuore che questo annuncio cristiano sia proclamato con un linguaggio antropologicamente comprensibile da tutti e capace, nel contempo, di rimarcare le peculiarità che gli impediscono di cedere “a un nuovo panteismo con accenti neopagani”. Già i profeti dell’Antico Testamento avevano sì cercato di annunciare il futuro che attende la creazione con immagini poetiche, pastorali – l ’agnello e il lupo che pascolano insieme, il lattante e la serpe che insieme giocano, il deserto fiorito… – ma con lo scopo di destare negli uomini un’attrazione non per ciò che è perduto, bensì per ciò che sta davanti come una vocazione e una promessa. Queste immagini giunte fino a noi non intendono inculcare una nostalgia per culture non più attuali o chiedere una conservazione verginale della natura: questa non è un patrimonio originale inviolabile e immacolato, e occorre vigilare più che mai perché non finisca per essere divinizzata o sacralizzata quale “Gaia”, divina madre vergine e immacolata che chiede di essere preservata da ogni intervento umano. Per questo il messaggio del papa esorta a vigilare anche su un altro pericolo: nella crisi di rapporto tra l’uomo e l’alterità della creazione – alterità che l’uomo oggi non sa rispettare, tentato com’è di assorbire in se stesso tutto ciò che gli sta di fronte – appare la tentazione di eliminare “la differenza ontologica e assiologica tra la persona umana e gli altri esseri viventi”.

Non va dimenticato che la nostra generazione è forse la prima nella storia a essere cosciente che dalle proprie scelte dipendono la vita o la morte degli esseri, del pianeta, e questa consapevolezza purtroppo deriva da evidenze che si impongono: dall’aria viziata, dalle acque avvelenate, dal suolo mortificato e sfruttato, dal deserto che avanza. La verità è che viviamo un’errata relazione con la materia del mondo, non sapendo in essa riconoscere l’opera vivificante dello Spirito santo che ci richiederebbe un rapporto di rispetto e di amore. Le creature sono per noi un oggetto neutro di consumo, oggetti che servono a soddisfare i nostri desideri, strumenti per il nostro benessere senza limiti e senza leggi.

Eppure anche in questo esigente discernimento, i cristiani avrebbero davanti a sé il cammino tracciato da Gesù, l’ “uomo secondo Dio” che ha saputo vivere con la creazione in modo esemplare. Il suo agire messianico non riguardava solo il rapporto con gli esseri umani ma anche con la creazione: Gesù ha amato la terra, le è restato fedele, si è mostrato un contemplativo della creazione, capace di vedere in essa “un dono di Dio a tutti” – come ricorda Benedetto XVI – e una responsabilità per l’uomo. Riconciliato con la natura, con gli animali, con le fatiche umane, con la realtà quotidiana, dalla contemplazione della natura Gesù ha saputo trarre lezione e consolazione, ha saputo rispondere al gemito presente in ogni cosa. I cristiani, alla sua sequela, di fronte “al deserto che avanza” annunciato da Nietzsche, di fronte alla terra sempre più desolata, dovrebbero imparare a scorgere nella profondità della creazione la “signatura rerum”, la scrittura delle cose, le loro lacrime e le loro lodi. Allora forse saprebbero rivolgere in modo credibile ai loro fratelli e sorelle in umanità il pressante appello cui Benedetto XVI ha voluto dar voce: “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”.

Enzo Bianchi

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