Gli sguardi e le parole

di Susanna Tamaro,  CORRIERE DELLA SERA di domenica 17 gennaio 2010

La mia prima passione infantile sono stati i sassi, i minerali. Tornavo a casa con le tasche piene, li sistemavo in ordine in piccoli cassetti. Erano solidi, belli, concreti. Dai sassi, grazie a un libro, sono passata a interessarmi della terra e da lì ho scoperto quello che mai avrei potuto immaginare. Sotto di noi, sotto i nostri piedi, molto in profondità, c’era un cuore di fuoco, un cuore incandescente, pronto ad esplodere. Sarà stato in quel momento che la mia vocazione di naturalista si è trasformata in quella di scrittore? In qualche modo, penso di sì. Quel cuore di fuoco pone domande, rende le notti insonni, può muoversi secondo i suoi capricci mentre stiamo dormendo, mentre stiamo mettendo a letto i nostri figli, durante una passeggiata. Quel cuore di fuoco si muove e provoca morte e distruzione. Tutto quello che c’era, all’improvviso non c’è più o c’è in modo diverso. La terra è sinistramente instabile sotto ai nostri piedi, ed è quello che troppo spesso dimentichiamo. L’apparenza ci appaga, ci tranquillizza, ci spinge a credere che tutto sia sempre sotto controllo, che solo noi siamo padroni dei nostri giorni da ora e per sempre, per generazioni e generazioni.

Personalmente, sono stata testimone diretta di un devastante terremoto, quello del Friuli del 1976. Ricordo il trambusto, la corsa nel buio, la polvere, la folla confusa e terrorizzata che mi spintonava. «L’epicentro è al nord della Germania» aveva gridato qualcuno e così quella notte, in aperta campagna, sdraiata sulla terra che sussultava, con gli alberi intorno che oscillavano come fossero quelli di una nave in tempesta, ho immaginato l’Europa rasa al suolo e mi sono chiesta se fosse un privilegio o meno l’essere sopravvissuta. Vedevo i lupi scendere dai boschi e invadere i palazzi scoperchiati, in cerca di cibo. La notte era scesa sull’Europa. Poi, col mattino, è tornato il sole. Un sole caldo, oppressivo. Polvere ovunque, calcinacci, distruzione. Arrivavano ambulanze, elicotteri. Dunque l’Europa esisteva ancora, quello che non esisteva più era la mia soddisfatta certezza dei giorni. In un mondo dominato dal delirio onnipotente della tecnologia, le catastrofi naturali ci parlano, ci ricordano che siamo esseri insignificanti, formiche che passeggiano sul dorso di un gigante. La morte è sotto i nostri piedi, può colpire ovunque, si muove invisibile, esplode potente, non conosce distinzione di Paesi e di popoli, non separa il giusto dall’ingiusto, il malato dal sano, il bambino dall’anziano, passa con la sua falce e distrugge ogni vita con selvaggia cecità. Quella cecità che fa gridare a molti: «Ma Dio dov’è?». Già, perché nella nostra visione infantile, Dio dovrebbe essere una sorta di contabile che stabilisce i destini con buon senso ed equità. Eppure questo Dio che sembra non esserci, in quei momenti – come faceva notare ieri una scrittrice haitiana – è quello più invocato, al di là di qualsiasi fede. Nella notte salgono preghiere invocazioni. Salvami, aiutami, perdonami. Imprecazioni anche. Perché? Naturalmente la povertà offre un aiuto generoso alle forze della natura. Un terremoto che in Giappone provocherebbe il crollo di qualche cornicione e qualche vittima accidentale, ad Haiti stermina un’intera città. Per risparmiare, al posto del cemento, è stata utilizzata la sabbia, invece di quattro piloni ne sono stati messi tre, come d’altronde è successo anche in Abruzzo. Il risparmio al posto del progetto di un futuro da lasciare ai nostri figli. Ma c’è anche un altro lato della nostra vita, strettamente connesso alla fragilità, che le grandi catastrofi naturali riportano alla luce. In una società profondamente cinica come la nostra, che allo stesso tempo è nemica della vita e rimuove la morte, queste tragedie fanno scattare impreviste gare di solidarietà. Quegli uomini così lontani dal nostro mondo, per cultura, tradizioni e stili di vita, uomini che sembrano appartenere quasi ad altre epoche storiche, diventano improvvisamente persone da soccorrere. E questo sentimento ci rende consapevoli di qualcosa di misterioso che ci unisce tutti e che si chiama natura umana. È questa natura che ci permette di soffrire per le persone che soffrono, è questa stessa natura che ci rende felici quando possiamo alleviare la sofferenza altrui. L’uomo è un essere che si realizza pienamente nella relazione. L’anoressica povertà relazionale del nostro mondo ipertecnologico viene così scossa dalla nudità, dalla fragilità, a cui, seppur inconfessabilmente, sentiamo di far parte. È la consapevolezza della fragilità ciò che permette di costruire relazioni veramente umane, società veramente civili.

Gli sguardi e le paroleultima modifica: 2010-01-18T15:33:51+01:00da borgosotto
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