Cristiani – ebrei, insieme da fratelli

di Giovanni Ruggiero e Mimmo Muolo, Avvenire 19.1.10

Andrea Riccardi: “Gettato un ponte stabile per avvicinarsi ancora”. Renzo Gattegna: “Sono gli anni migliori della storia condivisa”

Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, domenica era in Sinagoga. C’era anche il 13 aprile 1986, quando vi si recò Giovanni Paolo II. Con noi ricostruisce il ricordo, e ricongiunge i si­gnificati di quella visita e di questa di domenica di Papa Benedetto  XVI.

Professore, intanto, la sua presenza segna il rapporto forte che unisce a Sant’Egidio alla comunità ebraica romana. È così?

Non potrebbe essere diversamente: gli ebrei di Roma sono una realtà importante. Sono i più vecchi romani di questa città; sono una comunità orgogliosa di avere un proprio rito, il rito italico, e sono gli ebrei più vicini al Papa, anche se hanno molto sofferto, dal 1555, quando Papa Paolo IV costruì il Ghetto. Però resta un rapporto. Qualcosa unisce e qualcosa divide.

Le visite in Sinagoga, prima di Giovanni Paolo II poi di Benedetto XVI, sono appunto segni che uniscono…

I rapporti tra gli ebrei di Roma e la Chiesa sono cominciati durante la Seconda guerra mondiale, quando molti ebrei furono accolti e nascosti nei conventi. Ho studiato a fondo questa storia nel libro L’inverno più lungo, perché non è una storia minore. Dopo è iniziata un’altra fase: Giovanni XXIII si fermò davanti alla Sinagoga, poi la visita di Giovanni Paolo II. Molti, in modo spiacevole, hanno pensato di fare l’esame a papa Ratzinger nei confronti di Wojtyla, ma quell’evento del 1986 fu una ‘prima’, fu come la caduta del Muro: un evento emozionante. Oggi l’evento di Benedetto XVI alla Sinagoga, che è un evento storico, non è la caduta di un muro, ma la costruzione di un ponte stabile tra le due comunità. Un ponte stabile e importante per lavorare insieme.

Come si può lavorare insieme?

Bisogna far attenzione agli irenismi facili. Per esempio, quando si parlava di radici cristiane dell’Europa, si parlava di una radice giudeo-cristiana, quasi come se ebrei e cristiani fossero della stessa religione. Come diceva il rabbino Neusner, con il quale Ratzinger dialoga nel libro su Gesù, sono invece due mondi religiosi diversi, ma uniti. Attaccati per un aspetto dal lascito delle Scritture e dal monoteismo (Wojtyla diceva fratelli maggiori), ma dall’altro diversi e divisi. È Gesù che divide. Attenti agli irenismi, quindi, ma attenti anche alle divisioni.

Il Papa ha esortato a compiere passi insieme.

Nonostante una storia che divide, bisogna avvicinarsi e camminare insieme, ed è per questo che parlo di ponte. I passi da fare insieme sono nel dialogo tra ebrei e cristiani su cose concrete. L’anno scorso con il rabbino capo Di Segni abbiamo fatto un incontro sulla carità e la solidarietà, e Di Segni domenica ha parlato di ambiente con una bella lettura sul creato. C’è poi il comune no all’antisemitismo e a ogni predicazione dell’odio. Non per nulla domenica il presidente Pacifici ha evocato il problema degli stranieri e delle minoranze. La comunità ebraica, proprio perché ha tanto sofferto, è estremamente sensibile alle minoranze. Non dimentichiamo che Di Segni e Pacifici hanno visitato la moschea di Roma e domenica rappresentanti islamici erano in Sinagoga. Infine, c’è la storia e la memoria: il Papa ha portato un fiore dove la città fu ferita: quel 16 ottobre 1943 a ricordare la deportazione degli ebrei. Ogni anno la comunità di Sant’Egidio e la comunità ebraica si incontrano in questo ricordo.

Ci sono stati tanti chiarimenti anche a livello storico, come mai ancora tanta incomprensione?

Abbiamo assistito a tante polemiche in questi ultimi giorni proprio perché ci avviciniamo a un momento decisivo e costruttivo. Può sembrare un paradosso, ma è così. È come dopo una malattia. I primi giorni sono difficilissimi, però il male è passato. Il ponte comincia ad esserci, per questo ci sono state le polemiche. Per quanto riguarda il dossier storico, che io studio dal 1975, sono convinto che la storia di quei giorni è abbastanza chiara. Vedremo cosa ci diranno gli archivi vaticani, ma è ormai accertato che in quel periodo una gran parte dei conventi e delle famiglie delle parrocchie, che nascondevano la gente, aiutarono gli ebrei. Pio XII spinse e favorì questi soccorsi e prese l’iniziativa. Questa è la realtà, poi ci possono essere giudizi molto differenti, ma questo fa parte della libertà umana. Domenica, Pacifici ha ricordato con dolore l’atteggiamento di Pio XII, e il Papa ha detto che la Santa Sede fece un lavoro discreto. In ogni modo, la giornata di domenica è un evento storico ed è rivelatore della prossimità. Noi siamo condannati a essere fratelli. Da Abele a Caino, da Esaù a Giacobbe e a Giuseppe e i suoi fratelli, le storie tra fratelli non sono mai state facili.

 

Se una conferma la visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma doveva fornirla, ebbene l’ha fornita. Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, la riassume così: «Questi sono i 50 anni migliori della storia, per i rapporti ebraico-cattolici ». Frutto di un cammino paziente e tenace, di cui l’incontro di domenica pomeriggio non è che – per il momento – l’ultimo atto in ordine  di tempo.

Presidente Gattegna, possiamo parlare di visita riuscita?

Senza ombra di dubbio. Per il clima e per i gesti. E naturalmente anche per i discorsi. Quelli di Benedetto XVI e del rabbino Di Segni hanno toccato argomenti importanti di natura teologica, con toni elevati e contenuti interessanti, che ci stimolano a un ulteriore dialogo e alla ricerca delle comuni radici. Il discorso di Riccardo Pacifici, invece, è stato di natura più storico-politica e sulle sue richieste non sono giunte risposte nuove.

Lei si riferisce naturalmente alle questioni che riguardano l’interpretazione storica della condotta tenuta da Pio XII riguardo al nazismo.

Certo. Su questo abbiamo ancora differenti punti di vista, ma bisogna riconoscere ciò che è incontestabile. Molte strutture e famiglie cattoliche hanno aiutato gli ebrei durante la II Guerra Mondiale. Forse le risposte definitive sono negli archivi, che contengono però molto materiale da studiare. Perciò mi rendo conto che una tale ricerca richiede tempi lunghi.

Che cosa l’ha colpita maggiormente della visita?

Personalmente sono molto contento che l’incontro ci sia stato. Incontrarsi è sempre un bene e quando questo avviene con il coinvolgimento del popolo il beneficio è maggiore. In tal modo molte resistenze se proprio non cadono del tutto, almeno si attenuano. Dal punto di vista dei contenuti non ci sono stati fatti particolarmente nuovi. Ma è importante che il Papa abbia ribadito ancora una volta il no alle persecuzioni alle discriminazioni e all’antisemitismo. Noi lo diamo come un fatto acquisito, ma per il mondo non sempre lo è.

In meno di cinque anni di pontificato, Benedetto XVI ha già compiuto tanti significativi gesti verso i «fratelli maggiori». Chi è oggi per gli ebrei papa Ratzinger?

È un Pontefice che ha tanti tratti in comune con Giovanni Paolo II, dal momento che è stato uno dei suoi più ascoltati consiglieri sotto il profilo teologico. Certo, il suo è uno stile personale differente da quello del suo predecessore, ma non si può legittimamente chiedere a nessuno di imitare lo stile di un altro. Anche tra Toaff e Di Segni c’è una notevole differenza di stile personale.

Ciò che però non è venuta meno è la convinzione che il dialogo sia indispensabile.

Siamo arrivati tutti a una consapevolezza di fondo. Non c’è alternativa al dialogo, alla reciproca accettazione dell’altro. Del resto, ciò che abbiamo in comune è davvero tanto. Il Papa ad esempio si è soffermato molto sul Decalogo, cioè sulle regole morali che hanno fondato la nostra civiltà. Inoltre, bisogna dire che questi ultimi sono stati i 50 anni migliori nella storia dei rapporti ebraico-cattolici. Oggi abbiamo un’occasione storica per rendere irreversibile questo cammino di pari dignità e rispetto. Cosicché sia possibile contribuire ad instaurare nel mondo, per tutti, il rispetto dei diritti umani fondamentali e le diversità non siano mai più causa di conflitti ideologici o religiosi, bensì di reciproco arricchimento culturale e morale.

Nel suo discorso di domenica, lei ha anche sottolineato la necessità di riempire di contenuto e dare il giusto significato al termine ‘fratelli’, adoperato nella visita di Giovanni Paolo II 24 anni fa. In pratica, che cosa significa?

Quando ci si considera fratelli, c’è l’accettazione totale dell’altro. Dunque, pur conservando ognuno la propria identità, siamo legati da amore, affetto e considerazione. Secondo me, dobbiamo porci degli obiettivi comuni, lavorare su progetti determinati, ad esempio per migliorare i rapporti tra i diversi popoli, in un’epoca che tende invece ad andare in senso opposto.

Che cosa si può ipotizzare per il futuro?

Mi piacerebbe poter fare un passo ulteriore nei rapporti reciproci. Ad esempio, rinunciare in maniera definitiva al tentativo di conversione dell’altro, ferma restando, ovviamente, la libertà di ognuno di cambiare quando vuole la propria religione.

Ma lei ritiene che questi tentativi siano ancora in atto da parte cattolica?

Non in Italia. Ma una rinuncia esplicita sarebbe meglio.

Sulla visita di domenica alcune componenti del mondo ebraico non erano d’accordo. Ora, a visita avvenuta, che cosa si sente di dire loro?

Rispetto la libertà di opinione di chiunque. Ma, visto il risultato, sono ancora più convinto che sia stata una visita utile e bella. L’errore sarebbe stato non farla. Una scelta che avrebbe prodotto incomprensioni.

Ebrei e cristiani, una disputa (e un mistero) in famiglia di Vittorio Messori, CORRIERE DELLA SERA, 19.1.10

 In questi giorni, torrenti di parole per la visita di Benedetto XVI alla Sinagoga romana, eretta là dove sorgeva il ghetto e orientata in modo da fronteggiare, quasi a sfida, la basilica, la più grande del mondo, che copre il sepolcro di un tal Simone. Un pio giudeo, costui, un oscuro pescatore sul lago di Tiberiade, rinominato Kefas, Pietro, da un certo Gesù, colui che, storicamente, altro non è se non un predicatore ambulante ebraico dell’epoca del Secondo Tempio, uno dei tanti che si dissero il Messia atteso da Israele. Il solito esaltato, all’apparenza (e tale apparve a un burocrate di Benevento, della famiglia dei Ponzi, chiamato controvoglia a giudicarlo), un visionario. Punita con la più vergognosa delle morti, quella riservata agli schiavi. Un illuso di cui si sarebbe perso il ricordo se i suoi discepoli – tutti circoncisi e fedeli alla Torah – non avessero cominciato a proclamare, con una testardaggine intrepida, che quel rabbì finito in malo modo era risorto ed era davvero l’Unto annunciato dai profeti. Quel gruppetto di ebrei riuscì a convincere altri ebrei, prima a Gerusalemme e poi nelle sinagoghe dell’emigrazione, dove si recarono ad annunciare che l’attesa millenaria di Israele aveva avuto compimento. La messe maggiore tra i correligionari la fece un credente entusiasta, un altro figlio di Abramo, un Saulo detto Paolo che, perché le cose fossero chiare, precisava subito ai correligionari di essere «circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo, figlio di ebrei». Anch’egli, come Pietro, finì ucciso dai pagani a Roma e anche sul suo sepolcro fu costruita una gigantesca basilica. Se da tutta l’Europa, per tutto il Medio Evo, folle di pellegrini convennero salmodianti e penitenti sul Tevere, è proprio per venerare la sepoltura di quelle due «colonne della fede»: entrambe, costituite da giudei sino al midollo. A lungo, i pagani non si preoccuparono di distinguere, dividendo sbrigativamente gli ebrei in due gruppi, quelli che alla loro fede aggiungevano questo esotico Cristo e quelli che lo rifiutavano: noiose dispute, querelles teologiche viste tante volte all’interno di ogni religione. Benedetto XVI, leggo in una cronaca, aveva con sé una piccola Bibbia che ha posato sul sedile dell’auto, scendendo davanti alla sinagoga. Ebbene, tra i 73 libri che compongono quel Testo su cui si fonda la fede della Chiesa solo Luca e, forse, Marco non sono figli di Israele. Tanto che si preferisce oggi sostituire l’indicazione di «Antico» e «Nuovo» Testamento con quella di «Primo» e «Secondo» Testamento, per sottolineare la continuità e l’omogeneità del messaggio. Perché ricordiamo tutto questo, e molto altro ancora che potremmo allegare? Ma perché numerosi commentatori, anche in questi giorni, sembrano dimenticare che, qui, vi è una storia in famiglia e, al contempo, un mistero religioso. È una storia di fede, e di fede soltanto: il «laico» può soltanto intravederne, e spesso in modo fuorviante, i contorni esterni. È un confronto tra figli di Abramo, sia per nascita che per adozione. E anche questo aspetto familiare ne spiega le asprezze, non unicamente da una parte: gli Atti degli Apostoli e le lettere di Paolo mostrano quanto dura sia stata la reazione del giudaismo ufficiale nei confronti degli «eretici». Ma chi ignora che i contrasti più aspri sono proprio quelli tra parenti stretti, che le guerre più temibili sono quelle civili? Fratelli, coltelli. Il cristianesimo è da duemila anni la fede in un Messia di Israele annunciato e atteso nei duemila anni precedenti da quello stesso Israele che poi in parte – ma solo in parte – non lo ha riconosciuto. Per l’ennesima volta, molte delle analisi e opinioni di questi giorni non sembrano consapevoli che qui siamo al di là delle categorie della storia, della politica, della cultura. I rapporti interni al giudeo-cristianesimo non sono un «problema» affrontabile con le consuete categorie: sono, lo dicevamo, un Mistero. Parola di Saulo-Paolo, e proprio ai Romani: «Non voglio, infatti, che ignoriate questo Mistero, perché non siate presuntuosi: l’indurimento di una parte d’Israele è in atto fino a quando saranno entrate tutte le genti. Allora, tutto Israele sarà salvato, come sta scritto». In ogni caso, anche gli «induriti», sono «amati a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili». Del tutto insufficienti, qui, le sapienze di politologi e intellettuali che non siano consapevoli che il confronto tra ebrei e cristiani appartiene non alla storia, ma alla teologia della storia. Solvitur in Excelsis: qui vi è un enigma, troppo spesso doloroso, che trova spiegazione solo nei Cieli, per dirla con quel grande filosofo e insieme grande cristiano che fu Jean Guitton.

 

IL FOGLIO

Pag 4 La visita del Papa in sinagoga è stata un successo, altroché di Giorgio Israel

Nessuna facile retorica, Benedetto XVI ha parlato chiaro come Di Segni e Pacifici. Hanno perso i diffidenti

 Alla vigilia della visita del Papa Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, il rabbino capo Riccardo Di Segni aveva osservato – riferendosi al confronto di opinioni sull’opportunità della visita stessa – che sarebbe stato il tempo a decidere chi aveva avuto ragione. Il tempo è stato molto più breve del previsto: l’esito della visita ha dato chiaramente ragione a chi l’aveva voluta e ha tenuto ferma la barra perché si svolgesse. La spiegazione è semplice: questa visita ha avuto un valore storico perché è stata un esercizio concreto e costruttivo di dialogo e non una manifestazione di principio e di metodo circa l’opportunità del dialogo e usiamo questo termine per comodità di discorso poiché, come anche stavolta è emerso dalle parole del Papa, ciò che unisce ebraismo e cristianesimo è qualcosa di più profondo di un semplice “dialogo”. Pesava su tutto l’immagine emozionante della visita del 1986 di Giovanni Paolo II: un evento storico, epocale, che ha invertito in modo radicale un corso storico secolare intriso di drammi. Un simile evento non poteva essere semplicemente ripetuto, copiato. Dopo 24 anni non poteva non esserci forse qualcosa di meno sul piano dell’emozione, certamente qualcosa li più sul piano della comprensione e del dialogo effettivo. Chi voleva fermarsi all’evento del 1986, auspicandone tutt’al più una sorta di clonazione, oppure poneva condizioni preliminari, sbagliava. Difatti, a portata della visita di Giovanni Paolo II veniva così ridotta a una celebrazione retorica anziché a un atto concreto paragonabile all’apertura di porte sbarrate da mito tempo, e solo raramente violate da entrambe le parti dalla scorribanda di qualche spirito audace. Quando le porte si aprono non si può restare sulla soglia. Occorre varcarla con decisione, e camminare su terreno aperto, a costo di inciampare su qualche sasso. Forse l’aspetto più sorprendente, quasi inatteso dell’incontro dell’altroieri – e che gli attribuisce un valore storico non inferiore al precedente – è che esso ha permesso di toccare con mano il cammino compiuto in questi anni. Molto più di quanto si fosse immaginato. Per questo abbiamo scoperto che il tempo aveva già deciso per conto suo chi aveva ragione. Questo non significa affatto che le difficoltà siano state superate. Significa che le difficoltà o i dissensi sono divenuti oggetto di un confronto amichevole, fraterno e non una questione pregiudiziale di tale confronto. Ha avuto ragione chi ha ritenuto che il tempo delle pregiudiziali fosse ormai dietro le spalle e che si era oltre le porte aperte dalla visita del 1986 e che bisognava continuare a camminare e a parlare. E parlare non significa fare celebrazioni retoriche; mentre smettere di parlare poteva essere l’errore più grave. Molte sono le ragioni per cui l’incontro di domenica scorsa ha permesso di percepire il cammino compiuto, e cercherò di dirne alcune, ma esso è forse rappresentato vividamente da un mutamento linguistico: se gli ebrei erano indicati nel 1986 come i “fratelli maggiori” dei cristiani, ad essi Benedetto XVI si è sistematicamente riferito come al “popolo dell’Alleanza” – alleanza irrevocabile – riprendendo un’espressione usata da Giovanni Paolo II nel 2000 davanti al muro del tempio a Gerusalemme. Tra queste due espressioni vi è il cammino che è emerso dal discorso del presidente della comunità romana, Riccardo Pacifici. un discorso perfettamente calibrato e di grande valore, il quale ha messo subito l’incontro sui binari di un, dialogo autentico, non diplomatico o di maniera. Ha ricordato Pacifici che, nel 1986, il rabbino capo Elio Toaff aveva auspicato un impegno comune di ebrei e cristiani contro l’apartheid in Sudafrica e a favore della libertà religiosa in Unione sovietica e che entrambi questi obiettivi sono stati conquistati. Sempre nel 1986 l’allora presidente della comunità Giacomo Saban aveva auspicato l’apertura di relazioni diplomatiche fra lo stato d’Israele e lo stato del Vaticano e anche questo sogno si è avverato nel 1993. Pacifici ha sottolineato che Benedetto XVI era il primo vescovo di Roma ad aver reso omaggio alla lapide di Stefano Tachè, vittima di un attentato terroristico palestinese. Di qui sono emersi i temi che dovranno essere oggetto di iniziative comuni: la lotta contro il razzismo, la xenofobia e l’intolleranza, la questione del fondamentalismo islamico e della minaccia che esso rappresenta per Israele e il popolo ebraico. Sarebbe vano e retorico deprecare il razzismo e l’antisemitismo se, non se ne combattesse la più inquietante e perversa manifestazione, mirante ad annientare lo stato d’Israele nel quadro di una visione esplicitamente antisemita e negatrice della Shoah. Un’altra grande questione comune sollevata da Pacifici è la necessità di agire per fermare lo sterminio di cristiani in molti paesi asiatici e africani e la mancanza di reciprocità religiosa che rende impossibile in quei paesi costruire una chiesa o una sinagoga. Altrettanto autentico è stato il bel discorso del rabbino capo Di Segni che ha affrontato limpidamente le questioni cruciali: la memoria dell’antigiudaismo cristiano legata al ricordo delle processioni con cui gli ebrei erano costretti a rendere omaggio, in modo umiliante, ad ogni Papa appena eletto e che contrasta con lo stato presente dei rapporti ebraico-cristiani; la rinascita dello stato di Israele, entità politica, ma anche “terra d’Israele”, non tanto “terrasanta”, quanto ”terra di Colui che è Santo” e promessa di Dio al popolo dell’Alleanza. Riprendendo il tema del rapporto tra fratelli evocato da Giovanni Paolo II nella visita del 1986, Di Segni ha ricordato le drammatiche storie di rapporti tra fratelli nella Bibbia poi felicemente culminate nella riconciliazione finale tra Giuseppe e i suoi fratelli ed ha chiesto con franchezza: “A che punto siamo di questo percorso e quanto ci separa ancora dal recupero di un rapporto autentico di fratellanza e comprensione; è cosa dobbiamo fare per arrivarci?”. Una domanda sincera che stava già tutta entro un cammino che costruisce quel rapporto nei fatti e nell’autenticità e non nelle questioni di metodo e nelle pregiudiziali e che è sfociata nella dichiarazione che “le visioni condivise e gli obiettivi comuni” devono essere messi avanti a una storia drammatica, ai problemi aperti e alle incomprensioni persistenti. Benedetto XVI è una persona straordinaria, “complessa” – per dirla con Di Segni – perché l’evidente emozione con cui ha seguito tutti gli istanti dell’incontro si è inquadrata in una compostezza attentissima che ha proiettato un’immagine di grande intensità spirituale. Un teologo di grande razionalità – lo si è detto molto sottovalutando talvolta la partecipazione spirituale di cui è intessuta questa razionalità. Questa disposizione si è riflettuta nel discorso del Papa, tanto limpido e organizzato quanto intenso e commosso. Abbiamo udito una condanna senza appello della Shoah, identificata come il massimo crimine contro l’umanità, in quanto tentativo di distruggere quel Dio di Abramo “che parlando sul Sinai stabili i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno” – parole tanto più significative in quanto provenienti da un Papa tedesco. Abbiamo udito un ricordo commosso della deportazione degli ebrei romani e dell’ “orrendo strazio con cui vennero uccisi ad Auschwitz”. E abbiamo udito una deplorazione per tutto ciò che i cristiani hanno potuto fare per “favorire in qualche modo le piaghe dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo” – e va sottolineata l’importanza che siano stati usati entrambi i termini, additando così sia le responsabilità nell’antigiudaismo religioso che le complicità con l’antisemitismo razziale. Abbiamo soprattutto udito la riproposizione della visione di Benedetto XVI circa il rapporto tra ebraismo e cristianesimo che rende inevitabile per un cristiano incontrare l’ebraismo, a meno di non negare se stesso, e che costituisce la specifica “differenza” rispetto ai rapporti con le altre religioni non cristiane e che ne fa qualcosa di molto di più di un dialogo. Di qui le implicazioni per un cammino futuro. Il comune riconoscimento della centralità del Decalogo come “faro e norma di vita”, “codice etico dell’umanità”, indica obiettivi comuni, in particolare la difesa del valore della persona umana, della sua dignità e libertà, del valore della famiglia come “cellula essenziale della società” in cui si apprendono le “virtù umane”. E come questo valore potrebbe non essere sentito dall’ebraismo che affida tanta parte delle sue celebrazioni più sacre alla famiglia? Sono emerse altre questioni, in particolare quelle che sembravano dover compromettere l’incontro, come il giudizio sull’operato del Papa Pio XII. Le differenze di giudizio sono apparse evidenti ma è saggio affidarle alla storiografia, nella consapevolezza che questa non è una scienza esatta capace di fornire conclusioni indiscutibili al pari di un teorema matematico e che le questioni di beatificazione appartengono alla libera e autonoma scelta della chiésa cattolica. Chi scrive non ha vincoli di ufficialità e si sente libero di concludere osservando che ha perso chi, da entrambi i lati, ha scommesso sulle ombre del passato e sulla diffidenza. Ha perso chi si è lasciato condizionare da logiche di schieramento politico, rigettando l’idea di un dialogo che non si svolga sotto l’ombrello di un’ideologia “progressista” e che considera inconcepibile ogni rapporto con un Papa considerato aprioristicamente come “reazionario”. Ha perso chi preferisce vedere uno stuolo di integralisti islamici sdraiati davanti al Duomo di Milano piuttosto che avere rapporti con il mondo ebraico e indulge a inaccettabili paragoni tra Gaza e Auschwitz. Ha vinto chi ha scommesso sul futuro e sulla fiducia reciproca.

Cristiani – ebrei, insieme da fratelliultima modifica: 2010-01-19T21:55:38+01:00da borgosotto
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