Quando Wojtyla voleva dimettersi

fc05cop.jpgFamiglia Cristiana n.5 (31.1.2010)

Con l’aggravarsi delle sue condizioni fisiche, arrivò a pensare di poter un giorno lasciare l’incarico. Ma poi si affidò al Padre, e gli chiese di fare come desiderava.


«Cercano di capirmi dal di fuori. Ma io posso essere capito soltanto da dentro». Quanto fosse vera questa confidenza di Giovanni Paolo II risulta oggi definitivamente chiaro, dopo che la documentazione del processo per la sua beatificazione ha evidenziato aspetti sconosciuti, capaci di offrire nuova luce sull’intera vita umana, spirituale ed ecclesiale di Karol Wojtyla. Ciò che proponiamo in esclusiva è uno di questi straordinari e inediti documenti, tratto dal volume Perché è santo (Rizzoli). Monsignor Slawomir Oder, il postulatore della causa di beatificazione del Pontefice, vi ha condensato le migliaia di pagine di testimonianze e scritti raccolti nelle tre inchieste diocesane svolte a Roma, a Cracovia e a New York, che hanno consentito di dichiarare le “virtù eroiche” di papa Wojtyla. Delle possibili dimissioni di Giovanni Paolo II si era parlato in varie circostanze, soprattutto quando l’evoluzione del morbo di Parkinson gli aveva reso difficili anche i semplici gesti del quotidiano. Ma nessuno immaginava che già nel 1989 il Papa avesse firmato una lettera in cui rinunciava previamente al proprio ufficio, confermando successivamente nel 1994 tale volontà. Un commovente gesto di responsabilità che non ha avuto attuazione soltanto a motivo dell’eroica volontà di Wojtyla di compiere sino in fondo la missione affidatagli da Dio.

Saverio Gaeta

Con l’avanzare dell’età papa Wojtyla cominciò a riflettere sull’opportunità di rassegnare le dimissioni in caso di manifesta impossibilità ad adempiere al proprio ministero. Ormai prossimo ai settantacinque anni (che avrebbe compiuto il 18 maggio 1995), avviò una consultazione informale con i responsabili della Segreteria di Stato e con i suoi più intimi amici e collaboratori, discutendo con essi anche dell’eventualità di applicare a sé stesso la norma del Diritto canonico che prevede per i vescovi di lasciare il proprio incarico al compimento dei settantacinque anni.

Il peggiorare delle condizioni fisiche lo induceva infatti a prendere seriamente in considerazione questa possibilità, per quanto egli fosse ben consapevole dei problemi che la presenza di un Papa emerito avrebbe potuto generare.

Fece quindi studiare il tema dal punto di vista storico e teologico, consultando in particolare l’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ma alla fine si rimise alla volontà di Dio. In sostanza, non fece altro che confermare quanto lui stesso aveva detto nel 1994 al chirurgo Gianfranco Fineschi che lo aveva appena operato per la frattura al femore: «Professore, sia lei che io abbiamo una sola scelta. Lei mi deve curare. E io devo guarire. Perché non c’è posto nella Chiesa per un Papa emerito».

La scelta di non abbandonare la cattedra di Pietro trovava le proprie radici nella spiritualità di abbandono a Dio e nella fede nella divina Provvidenza e nella fiduciosa assistenza della Madonna. Sintetizzato nei suoi passaggi essenziali, il suo percorso di riflessione suona così: «Io non avevo mai pensato che sarei diventato Papa. La Provvidenza divina mi ha portato a questo posto. Ora non voglio essere io a porre termine a questo compito. Il Signore mi ha portato qui; lascio a lui giudicare e disporre quando questo mio servizio debba terminare. Se rinunciassi, sarei io a decidere, ma io vorrei fare in pienezza la volontà di Dio: lascio a lui di decidere».

Così scriveva il Pontefice in un testo risalente al 1994, e destinato probabilmente a essere letto a voce alta (al Collegio dei cardinali?), dato che su alcune parole è segnato a penna l’accento tonico per facilitarne la pronuncia:

Davanti a Dio ho riflettuto a lungo su che cosa debba fare il Papa per sé stesso al momento in cui compirà i 75 anni. Al riguardo, vi confido che quando, due anni fa, si profilò la possibilità che il tumore da cui dovevo essere operato fosse maligno, pensai che il Padre che sta nei cieli volesse provvedère egli stesso a risòlvere in antìcipo il problema.

Ma non fu così.

Dopo aver pregato e riflettuto a lungo sulle mie responsabilità davanti a Dio, ritengo doveroso di seguire le disposizioni e l’esempio di Paolo VI, il quale, prospettàndosi lo stesso problema, giudicò di non poter rinunciare al mandato apostolico se non in presenza di una infermità inguaribile o di un impedimento tale da ostacolare l’esercizio delle funzioni di Successore di Pietro.

Anch’io pertanto, seguendo le orme del mio Predecessore, ho già messo per iscritto la mia volontà di rinunciare al sacro e canonico ufficio di Romano Pontefice nel caso di infermità che si presuma inguaribile e che impedisca di esercitare (sufficientemente) le funzioni del ministero petrino.

All’infuori di questa ipotesi, avverto come grave òbbligo di coscienza il dovère di continuare a svòlgere il compito a cui Cristo Signore mi ha chiamato, fino a quando egli, nei misteriosi disegni della sua Provvidenza, vorrà.

Il testo di Paolo VI al quale papa Wojtyla fa riferimento risale al 2 febbraio 1965 e viene citato anche in quest’altro manoscritto inedito datato 15 febbraio 1989 (cui rinvia la citata dichiarazione del 1995):

Seguendo l’esempio del S. Padre Paolo VI (cf. testo del 2.II.1965) dichiaro:

– nel caso di infermità, che si presuma inguaribile, di lunga durata, e che mi impedisca di esercitare sufficientemente le funzioni del mio ministero apostolico,
– ovvero nel caso che altro grave e prolungato impedimento a ciò sia parimente ostacolo,
– di rinunciare al mio sacro e canonico officio, sia come Vescovo di Roma, sia come Capo della santa Chiesa cattolica, nelle mani del Signor Cardinale Decano del Sacro Collegio Cardinalizio, lasciando a lui, congiuntamente almeno ai Signori Cardinali preposti ai Dicasteri della Curia Romana, ed al Cardinale Vicario di Roma (sempre che essi siano normalmente convocabili; e in caso contrario ai Signori Cardinali capi degli ordini del Sacro Collegio), la facoltà di accettare e di rendere operante (sic!) questa mia dimissione
– nel Nome della Santissima Trinità Romae, 15.II.1989

 Giovanni Paolo II affrontava con lucida consapevolezza il progressivo deteriorarsi del suo stato di salute: «Ma lei crede che non mi veda in televisione come sto combinato?», fu la sua reazione verso uno stretto collaboratore che lo rincuorava. Quando fu costretto a utilizzare il bastone per camminare, Giovanni Paolo II si sentiva un po’ impacciato.

Gli costava fatica presentarsi in pubblico con questo segno evidente della sua fragilità fisica, tanto che aveva preso l’abitudine di lasciare il bastone dietro la porta prima di entrare sul palco dell’aula Paolo VI per le udienze. Ma rapidamente accettò con serenità anche questo nuovo stato, come mostrò il suo giocoso roteare il bastone davanti a milioni di giovani durante la veglia della Giornata mondiale della gioventù a Manila nel gennaio 1995.

Non mancavano però i momenti in cui cercava di sdrammatizzare ricorrendo alla sua consueta ironia. Il 29 marzo 1998, per esempio, improvvisando durante un discorso disse: «Vorrei chiedervi: perché il Papa porta un bastone?… Pensavo che mi avreste risposto: perché è vecchio! Invece avete dato la risposta giusta: perché è “pastore”! Il pastore porta un bastone, per appoggiarsi e anche per sistemare un po’ l’ovile». In un’altra occasione, durante un viaggio in America latina, si trovò al fianco un cardinale che aveva avuto un incidente e perciò camminava anche lui con il bastone: «Cara eminenza, siamo tutti e due bastonati!», gli disse sorridendo.

Superati gli ottant’anni, compiuti nell’anno del Grande Giubileo del 2000, Giovanni Paolo II si abbandonò nelle mani di Dio. Come confidò nel testamento, «spero che Egli mi aiuterà a riconoscere fino a quando devo continuare questo servizio, al quale mi ha chiamato il 16 ottobre 1978. Gli chiedo di volermi richiamare quando Egli stesso vorrà. “Nella vita e nella morte apparteniamo al Signore… siamo del Signore” (cfr. Romani 14,8). Spero anche che fino a quando mi sarà donato di compiere il servizio petrino nella Chiesa, la Misericordia di Dio voglia prestarmi le forze necessarie per questo servizio».

Slawomir Oder
   
   


IL VOLTO INEDITO DEL VENERABILE KAROL

Nel libro Perché è santo. Il vero Giovanni Paolo II raccontato dal postulatore della causa di beatificazione (Rizzoli, 200 pagine, 18,50 euro), scritto da monsignor Slawomir Oder con il giornalista di Famiglia Cristiana Saverio Gaeta, Karol Wojtyla emerge non soltanto come un grande protagonista della storia del Novecento, ma soprattutto come un Papa che ha vissuto sino in fondo nella propria carne il messaggio evangelico.

Densa di episodi singolari e finora sconosciuti, questa ricostruzione rivela un Giovanni Paolo II essenziale ai limiti della povertà, umile, generosamente sensibile ai bisogni del prossimo ma anche sempre spiritoso e gioviale.

Il Karol Wojtyla che emerge con chiarezza e forza da queste pagine è un mistico devotissimo alla Vergine Maria, che passava ore steso in terra a pregare e si flagellava con la cinghia.

Papa Giovanni Paolo II era anche un uomo capace di perdonare e di riconoscere la grandezza nel prossimo, come attestano la lettera ad Ali Agca (il suo attentatore, uscito dal carcere di recente) e quella a padre Pio da Pietrelcina, beatificato il 2 maggio 1999 e proclamato santo il 16 giugno 2002 in piazza San Pietro proprio da Giovanni Paolo II.

In un percorso sorprendente, il libro compone come in un mosaico il volto inedito del venerabile Karol Wojtyla.

 

http://www.sanpaolo.org/fc/1005fc/1005fc36.htm

Quando Wojtyla voleva dimettersiultima modifica: 2010-01-27T08:20:15+01:00da borgosotto
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