La prima domanda: di chi è la vita?

Parlando di bioetica c’è una prima domanda alla quale rispondere. Perché ogni questione che riguardal’esistenza umana da lì parte e ritorna.

Vai al sommariodi Ugo Sartorio, Il messaggero di sant’antonio, febbraio 2010 

In qualche decennio vita e morte sono cambiati di segno, radicalmente. Come scrive Guy Brown nel suo Una vita senza fine? Invecchiamento, morte, immortalità (Raffaello Cortina 2009), un tempo la morte era più spedita e la grande brevità della vita era collegata quasi sempre alla brevità della morte. Le malattie non si cronicizzavano come accade ai nostri giorni, e l’invecchiamento avanzato era fatto raro, di pochi. Mentre in passato la morte era prevalentemente un evento unitario, oggi si distribuisce in una serie di tappe, soprattutto per la capacità della medicina di ammaestrare la «morte acuta» (quella improvvisa). Si potrebbe anche parlare di «morte cronica» oppure di disabilità progressiva, pur consapevoli che ci si sta esprimendo con approssimazione. Comunque, da parte sua Brown sostiene che se la medicina si prodigasse per i soggetti da zero a dieci anni così come si occupa degli ultimi dieci anni di vita delle persone, si potrebbe fare una straordinaria opera di medicina preventiva.

Insieme alla percezione della morte, anche solo per il fatto che le due cose sono inestricabili, cambia in modo rapidissimo anche il modo di guardare alla vita. Nuove e sofisticate biotecnologie permettono di «cercare» un figlio (con diverse combinazioni di soggetti interagenti) là dove prima si poteva solo «fare» un figlio. La diagnosi prenatale porta a conoscere anticipatamente e quindi a curare alcune malattie, e insieme rivela la possibilità di piccole o gravi malformazioni nel nascituro: non raramente, in questo caso, si interviene sopprimendo il bambino per preservarlo – così si dice – da una vita penosa e indegna.

Ne parliamo con il bioeticista don Giovanni Del Missier, docente di bioetica presso l’Accademia Alfonsiana di Roma e altri centri di studio, oltre che impegnato sul versante della cura pastorale.

Msa. Parlando col solo battito delle ciglia, una sorta di drammatico alfabeto morse familiare, nel settembre 2006 Welby scrive al capo dello Stato Giorgio Napolitano: «Presidente, voglio l’eutanasia». Muore il 20 dicembre dello stesso anno, dopo che gli era stato staccato il respiratore, mentre il 9 febbraio 2009 si conclude – nel modo che tutti conosciamo – la vicenda Eluana Englaro. Com’è cambiata la sensibilità bioetica degli italiani dopo questi due «fatti simbolo»?

Del Missier. Temo che il dibattito intorno alle vicende Welby ed Englaro, segnato da aspre contrapposizioni, abbia contribuito ad aumentare il disorientamento dell’opinione pubblica di fronte ai temi della bioetica, favorendo l’arroccamento sulle proprie posizioni senza favorire l’approfondimento delle motivazioni e il confronto con gli argomenti degli interlocutori.

Probabilmente ciò è stato favorito anche dalla modalità di comunicazione mediatica che punta sullo scontro emotivo e violento, piuttosto che sul dibattito civile. Tra le tante voci ho apprezzato in particolar modo quella di monsignor Brollo, arcivescovo di Udine che, pur ribadendo con fermezza la posizione cattolica, ha sempre trattato con delicatezza e rispetto il dramma umano e familiare che accompagna i casi che assumono rilevanza bioetica. Insomma, si sono perse occasioni preziose per un cambiamento culturale che renda i temi etici riguardanti la vita e la morte argomento di approfondimento e di matura consapevolezza dell’intera società italiana.

L’articolo 32 della Costituzione recita: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in alcun modo violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Il testo serve a fare chiarezza, oppure le interpretazioni sono più d’una?

Premesso che il testo costituzionale in ogni sua parte costituisce un riferimento imprescindibile per ogni dibattito di rilevanza pubblica in una società eterogenea e pluralista come quella contemporanea, occorre rilevare che l’articolo 32 della Costituzione è oggetto di interpretazioni non sempre convergenti, soprattutto tenendo conto che al comma citato il testo premette: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gra­tuite agli indigenti». Pertanto, non si tratta semplicemente di tutelare un diritto, ma di armonizzare due valori di rango costituzionale che in casi limite possono presentarsi come conflittuali: il valore salute-vita e il valore della libertà-autonomia. È proprio da contrasti di questo tipo che nascono le questioni bioetiche che per definizione si presentano come articolate e complesse, e richiedono un approfondimento rigoroso per trovare una composizione dei valori rispettosa di tutte le persone coinvolte.

Il punto sul quale la bioetica cattolica e la bioetica laica, usando la distinzione di Giovanni Fornero, divergono è la disponibilità o indisponibilità della vita e della morte. Solo Dio può disporre di vita e morte, dicono i cattolici, solo l’uomo ne può disporre, dicono i laici…

Non amo le distinzioni troppo nette del tipo aut-aut che portano sempre con sé un carico eccessivo di semplificazione: la bioetica raramente si muove tra bianco e nero ben definito, più spesso ha a che fare con i colori della vita che presentano sfumature infinite… Solo a titolo di esempio, anche la bioetica cattolica conosce forme di disposizione della vita legittime e sensate: mi riferisco al dono della vita per amore (penso, per esempio, a padre Massimiliano Kolbe), per dovere (esposizione al rischio per il bene altrui), per affermare valori maggiori (i martiri a motivo della fede), oppure forme di rinuncia a mezzi terapeutici che ap­paiono sproporzionati, eccessivi, straordinari dai quali potrebbe derivare una speranza di vita… Allo stesso modo, anche la bioetica laica deve riconoscere che una esaltazione assoluta e unilaterale della libertà individuale può condurre a conclusioni contraddittorie e potenzialmente irrispettose della dignità degli esseri umani. Il dialogo, allora, appare come una strada che va inevitabilmente percorsa e richiede uno sforzo di ascolto reciproco tra le diverse prospettive per ricercare insieme ciò che è bene e ciò che è vero.

Dove si può trovare un punto d’incontro, o anche un terreno comune per superare posizioni solo e sempre parallele?

A me pare che il riferimento morale comune vada ricercato non in un bene della persona, sia esso la vita oppure l’autonomia, ma nell’essere umano stesso colto nella sua integralità e concretezza, caratterizzato non solo da forza, capacità e potenzialità stupende, ma anche dal limite e dalla fragilità. La vita umana è un bene vulnerabile e la libertà trova la sua espressione adeguata nella dimensione della cura. Certamente è possibile affermare che l’uomo detiene un potere reale ed effettivo sulla vita propria e su quella altrui, ma esso deve essere esercitato nel senso di una grave responsabilità nei confronti non di un oggetto indifferente utilizzabile – la vita –, ma di un bene prezioso e delicato che chiede di essere custodito, difeso e promosso attivamente. Su questa base credo si possa tentare di gettare un ponte tra le opposte sponde del dibattito…

Oggi si misura la bontà dell’esistenza in base ai criteri di «qualità della vita». Ma può la vita cambiare di valore a seconda del mutare di questi parametri?

Nonostante le possibili ambiguità, l’espressione «qualità della vita» originariamente indica un valore da tutelare e da promuovere nelle situazioni di malattia per affermare la dignità della persona. Nel senso di una migliore «qualità della vita» devono essere interpretate molte delle risorse della medicina moderna che, pur non risolvendo le cause di una patologia, riescono ad assicurare una sopravvivenza dignitosa in situazioni di cronicità oppure con la terapia del dolore. Purtroppo, però, l’espressione viene utilizzata sempre più spesso per esprimere un giudizio sul valore di una persona che non è più in grado di esercitare determinate funzioni (autonomia, linguaggio, autocoscienza), intaccando il presupposto dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani. In tal modo essa diviene un pericoloso veicolo di discriminazione e di dominio. Se possiamo affermare che alcune condizioni di vita sono più desiderabili di altre, non possiamo giungere a intaccare lo «zoccolo duro» su cui si fondano le democrazie moderne: la pari dignità di tutti gli esseri umani e l’inviolabilità dei diritti fondamentali, primo dei quali è la vita, poiché solo tutelando questa si afferma il valore intangibile della persona.

Quando le parti sono in disaccordo insanabile, c’è bisogno di una legge che faccia chiarezza. Ma non sempre l’ordine legale collima con l’ordine morale. Cosa deve fare un cristiano in questo caso?

I cristiani credono che nell’evento Gesù Cristo si riveli pienamente e giunga a compimento l’identità umana. Pertanto su di essi incombe il diritto-dovere di partecipare al dibattito culturale e politico cercando di promuovere anche nella società i valori e le convinzioni che derivano dall’esperienza di fede, senza imposizioni, ma con argomenti ragionevoli che li rendano apprezzabili e condivisibili anche da chi non si professa credente. In tal modo l’ordinamento legale raramente si presenterà in totale dissonanza con l’ordine morale. Se, però, si fossero percorse tutte le strade previste dal confronto democratico e rimanessero dei punti inconciliabili su valori fondamentali, si dovrà ricorrere all’obiezione di coscienza come estrema risorsa che afferma l’impossibilità di agire contro i propri convincimenti interiori. Infatti, «la persona è principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali» (Gaudium et Spes, 25), e non viceversa.

La prima domanda: di chi è la vita?ultima modifica: 2010-02-01T22:27:00+01:00da borgosotto
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