Così per la chiesa cattolica in Europa si prepara un futuro senza preti

di Paolo Rodari, IL FOGLIO 23.2.10

2050, l’anno del non – sacerdozio 

Roma. Quanti sacerdoti ci saranno in Europa tra quaranta, cinquant’anni? A leggere i dati diffusi due giorni fa dal Vaticano e desunti dall’annuario pontificio 2010, ce ne saranno molto pochi. Un minimo storico che non può che preoccupare. La “radiografia” della chiesa cattolica nel mondo – appunto l’annuario pontificio – è stata mostrata sabato a Benedetto XV1 dal segretario di stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, e dal sostituto della stessa segreteria, Monsignor Fernando Filoni. La cosa è stata resa nota da un comunicato della sala stampa vaticana dove si dicono molte cose. Anzitutto che i sacerdoti, sia diocesani che religiosi, nel periodo 2001-2008 sono sì aumentati progressivamente ma soltanto dell’uno per cento: dai 405.178 del 2000 si è arrivati ai 408.024 del 2007 e ai 409.166 del 2008. Insieme si spiega che cresce il numero dei seminaristi. E qui, oltre a rilevare che l’aumento è irrisorio (il numero è sempre lo stesso: uno per cento) si fa un quadro per continenti. E si dice che i candidati al sacerdozio crescono soprattutto in Africa (3,6 per cento), in Asia (4,4 per cento) e in Oceania (6,5 per cento), mentre l’Europa ha fatto registrare un calo del 4,3 per cento e l’America risulta stazionaria.

Cosa significa tutto ciò? Che andando avanti nel tempo, quando i tanti sacerdoti europei che già oggi hanno più di 65 anni lasceranno, l’Europa si troverà sprovvista di preti e non potrà fare altro che “pescare” altrove. E’ fra trenta, quarant’anni che l’effetto di questa crisi vocazionale mostrerà tutti i suoi effetti. Recentemente è stata pubblicata una proiezione relativa all’Italia: nel 1978 i preti diocesani erano 41.627, nel 2006 soltanto 33.409, il 25 per cento in meno. Ancora più rilevante è il calo dei sacerdoti appartenenti a ordini religiosi, passati da 21.500 a 13.000, il 40 per cento in meno. La crisi vocazionale europea è senz’altro ascrivibile a una generale secolarizzazione di tutto il continente. Giovanni Paolo II ha fatto molto per arginare questo fenomeno tanto che non in pochi si domandano dove sarebbe arrivata la chiesa se non ci fosse stato lui. Non per niente si deve senz’altro al suo grande pontificato il fatto che è la Polonia, prima dell’Italia e della Spagna, ad avere ancora oggi il maggior numero di sacerdoti e di seminaristi. Seppure il calo rispetto a venti, trent’anni fa, è netto: nel 1972 c’erano in Polonia 8.458 seminaristi, oggi ce ne sono 5.736. Nel 1972 c’erano in Italia 8.131 seminaristi, nel 2007 Sono scesi a 5.791. Impressionante il calo della Spagna: nel 1972 di seminaristi ce n’erano 4.583, oggi ce ne sono 2.115. Tra i paesi europei il dato più negativo è quello irlandese: nel 1972 nella cattolica Irlanda c’erano 1.144 seminaristi. Oggi se ne contano soltanto 178. Anche le principali diocesi europee mostrano dati allarmanti. Milano passa dai 250 seminaristi del 1989 ai 139 di oggi. Torino dai 52 del 1989 ai 19 di oggi. Parigi dagli 81 del 1989 ai 63 di oggi. A Praga nel 1989 c’erano 33 seminaristi, oggi che il regime comunista non c’è più ce ne sono nove. Varsavia è passata da 333 a 193. Cracovia da 395 a 136. L’unica eccezione positiva è Madrid: dai 150 del 1989 ai 191 di oggi. La chiesa è un’istituzione sempre in movimento e nulla vieta che nel giro di pochi anni questo trend indiscutibilmente negativo cambi di segno. Un indizio (e una speranza per la chiesa) in questo senso viene dai movimenti ecclesiali o comunque dalle associazioni esterne alle diocesi.

Così per la chiesa cattolica in Europa si prepara un futuro senza pretiultima modifica: 2010-02-23T15:32:29+01:00da borgosotto
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