I peccatori, l’indulgenza e la forza del Papa

di Luigi Accattoli, Corriere della Sera, 22.3.10 

Papa della parola più che del governo, Benedetto si è trovato a fare fronte in solitudine – stante la perdita di credibilità dei vescovi – allo scandalo della pedofilia che è forse il più grave di quanti hanno scosso la Chiesa cattolica lungo l’ultimo secolo. Lo ha fatto con un testo personalissimo, scritto in un tono che è a un tempo sdegnato e umile. Per quello che valgono le parole – anche quelle di un papa sono pur sempre parole – si può dire che vi sia riuscito Come audacia nell’affrontare un dramma ponendosi in gioco personalmente, questo documento di papa Benedetto ha un solo precedente che risultò anch’esso efficace: la lettera ai vescovi del marzo dell’anno scorso sulla questione dei lefebvriani e della negazione della Shoah. In più questa volta c’è il contrappunto del richiamo alla «misericordia» verso il peccatore di cui il papa ha parlato ieri all’Angelus invitando «a non giudicare e a non condannare il prossimo» perché occorre essere «intransigenti con il peccato e indulgenti con le persone».

Non è una correzione dell’intransigenza comandata con il documento di sabato ma un richiamo a non «lapidare» nessun peccatore e neanche il pedofilo che chieda perdono: «Riconoscete apertamente la vostra colpa, sottomettetevi alle esigenze della giustizia, ma non disperate della misericordia divina», era scritto nella lettera agli irlandesi. Dopo la pubblicazione di quel documento la situazione sul fronte della pedofilia non è più quella di prima. Risulta ora evidente che il papa non sottovaluta lo scandalo e che si pone dalla parte delle vittime. Ha scritto che indirà una «visita apostolica» per fare pulizia e ha chiesto agli uomini di Chiesa che collaborino con i tribunali civili nei processi ai pedofili. Ha affermato che fu un errore nascondere i fatti «per salvare il buon nome della Chiesa». Ha definito «gravi» le decisioni dei vescovi che spostavano i preti colpevoli da un luogo all’altro. Nessuno di quegli elementi è totalmente nuovo ma nell’insieme delineano un atteggiamento reattivo più vivo rispetto alla stagione statunitense dello scandalo che culminò nella primavera del 2004, quando Ratzinger era ancora cardinale. Più esplicita è la chiamata a non «nascondere nulla» ai tribunali civili e all’opinione pubblica e più chiara è l’avvertenza che il dramma «non si risolverà in breve tempo». La lettera è maturata mentre lo scandalo si estendeva alla Germania, all’Austria e all’Olanda e certamente il papa pensava a tutti.

CORRIERE DELLA SERA di domenica 21 marzo 2010

Pag 10 Perché non chiede “perdono” di Luigi Accattoli 

Sullo scandalo della pedofilia il Papa – con questa lettera – ha detto tutto e di più ma non ha chiesto perdono come per esempio avrebbe voluto Hans Küng: e c’è una ragione, anzi due. Egli non ama il «mea culpa» come genere letterario, al quale invece era portato il predecessore. Inoltre ritiene giusta la richiesta di perdono da parte del Papa solo quando si tratti di un fatto del quale sia responsabile l’intera comunità cattolica. E non è questo il caso. Nel documento di ieri egli esprime «grande preoccupazione» e «senso di tradimento», «vergogna», «rimorso». Si dice «profondamente turbato», «scandalizzato e ferito». Parla di «crimini abnormi», «conseguenze tragiche», «fiducia tradita», «dignità violata», «disonore», «danno immenso», «oltraggio», «indignazione», «tristezza», «lacrime». Davvero non c’è da aspettarsi altro sul piano delle parole. Ma c’è un passo rivolto alle «vittime» in cui dice: «A nome della Chiesa esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo». Qui viene spontaneo immaginare che papa Wojtyla avrebbe detto: «A nome della Chiesa io chiedo perdono». Interrogandoci sul perché non lo dica il Papa teologo, conviene ricordare che egli da cardinale assecondò il «mea culpa» wojtyliano e da Papa si è più volte richiamato a esso. Anzi in due occasioni l’ha ripetuto con le parole del predecessore, il 12 febbraio 2009 e il 17 gennaio scorso, con riferimento alla «ingiustizia» che il popolo ebraico ha «subito» nella storia. Ma se di quell’ingiustizia la Chiesa e il papato possono riconoscersi corresponsabili, dello scandalo della pedofilia no: questa è sotto traccia l’argomentazione del Papa teologo. Gli «abusi» sessuali dei preti sono un «tradimento» di alcuni e non una responsabilità comune.

 

Pagg 18 – 19 Il Papa: condannare il peccato ma salviamo il peccatore di Gian Guido Vecchi, Paolo Conti e Maria Serena Natale

La Chiesa e l’Italia anticristiana: dopo l’editoriale di Galli della Loggia. Irlanda: preghiere e contestazioni, caso ancora aperto

 

Città del Vaticano – Il clima generale non è dei migliori, «oggi sembrano diffondersi in forma strisciante atteggiamenti di anticristianesimo radicale e micidiale in tutta Europa», scandisce il cardinale Tarcisio Bertone nell’abbazia benedettina di Montecassino, cuore dell’evangelizzazione europea. Il vescovo di Ratisbona Gerhard Ludwig Müller arriva a evocare il nazismo, «ideologia nemica del cristianesimo e dell’uomo » , e dice che « anche ora» c’è una «campagna contro la Chiesa». Ma Benedetto XVI va avanti sereno, «invochiamo umilmente il perdono di Dio per le nostre mancanze e chiediamo la forza per crescere nella santità», ha detto ancora ieri nel saluto in inglese dopo l’Angelus. All’indomani della lettera ai cattolici irlandesi – la «vergogna», il «rimorso» e le scuse alle vittime, i carnefici chiamati a rispondere dei loro crimini davanti «a Dio e ai tribunali» – il Papa non accenna direttamente alla crisi dei preti pedofili. Però, nel commentare l’episodio evangelico dell’adultera («Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra»), ricorda che Gesù «vuole condannare il peccato, ma salvare il peccatore » e « smascherare l’ipocrisia» degli accusatori, e dice ai fedeli: «Impariamo dal Signore Gesù a non giudicare e a non condannare il prossimo. Impariamo ad essere intransigenti con il peccato – a partire dal nostro! – e indulgenti con le persone». Sono parole importanti anche per capire lo spirito della lettera. La «parresia» evangelica, il «grande coraggio nel dire la verità», come ha detto il grande teologo e vescovo Bruno Forte a Radio Vaticana, e insieme «un velo di misericordia che guarda anche al colpevole, al carnefice, proprio perché ne vuole la redenzione». La chiarezza non fa difetto nemmeno a Robert Zolltisch, presidente dei vescovi tedeschi, il quale ha ammesso che la Chiesa in Germania ha tenuto nascosti «per anni» gli abusi ai minori, anche se l’insabbiamento non era solo della Chiesa, ha aggiunto, e «da anni seguiamo un corso opposto». Oggi toccherà al cardinale Angelo Bagnasco, che nella prolusione al consiglio permanente dei vescovi italiani non mancherà di richiamare la lettera del Papa e il suo «coraggio». La Cei in questi giorni non è intervenuta, anche perché la regola è non parlare prima del presidente. Di certo l’iniziativa della diocesi di Bolzano, che ha invitato a denunciare i casi di abusi sul proprio sito, è stata accolta con una certa freddezza. «Finora, in Italia, il fenomeno non sembra abbia dimensioni drammatiche», diceva monsignor Charles J. Scicluna, «promotore di giustizia» dell’ex Sant’Uffizio, che tuttavia si era detto «preoccupato» per «una certa cultura del silenzio ancora troppo diffusa». La Cei non vede comunque una «crisi» italiana, «il problema non è mai stato sottovalutato», e ritiene la situazione «sotto controllo», i casi «limitati» e noti, e le misure di prevenzione, a cominciare dai seminari, «prese per tempo, da anni». Del resto è stato Bagnasco a ricordare due giorni fa che «la Chiesa ha una storia luminosa di duemila anni» che «nessuna ombra, per quanto grave e criminosa e odiosa, potrà cancellare». L’Europa è ancora «alla ricerca della propria identità», diceva ieri il cardinale Bertone, mentre il ministro degli Esteri Franco Frattini ricordava la «battaglia di civiltà e di libertà» dell’Italia a difesa dei crocifissi nelle scuole. Per il segretario di Stato vaticano, «occorre suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente».

 

Roma – Un’Italia diventata anticristiana, scriveva ieri nel suo fondo in prima pagina Ernesto Galli della Loggia. A una serie di imputazioni (pedofilia, autoritarismo gerarchico, diffidenza verso la scienza e molti altri legati alle cronache e alle polemiche quotidiane) per l’autore si aggiunge «un radicalismo enfatico nutrito d’acrimonia. È, insieme, una contestazione sul terreno dei principi, un chiedere conto dal tono oltraggiato e perentorio che dà tutta l’idea di voler preludere a una storica resa dei conti». E poi, scrive, «la Chiesa, e tutto ciò che la riguarda (religione inclusa) ricadono nella condanna liquidatoria del passato, di qualsiasi passato, che in Italia si manifesta con un’ampiezza che non ha eguali». Monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, ha dedicato con Franco Scaglia a questo argomento un recente e fortunato volume ( In cerca dell’anima-dialogo su un’Italia che ha smarrito se stessa, Piemme, ormai quarto in classifica tra i saggi più venduti). Paglia: «Non c’è dubbio che in un momento grigio come quello che stiamo vivendo, in cui egocentrismo e rassegnazione si sposano, c’è bisogno di una profezia alta. Ritengo fondamentale mettere di nuovo in rilievo la grandezza della nostra fede, la sua forza trasformatrice, che riesce a smuovere i cuori. È questa sua profezia che può e deve ridare un’anima a questo nostro Paese e alla stessa Europ». Poi Paglia rinvia al discorso a braccio di Benedetto XVI ai vescovi svizzeri in cui il papa citò Sant’Ignazio («il cristianesimo non è opera di persuasione ma di grandezza»). In quell’occasione, ricorda Paglia, il Papa raccontò di quando, negli anni 80, in Germania gli chiedevano continuamente interviste su contraccezione, ordinazione delle donne, aborto. E Ratzinger avvertì: «Se noi andiamo dietro a queste discussioni, allora si identifica la Chiesa solo con comandamenti e divieti e noi facciamo la figura di moralisti con convinzioni fuori moda». Molto secco il sociologo cattolico Giuseppe De Rita: «Non credo che la fede possa diventare oggetto di opinionismo. Le polemiche non toccano la quotidianità della Chiesa che non mi pare in crisi. Possono esserci momenti di tensione. Ma io sto a Don Milani: la Chiesa la si serve, non la si discute». Preoccupato invece Ernesto Olivero, laico sposato, fondatore del Sermig, Servizio missionario giovani: «Sì. Ci sono momenti difficili, persino direi di persecuzione. Perché l’amore e l’accoglienza dei cristiani mandano in crisi gli apparati. Ma questi momenti difficili possono essere anche una benedizione: la Chiesa non è una struttura che debba aggiornarsi o “piacere” ma una presenza alla quale riferirsi». Complessa l’analisi di Pier Ferdinando Casini, leader Udc: «C’è sicuramente una manovra a più voci e con più finalità contro la Chiesa cattolica, che può avere interessi di varia natura su bioetica, ricerca, fecondazione. Interessi che possono forse cambiare il destino dell’umanità, sicuramente quello di alcune aziende. Poi c’è un pregiudizio anticattolico radicato in tante società occidentali che coincide con l’avanzare di realtà del mondo islamico non più marginali ma protagoniste». Poi Casini affronta un’altra questione: «Negli ultimi quindici anni la Chiesa ha spostato la centralità dalla questione sociale a quella antropologica. Una testimonianza nuova e sgradita a tanti, abituati a vedere nella Chiesa una sorta di immensa Ong dedicata ai poveri e alla pace. Oggi la questione antropologica ed etica entra palesemente in rotta di collisione con l’universo progressista, con cui in passato la Chiesa sembrava avere un rapporto quasi preferenziale. Guardando tutto questo con un’ottica planetaria, e valutando il peso di tante lobby allora diventa chiaro quanto diventi difficile l’azione del Papa e della Chiesa nel mondo attuale». Infine Luigi Bobba, ex presidente delle Acli e oggi deputato pd: «Ha ragione Galli della Loggia. C’è una gran voglia di confinare la Chiesa in qualcosa che ha a che fare col passato, come un pezzo del mondo vecchio: un mito ormai datato ma che ora sembra avere una presa popolare più larga. Poi c’è una contestazione più radicale, come quella di Umberto Veronesi che relega la fede nell’irrazionale e nell’esperienza privata senza alcuna rilevanza pubblica. Ma l’esperienza cristiana è stata uno dei fondamenti dei nostri archetipi culturali. E questi atteggiamenti portano a rimuovere questi fondamenti. Una conseguenza sulla quale è bene riflettere».

 

Rugby e Chiesa, brusco risveglio. Ieri mattina i cuori erano ancora al Croke Park, il grande stadio dove sabato si è tenuto il match dell’ultima giornata del Torneo Sei Nazioni, costruito giusto di fronte alla residenza dell’arcivescovo di Dublino. Scozia-Irlanda, 23-20. Anche la messa, con lettura del messaggio di Benedetto XVI in tutte le diocesi del Paese, ha scaldato gli animi in questa domenica di Quaresima. A Killarney, nel Sud-ovest, un uomo sulla cinquantina ha interrotto il vescovo Murphy durante la lettura del Vangelo. «Chiedi scusa», gridava. Alcuni fedeli lo hanno trascinato fuori di peso, è arrivata la polizia e il vescovo ha ripreso la celebrazione. L’uomo aveva trascorso anni nell’orfanotrofio di St. Joseph gestito dalle Suore di Misericordia, che con i Fratelli Cristiani sono l’ordine più citato nel Rapporto Ryan sulle violenze commesse tra gli anni Trenta e Novanta in oltre 250 istituti cattolici irlandesi. Nella Pro-cattedrale di Dublino in venti hanno aspettato il momento della lettera pastorale per alzarsi e uscire. E ha parlato all’Irish Independent Sinéad O’Connor, la cantautrice ribelle sempre critica nei confronti delle gerarchie: «Il testo è uno studio nell’arte della menzogna, insulta ancora una volta i cattolici invitandoli a tornare in chiesa». E’ su questo terreno che si gioca ora la grande partita per la Chiesa d’Irlanda. Riaprire il dialogo con una società sempre più distante dall’istituzione: si dichiara di religione cattolica oltre l’87 per cento della popolazione ma dagli anni Novanta sono gli immigrati polacchi la speranza di parroci alle prese con congregazioni sempre più deboli. Riconquistare la fiducia attraverso gesti concreti, oltre alle indicazioni del messaggio papale su penitenza e cooperazione con le autorità civili, le associazioni delle vittime continuano a chiedere le dimissioni dei vescovi e del primate Seán Brady, che ha ammesso di aver partecipato a gravi insabbiamenti negli anni Settanta. «Pietà, Signore Gesù/non farmi implorare invano», cantava il coro sabato nella cattedrale di San Patrizio ad Armagh, poi il cardinale Brady ha letto ai fedeli la preghiera del Papa.

I peccatori, l’indulgenza e la forza del Papaultima modifica: 2010-03-22T22:16:00+01:00da borgosotto
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