Chiesa e pedofilia: “coordinate” per capirne di più

di Giuseppe Trentin,  LA DIFESA DEL POPOLO (settim. dioces. di Padova) di domenica 11 aprile 2010

Il tema della pedofilia nella chiesa continua a imperversare sulle prime pagine dei giornali nazionali e internazionali. Da parte sua il papa tace o sorvola, non entra nel merito, tanto meno si erge a difensore di religiosi o preti pedofili. Ha scritto una lettera ai cattolici d’Irlanda nella quale condanna la pedofilia e raccomanda ai vescovi di collaborare con la giustizia civile. Dopo di che è tornato sull’argomento solo per esortare tutti a non dimenticare il principio evangelico in base al quale si condanna il peccato, non il peccatore. Che ha bisogno semmai non di essere condannato, ma aiutato nel difficile cammino della conversione. Vale forse la pena di fare in proposito qualche considerazione che aiuti a chiarire meglio i diversi profili e modi di affrontare il problema. La prima e più fondamentale considerazione riguarda la distinzione tra reato, colpa e peccato. È evidente che quando si parla di reato ci si colloca in un ambito giuridico. Il riferimento principale in tale ambito è la legge, la sua applicazione rigorosa e puntuale, indipendentemente dal fatto che un’eventuale trasgressione sia volontaria, intenzionale. De internis non iudicat praetor, si dice: il giudice non tiene conto degli atti interiori. Il che non è del tutto vero.

È certo però che il giudice più che alle intenzioni guarda agli effetti, alle conseguenze di un determinato atto. Il contrario di quanto avviene invece in ambito morale. Qui il riferimento principale è la volontarietà, l’intenzione, ragion per cui si parla di colpa, non di reato. Il che non significa chiudere gli occhi sugli effetti, su eventuali danni o violazioni dei diritti di terzi. Ciò vale anche per l’ambito teologale in cui il riferimento principale è la fede, la relazione dell’uomo con Dio. Per cui si parla non di reato o di colpa ma di peccato. E il motivo è che l’atto viene vissuto e percepito non solo come diritto o esigenza morale, ma come fedeltà, obbedienza a Dio, alla sua volontà. A questo punto chi è chiamato a imboccare il difficile cammino della conversione – e chi non lo è? – dovrà percorrere quanto meno tre tappe, tutte abbastanza impervie e faticose. La prima è paradossalmente la più facile ma anche la più difficile, almeno per la chiesa. È la tappa che porta al riconoscimento del male non morale, involontario, non intenzionale. Quel male che si fa per ignoranza, errore, inavvertenza. O anche per fragilità, debolezza. Sotto questo profilo non si fa mai così bene il male come quando lo si fa in buona fede, convinti di essere nel giusto, di fare il bene. Non vi è malizia, certo, in chi lo compie, ma quanti danni, quanti torti e ferite si possono causare senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Solitamente i nostri occhi si aprono quando è troppo tardi, quando non è più possibile rimediare. E allora più che domandare perdono normalmente si chiede scusa. E giustamente, perché non vi è stata colpa e tanto meno peccato. Ciononostante si è fatto del male, abbiamo fatto soffrire persone, causato danni, più o meno gravi, a volte irrimediabili. Si pensi agli incidenti stradali, ma anche a tante vittime di comportamenti sbagliati o involontari. La seconda tappa è la più dolorosa e al tempo stesso la più liberante, in qualche modo la più gioiosa, almeno per chi ne ha fatto o ne fa l’esperienza. Essa porta al riconoscimento del male morale, volontario, intenzionale. Si pensi alla colpa, al peccato, ma soprattutto al pentimento. Nel pentimento il male morale, ma anche quello non morale, viene esplicitamente e formalmente rifiutato. Non si dice soltanto: ciò che ho fatto era sbagliato, involontario. Si dice: ciò che ho fatto non sarebbe mai dovuto accadere; cosa darei perché non fosse accaduto. In simili casi non ci limitiamo a chiedere scusa, ma domandiamo perdono. Ci riconosciamo colpevoli, peccatori, ci assumiamo la responsabilità del male. Nel pentimento la persona si mette in questione, decide di cambiare strada, di convertirsi. A volte lo fa per paura, per timore degli altri o magari anche di Dio. Si parla allora di pentimento imperfetto. Altre volte il pentimento nasce dall’amore, ci si pente perché abbiamo fatto soffrire gli altri, Dio stesso. In tal caso la teologia parla di pentimento perfetto. La terza e ultima tappa porta alla riparazione, alla espiazione del male. Parte dal riconoscimento e porta il pentimento a un livello superiore. Non ci si ferma al dolore, all’avvilimento per il male compiuto. Si va oltre, si cerca per quanto è possibile di riparare i danni o di compensare in qualche modo chi li ha subiti. Il che non sempre è possibile, e quando è possibile incontra dei limiti: difficilmente la riparazione o compensazione può essere realizzata in misura piena. Chi potrà, ad esempio, riparare o compensare il dolore, la sofferenza per il male subito? È comunque sempre segno di vero pentimento, di autenticità e credibilità della conversione.

Chiesa e pedofilia, attenti a non cadere nel sottile tranello dei titoli ad effetto di Guglielmo Frezza 

C’è un aspetto, nella grave e complessa vicenda delle accuse di pedofilia, che è emerso in tutta la sua portata nei giorni della Pasqua e che chiama in causa il rapporto tra chiesa e mondo dell’informazione. Vittorio Messori, dalle colonne del Corriere della sera di domenica scorsa, lo ha riassunto così: i vescovi parlano e scrivono troppo, e lo fanno oltretutto con l’ingenuità di chi continua a vergare testi complessi e articolati, quando ai media quel che serve è solo un buon titolo. È un cortocircuito ricorrente, che oggi tocca la chiesa ma riguarda a ben vedere ogni ambito della società messo sotto la lente d’ingrandimento da giornali e tv: la banalizzazione del dibattito politico, la spettacolarizzazione morbosa della cronaca, le aule dei tribunali trasformate in set televisivo. Tutto ciò che è complesso, articolato, meritevole di un approfondimento non esauribile nel breve volgere dei minuti televisivi, o viene espunto o va forzatamente rimodellato sulle esigenze dell’industria dei media. Che non sono, sempre e soltanto, quelle di fornire un’informazione completa, onesta e imparziale. Questo non significa in alcun modo voler sminuire il dramma che stiamo vivendo e che pone una lunga serie di interrogativi anche in merito alle prassi di selezione dei candidati al sacerdozio, alla loro formazione pastorale, alla vita quotidiana dei presbiteri. I casi conclamati di abusi, le ammissioni e le omissioni sono una ferita profonda, in primo luogo proprio per i credenti, e i responsabili dovranno renderne conto alla giustizia civile senza alcuna copertura. Non prendere in serio esame le accuse sarebbe un’ulteriore offesa alla verità e alla giustizia, oltre che alle vittime. Eppure, a leggere le cronache col loro rincorrersi quotidiano di nuovi casi, poco o nulla sembra trasparire non solo del travaglio interiore ma perfino della severità e della trasparenza con cui non da oggi papa Benedetto XVI ha scelto di affrontare la questione. Più la chiesa sgretola il muro di silenzio del passato, più diventa oggetto di accuse generalizzate, ingiuriose e ossessivamente ripetute, invece di essere analizzata e raccontata anche nel suo sforzo di fare chiarezza. È il paradosso di un’informazione che pare tesa a indurre nell’opinione pubblica l’idea che dietro ogni prete si nasconda un pedofilo, modellando il suo racconto sul principio per cui a far notizia è solo l’eccesso, la stravaganza, la devianza. Fortunatamente, c’è una chiesa che vive e agisce nel tessuto delle nostre comunità, fatta di presbiteri e laici, messe e patronati, opere di carità e impegno culturale, amore e condivisione. Forse dobbiamo imparare a comunicarla meglio, magari come suggerisce Messori un pizzico di scaltrezza da cronista non guasterebbe ad accompagnare la riflessione teologica ed ecclesiale. Ma non cadiamo nel tranello di sostituire la vita quotidiana, tangibile e verificabile in ogni parrocchia, con la sua brutta (e parziale) copia virtuale. La realtà è più complessa, e quasi sempre migliore, di un titolo ad effetto o di un salotto televisivo.

Chiesa e pedofilia: “coordinate” per capirne di piùultima modifica: 2010-04-13T18:13:50+02:00da borgosotto
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