Un ingombrante professore. Cinque anni di un magistero mite e combattente raccontati da un cattolico progressista

di Aldo Maria Valli, Il Foglio, 13.4.10

Devo essere sincero. Quando, il 19 aprile 2005, il cardinale protodiacono, il cileno Jorge Medina Estévez, annuncia che la chiesa cattolica ha un nuovo Papa, io resto piuttosto freddo. E siccome sono collegato in diretta televisiva con qualche milione di persone, la mia reazione non passa proprio inosservata. Ma che ci posso fare? Non so dissimulare. Torno al giorno fatidico. L’annuncio, in latino, è quello classico: “Annuntio vobis gaudium magnum, habemus Papam! Eminentwsimum ac reverendissimum dominum, dominum Josephum! Sanctae romanae Ecclesiae cardinalem Ratzinger! Qui sibi nomen imposuit Benedictum XVI”. Già al “Josephum” tutti capiscono, e dalla piazza si levano esclamazioni. Capisco anch’io. Soprattutto capisco che il mio candidato ideale, il cardinale honduregno Oscar Andrés Rodriguez Maradiaga, non ce l’ha fatta. Lo so, l’elezione di un Papa”è una cosa seria e non è giusto fare il tifo, anche perché, in fondo, l’ultima parola spetta allo Spirito Santo. Ma io tifavo Maradiaga, e l’idea di avere un Papa sudamericano e salesiano, poco più che sessantenne, diplomato in psicologia e psicoterapia, suonatore di sassofono e in possesso del brevetto per guidare elicotteri, beh, insomma, era un’idea alla quale mi ero affezionato.

Invece ecco Josephum, ovvero Ratzinger, ovvero il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ovvero l’ex Sant’Uffizio. Accanto a me, per la diretta televisiva, c’è un noto missionario. Ci guardiamo perplessi. Mi sa che anche lui tifava Maradiaga. Ma è solo un istante, perché subito dopo ci viene un commento a due voci: “Josephum saprà essere Papa”. Devo precisare che non ho mai coltivato nei confronti di Ratzinger il solito pregiudizio, trito e ritrito, circa la sua rigidità dottrinale. Certo, rigido lo è. Ma, voglio dire, se uno è a capo del ministero vaticano che fa da controllore della retta dottrina può forse non esserlo? Non l’ho mai nemmeno considerato un uomo freddo e distaccato, come alcuni lo dipingono. Avendolo conosciuto personalmente, mi ha dato piuttosto l’impressione di un vecchio professore cortese, discreto e riservato, addirittura quasi timido, poco incline a coltivare amicizie non tanto perché “orso” ma perché tutto preso dai suoi studi e dai suoi libri, probabilmente l’unica compagnia a lui veramente gradita. A proposito di orsi, nel suo stemma episcopale ce n’è uno bello grande. E’ quello, feroce, che secondo la leggenda si fece un sol boccone del cavallo di san Corbiniano, e che per punizione fu obbligato dal santo a caricarsi sulla groppa tutti i suoi bagagli e a portarli fino a Roma. Ecco, il professor Ratzinger è un po’ così. Provate a mettervi di traverso sulla sua strada e lui, come san Corbiniano, vi saprà sistemare. In proposito in Vaticano gira una storiella. Siamo in paradiso e due famosi teologi entrano, uno dopo l’altro, per essere giudicati da san Pietro. Il primo esce dopo un po’, in lacrime, esclamando: “Come ho potuto sbagliare tanto?”. Passano alcuni minuti ed esce il secondo, esclamando: “Come ho potuto sbagliare tanto?”. Tocca poi a Ratzinger. Passa più di un’ora ed ecco uscire san Pietro che, in lacrime, esclama: “Come ho potuto sbagliare tanto?”. Aneddotica a parte, il professor Joseph, come il suo orso, quel giorno di aprile del 2005 deve caricarsi sulle spalle un bel fardello. Dopo il lunghissimo regno di Papa Wojtyla l’impresa è immane e schiaccerebbe chiunque. Ma ecco che il timido teologo bavarese trova subito le parole giuste. Affacciato al balcone della loggia centrale della basilica vaticana, davanti alla folla riunita in piazza e a milioni di persone davanti ai teleschermi, dice così: “Dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere”. E’ una professione di modestia oltre che di fede, e tutti i commentatori la interpretano cosi. Ma è anche un messaggio dal preciso significato teologico, con quell’insistere sul lavoro: nella vigna del Signore c’è tanto da fare, c’è bisogno di vignaioli attivi, e comunque ricordiamo sempre che la vigna non è nostra, ma del Signore; noi possiamo essere chiamati a lavorarci, ma non pensiamo di poterne diventare i padroni. I vignaioli malvagi, che uccidono il figlio del padrone illudendosi di potersi impossessare della vigna, fanno una brutta fine. La sera del 19 aprile 2005 sono passati solo pochi minuti dall’elezione del nuovo Papa e già possiamo vedere una prima differenza rispetto a Karol Wojtyla. Con Benedetto non ci ritroviamo a ragionare tanto su immagini, gesti ed emozioni, ma sulle parole. Ecco la svolta: un pontificato di idee, incentrato su ciò che è davvero essenziale nell’insegnamento evangelico. La “piccola barca del pensiero di molti cristiani”, aveva detto Ratzinger il giorno prima, nella messa pro eligendo pontifice, da lui presieduta in quanto decano del sacro collegio dei cardinali, si trova in mezzo a onde minacciose, sballottata da una serie di “ismi” da far paura: marxismo; liberalismo, collettivismo, libertinismo, agnosticismo, sincretismo, senza contare un vago misticismo. L’accusa è precisa. Il professore non gioca mai con le parole. La barca deve. ritrovare la rotta, e dunque ha bisogno di qualcuno che la governi nel mare in tempesta. Il pericolo è reale, perché “si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”. Che siano state proprio queste parole, così nitide a taglienti, a convincere gli eminentissimi cardinali di aver trovato in Ratzinger il successore di Wojtyla? E’ possibile. Di certo, cinque anni dopo quegli avvenimenti, si può dire che Benedetto ha seguito la rotta che aveva stabilito fin dall’inizio. Se il carismatico Giovanni Paolo II, eletto all’età di cinquantotto anni, puntò su un pontificato incentrato sui viaggi e sui grandi gesti simbolici, il riservato Benedetto XVI, eletto a settantotto anni appena compiuti, ha puntato sul pensiero e sull’intelligenza. E, proprio come un umile lavoratore, si è messo subito a rafforzare le fondamenta della fede e della chiesa. Un primo contributo al rafforzamento lo ha dato spiegando che il Concilio Vaticano II, passato alla storia come svolta di rinnovamento, non ha costituito una frattura nel percorso bimillenario della chiesa cattolica, perché fratture non ce ne possono essere, perché il mandato resta quello che Gesù ha dato agli apostoli e perché nella chiesa non è possibile sostituire una costituzione vecchia con una nuova, dato che la costituzione è una sola, immutabile, e anche in questo caso è stata consegnata dal Signore. Una presa di posizione che qualcuno ha voluto identificare con una sconfessione del Concilio, ma Joseph Ratzinger, che il Concilio lo visse in presa diretta in quanto giovane teologo di fiducia del cardinale Frings, ha precisato (lo ha fatto nel fondamentale discorso del 22 dicembre 2005 alla curia romana) che Giovanni XXIII, decidendo di chiamare a raccolta la chiesa per discutere di rinnovamento, non mise mai in discussione il depositum fidei: la dottrina resta “certa e immutabile” e non ci può essere discontinuità. E’ importante esprimere in modo nuovo una determinata verità, ma è altrettanto importante sapere che i modi nuovi di espressione sono validi solo se nascono da una “comprensione consapevole della verità stessa”. Eccoci così alla parola chiave dell’insegnamento di Benedetto XVI in questi anni di pontificato: verità. Joseph Ratzinger, che già per il motto episcopale aveva scelto cooperatores veritatis (dalla terza Lettera dì Giovanni), non solo sta elaborando il suo magistero come riflessione attorno al principio di verità, ma non si stanca di ripetere che la verità esiste e che l’uomo non è propriamente tale se non la cerca e non la riconosce. Qui la contrapposizione con il pensiero contemporaneo, imbevuto di relativismo; è totale e drammatica, ma il Papa professore, dietro modi cortesi, nasconde una tempra da combattente e ha ingaggiato una battaglia senza quartiere, anche nei confronti di quei settori della chiesa più inclini a cedere alle sirene relativiste. Pensiamo alle parole con le quali si apre l’enciclica “Caritas in veritate” (29 giugno 2009): “La carità nella verità, di cui Gesù Cristo si è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera”. Per Benedetto l’amore cristiano, centro e cuore tanto della fede quanto della dottrina, non è nulla se non è radicato nella verità. E’ aderendo alla vèrità del progetto di Dio che l’uomo diventa libero. Ed è solo su questa base che si può impostare un discorso sulla crescita e sullo sviluppo. Altrimenti sono soltanto parole vane. Altrimenti è sociologia, non cristianesimo. A partire da qui, Benedetto si è messo al lavoro su diversi fronti. Primi fra tutti quelli della liturgia, dell’unità fra i cristiani e del dialogo con le altre religioni. Sul primo fronte sta cercando di eliminare abusi ed errori nati da letture troppo disinvolte del Concilio. La messa non è una rievocazione o una sacra rappresentazione, il protagonista non è il celebrante. Al centro c’è Cristo, c’è il mistero del suo donarsi. Cristo presente. L’essenzialità e il rigore non sono fini a se stessi, né si tratta di nostalgia del passato. La liturgia ha bisogno di bellezza perché attraverso la bellezza Dio parla agli uomini. Circa l’unità fra i cristiani, Benedetto ha fatto ogni sforzo per riportare nell’ovile i tradizionalisti lefebvriani, ha accolto a braccia aperte, mediante un’apposita costituzione apostolica, gli anglicani desiderosi di tornare in comunione con Roma, e ha continuato il dialogo con l’universo ortodosso invitando alla collaborazione fra oriente e occidente a difesa dei valori comuni. Infine, nell’impostare il dialogo con le altre religioni ha fatto capire che può dialogare solo chi possiede una consapevolezza radicata circa la propria identità, altrimenti non di dialogo si tratta ma di abbandono a suggestioni buoniste che sfociano spesso nel cedimento. Lungo queste tre linee non sono mancati i momenti difficili e gli incidenti di percorso. Per esempio, nel lavoro di ricucitura con i lefebvriani la curia romana è incorsa in un vero e proprio infortunio quando non si è accorta in tempo delle prese di posizione antisemite e negazioniste di uno dei quattro vescovi tradizionalisti ai quali il Papa ha deciso di revocare la scomunica (parliamo dell’inglese Richard Wllliamson; che in un’intervista ha negato l’esistenza delle camere a gas naziste) determinando così una forte frizione con il mondo ebraico. Allo stesso modo, il processo di dialogo con l’Islam è stato reso in un primo momento più difficile e problematico dal famoso discorso tenuto dal Papa a Ratisbona il 12 settembre 2006, quando, citando un imperatore bizantino, Benedetto disse che Maometto ha introdotto solo “cose cattive e disumane” per la sua propensione a diffondere la fede con la spada. Episodio, quest’ultimo, che ha causato una sollevazione violenta da parte di ampi settori del mondo islamico. A questo punto però bisogna dire che se da un lato gli incidenti segnalati hanno evidenziato la necessità, per il Papa, di essere circondato da una squadra più attenta e sollecita nel coadiuvarlo e nel prospettargli i rischi insiti in alcune iniziative, dall’altro questa sua “impoliticità”, vale a dire questo suo essere del tutto alieno dalle preoccupazioni tipiche del “politicamente corretto” e della prudenza diplomatica, gli hanno permesso alla lunga di raggiungere risultati di grande rilevanza. La revoca della scomunica a quattro vescovi lefebvriani consacrati in modo illegittimo, è in particolare al negazionista Williamson, ha fatto sì infuriare molti ebrei, ma ha permesso anche di stabilire contatti proficui (come dimostra la visita alla sinagoga di Roma avvenuta il 17 gennaio 2010) con quei settori del mondo ebraico più disponibili a riconoscere che nelle questioni relative alla chiesa cattolica il Papa ha evidentemente mano libera e nessuno può utilizzare strumentalmente alcune sue decisioni. Lo stesso si può dire per quanto riguarda la scelta di Benedetto XVI (arrivata proprio alla vigilia della visita in sinagoga) di sbloccare l’iter del processo di beatificazione di Pio XII (accusato da una parte del mondo ebraico di aver taciuto sulle persecuzioni naziste). E ciò che vale per il dialogo con l’ebraismo vale anche nel rapporto con l’Islam, se pensiamo che, proprio dopo Ratisbona, trentotto leader e intellettuali islamici (saliti nel giro di un anno a 138, di 43 paesi e di tutte le tendenze) hanno scritto al Papa dando vita per la prima volta a un confronto aperto con lui e chiedendo di impostare una riflessione comune a partire da una posizione di assoluto rispetto per il cristianesimo. Si tratta di risultati che nessuno può negare, raggiunti dal Papa senza alcun cedimento ma puntando sulla verità, insistendo sul fatto che il dialogo va riempito di contenuti sinceri e rivendicando con forza la libertà della chiesa cattolica, nei confronti della quale nessuno può permettersi di attuare ricatti per ottenere risultati a proprio favore. Si diceva più sopra della battaglia ingaggiata da Benedetto contro la mentalità relativista. Occorre sottolineare che Ratzinger non si sta muovendo, come sostengono i malevoli e i meno informati, guardando al passato e in controtendenza rispetto agli esiti conciliari. AI contrario, il Papa sta facendo una proposta al mondo contemporaneo e alla sua cultura. Una proposta che guarda avanti e che trova spunto proprio nel Concilio, là dove raccomanda alla chiesa di prendere parte ai problemi del mondo facendosi interprete dei sogni come delle angosce, delle speranze come delle sofferenze dell’uomo di ogni tempo. E’ una proposta, quella di Benedetto, che si può riassumere in una formula: allargare gli spazi della ragione. Non è vero, sostiene il Papa, che è razionale solo ciò che è sperimentabile in modo scientifico. Questa, dice, è una visione che nasce da una estremizzazione del pensiero illuminista. Razionale è tutto ciò che attiene alla natura umana, compresi quegli aspetti che non possiamo dimostrare con formule matematiche o con esperimenti di laboratorio e che non di meno sono certamente umani. Razionale è, in particolare, credere in Dio, un Dio che crea l’uomo, a sua immagine e somiglianza, per amore. Razionale è vivere la fede, non come si può aderire a una filosofia o a una teoria, ma perché c’è stato l’incontro personale con Gesù Cristo figlio di Dio. Razionale è la speranza cristiana della risurrezione. Di qui l’altra proposta, rivolta ai non credenti e collegata alla prima, di vivere veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse. Nell’epoca dei lumi, argomenta Benedetto, l’uomo ha cercato di codificare alcune norme morali fondamentali etsi Deus non daretur, partendo cioè dall’idea che Dio non esista. Spossata dalle guerre di religione e dall’uso politico della fede, l’umanità ha cercato in quel tempo di sganciarsi dall’ipotesi Dio in nome dello spirito di libertà. L’operazione ha potuto funzionare soltanto finché nella cultura sono rimaste tracce di cristianesimo in grado di agire comunque da collante e da regolatori sociali attorno ad alcuni principi condivisi. Oggi però, in un’epoca in cui il tramonto dei valori cristiani ha consegnato tanto il singolo quanto la collettività al pericolo reale della disgregazione e dell’autodistruzione, Ratzinger propone di ribaltare la prospettiva: anche chi non riesce a concepire come razionale la ricerca di Dio, viva come se un’entità suprema e regolatrice esistesse. Proposta della quale secondo il Papa si potrebbe discutere in un rinnovato “cortile dei gentili” (così era detto lo spazio antistante il tempio a Gerusalemme, dove tutti, ebrei e pagani, potevano entrare), un luogo di confronto fra credenti e non credenti, sviluppabile anche grazie alle nuove tecnologie informatiche. Proposta coraggiosa, e che forse poteva venire soltanto da un Papa come questo, soavemente teutonico e ispirato a quella libertà che spesso caratterizza gli esponenti accademici nel mondo germanico. I monaci che nel Medioevo portarono alla costruzione dell’Europa, ha ricordato Benedetto in un altro discorso fondamentale, quello tenuto al collegio dei Bernardini di Parigi il 12 settembre 2008, in quell’epoca confusa “in cui niente sembrava resistere”, riuscirono a elaborare una nuova cultura non perché seguissero una filosofia, ma perché cercavano Dio. Il vero fondamento della cultura europea sta in questa ricerca appassionata, quasi folle se giudicata da un punto di vista strettamente umano. E la lezione resta valida anche oggi, perché in ogni tempo una cultura si costruisce sulla ricerca di Dio e sulla disponibilità ad ascoltarlo. L’umile lavoratore nella vigna del Signore si è dato molto da fare. Il timido professore che non ama i gesti eclatanti ha seminato moltissimo. Ora il compito che si è dato è quello di rimettere ordine e fare pulizia all’interno della chiesa. I segnali che ha lanciato sono molto chiari, specie se pensiamo alla netta condanna degli abusi sessuali compiuti da sacerdoti e religiosi e ai ripetuti richiami contro l’inimicizia e il carrierismo. Forse, paradossalmente, questa battaglia tutta interna si presenta come la più difficile e insidiosa fra quelle che Benedetto ha deciso di combattere, nella consapevolezza che “mordersi e divorarsi a vicenda” non è espressione di libertà ma di mancanza di fede e che “la priorità suprema e fondamentale della chiesa e del successore di Pietro” consiste nel “condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia”.

Un ingombrante professore. Cinque anni di un magistero mite e combattente raccontati da un cattolico progressistaultima modifica: 2010-04-13T18:00:00+02:00da borgosotto
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