I cinque anni di Benedetto XVI segnati dalle emergenze della Chiesa

Il 19 aprile 2005 Ratzinger saliva al soglio di Pietro. Un Papa della tradizione costretto a mettere il cattolicesimo in uno stato di autoriforma

di GIANCARLO ZIZOLA, La Repubblica 19.4.10

MOLTE COSE si possono dire di questo quinquennio di Ratzinger papa. Non che non abbia mantenuto le promesse. Al conclave del 2005 egli viene eletto il 19 aprile per un pontificato di continuità e per la sua intelligenza teologica. L’obiettivo della continuità comporta, paradossalmente, degli adattamenti. Comporta una politica di riassetto del centralismo istituzionale dopo il nomadismo carismatico del Papa polacco. La differenza principale è però un’altra, e non salta subito agli occhi degli elettori: si passa da un papa della Cristianità, forse l’ultimo papa rinascimentale, con il suo trionfalismo, le masse, l’utopismo carolingio e cosmopolita alla polacca, a un Papa che lavora sull’ipotesi di un cristianesimo tornato minoranza, non solo nel grande aeropago della globalizzazione, ma anche nelle aree un tempo cristianizzate e ora diversamente secolarizzate. Il suo piano integra la disciplina dei movimenti dell’entusiasmo religioso e il controllo dei nuclei scismatici lefebvristi. Nessuno come Ratzinger, la cui empatia intellettuale verso i tradizionalisti è provata da tempo e persino professata, ha la possibilità di riuscire là dove Wojtyla ha fallito, cioè di chiudere lo scisma di Lefebvre.

La continuità diventa presto un paradigma, forse una ossessione per lui. In certo modo, non può non esserlo per un Papa il cui ruolo è di custodire la tradizione apostolica. La discussione non si accende su questo, che forma una prerogativa istituzionale del successore di Pietro. Si arroventa invece sul modello tradizionalista che si presume tutt’uno con la tradizione, di esserne anzi la forma privilegiata. Il dubbio sorge col suo discorso alla Curia, il 22 dicembre 2005. Qui la critica all'”ermeneutica della discontinuità” con cui il Concilio verrebbe interpretato in eccesso fa da contrappunto ad una “ermeneutica della riforma”. Le innovazioni conciliari sono rilette e convalidate in quanto coerenti con le dottrine precedenti, secondo una griglia interpretativa più marcata nel senso della Tradizione.

È una premessa programmatica. Le decisioni successive ne vengono influenzate. E il trono è subito scosso dalle tempeste. Tra i cattolici c’è chi teme che il tradizionalismo faccia torto proprio alla Tradizione, rischi di ridurla a fossile, ignorando che l’innovazione di oggi è la tradizione di domani. Lo si verifica specialmente sulla revoca troppo precipitosa e ottimistica della scomunica dei quattro vescovi lefebvriani, sulla controriforma liturgica, sull’ammissione delle diocesi tradizionaliste anglicane nella Chiesa cattolica: misure che intendono sanare fratture storiche ma che determinano nell’immediato divisioni forse più ampie all’interno del cattolicesimo. Il papa ne è consapevole e in una “Lettera ai Vescovi”, oltre a rivendicare il suo ruolo riconciliatore, pone delle precise condizioni alla riammissione dei lefebvriani, tra le quali l’accettazione incondizionata del Vaticano II e, finalmente, l’ammissione che non si dà Tradizione senza un’incessante dinamica evolutiva.

Di fatto le tensioni non cessano di riprodursi. Il passaggio da una fase in cui il papato assumeva la riforma cattolica come paradigma centrale delle sue mediazioni, per quanto calibrate, ad un approccio più distaccato e forse relativizzante riduce tempi e modi della governance della Chiesa. Più Roma guarda al passato per tentare di ricostruirlo integralmente, più s’indebolisce la speranza pubblica di un cambiamento nella forma storica della Chiesa romana e nelle sue strutture, più gli equilibri interni e le stesse appartenenze ne soffrono. Le strategie di esautoramento delle aperture accelerano in effetti la dissoluzione di quel cauto riformismo che sosteneva la transizione, mantenendo almeno socchiuso il dialogo con i valori del mondo moderno. Il sistema tarda a comprendere che lo slancio cognitivo verso l’orizzonte della storia e delle tradizioni spirituali dell’umanità è una componente organica dell’identità cattolica e degli stessi equilibri interni della Chiesa. Ormai basterà una pressione anche minima per far saltare l’intero sistema. Quando esplode lo scandalo della pedofilia nel clero, le piccole cifre degli abusi non danno da sole ragione del disastro: non è solo una concezione del sacerdozio e della vita religiosa che viene investita, ma un’intera struttura verticistica di potere, una concezione castale della Chiesa, rimasta come se il Concilio non ci fosse stato. In qualche modo la crisi, la più grave nella storia del papato in età contemporanea, si incarica di compiere nella Chiesa ciò che i papi non hanno potuto o saputo realizzare: la transizione da una Chiesa clericale e chiusa a una Chiesa “comunione”, quella prefigurata il Concilio.

Le crisi costringono a rifare l’inventario e ora la Chiesa è di fronte all’aut aut: o cambiare o perire nella sua forma attuale. È paradossale che sia stato il papa “della continuità” a scoperchiare questo male oscuro e a ordinare l’autospurgo nelle diocesi. Qualunque cosa se ne pensi, rimane un fatto dinanzi alla storia: questa azione di purificazione radicale è stata cercata con l’ostinazione che gli è riconosciuta da Benedetto XVI. Per quanto le sue visioni della riforma siano timide, egli ha contribuito a mettere la Chiesa in uno stato di autoriforma che potrebbe costituire la via maestra per i cambiamenti istituzionali. Egli lo diceva fin nel Duemila, l’anno del Giubileo, spiegando i mea culpa per gli errori storici della Chiesa: “La Chiesa si difende contro la pretesa di una Chiesa solo santa. La Chiesa del Signore che è venuto a cercare di peccatori e ha mangiato alla loro tavola, non può mai essere una Chiesa fuori dalla realtà del peccato”. E chiamava per nome – un nome politico – questo peccato: “A cominciare dalla Donazione di Costantino, la Chiesa porta con sé anche il suo contrario e così è sempre impedita, macchiata nel suo cammino”.

Quanto all’altro asse del quinquennio, si è constatato che l’intelligenza teologica è servita a Papa Benedetto per rilanciare la centralità del papato come fonte di magistero e di direzione universale educativa per l’orbe cattolico. Meno per discernere nelle convulsioni dell’epoca altra cosa che il loro aspetto distruttivo e portarsi audacemente nella corrente del nuovo tempo per esaltarne le virtualità cristiane. E’ evidente che il suo magistero ha privilegiato un’agenda pedagogica, per formare spiritualmente “il piccolo gregge” con un’apologetica quasi per tempi apocalittici, tempi di martirio. Era stato un professore e ha continuato a farlo. Con un linguaggio mirato alla riconversione culturale delle élites cristiane, nella frana delle strutture della cristianità costituita. Mantenendo attenzione anche all’intelligenza laica o non credente, che abita la soglia del “Cortile dei Gentili”. Il dialogo tra fede e ragione, il suo chiodo fisso, intercetta una congiuntura globale in cui le religioni sono volentieri associate a fenomeni di intolleranza, di integralismo fanatico, persino di violenza. Lo stesso gregge cattolico ne è inquinato.

Le identità inseguono i bastioni in cui arroccarsi, piuttosto che le aperture verso un ignoto, che è il terreno elettivo di una fede abramitica. Benedetto XVI rassicura queste identità difensive con la lotta al relativismo morale e per “i valori non negoziabili”. Il più delle volte il suo zelo rimane al di qua di ciò che richiedono congiunture eccezionali. E si lascia comprimere troppo strettamente nel solco di una tradizione eurocentrica in cui l’elemento storico assume abusivamente, solo in virtù della sua antichità, un valore di assoluto, come se là fosse il futuro del cristianesimo. È cauto sul dialogo con le altre religioni, rischia conflitti con l’islam (Regensburg, il battesimo di Magdi Allam), deve giocare i supplementari in Sinagoga a Roma per impattare con gli Ebrei dopo il ripristino della vecchia orazione del Venerdì Santo per la loro conversione e il via libera al decreto per far beato Pacelli. È innegabile, il suo approccio alla teologia del pluralismo religioso è quello apologetico di prima. La sua prefazione al libro di Marcello Pera ne è una delle prove.

Come quasi tutti gli intellettuali,  –  nota l’arcivescovo di Poitiers Albert Rouet  –  anche Ratzinger ritiene che basti impostare bene un problema per risolverlo a metà. O di poter governare la barca dall’alto della coffa dell’albero maestro, anche col mare mosso. Ma l’operazione esigerebbe al suo fianco, se non un collegio episcopale operativo (una innovazione conciliare rimossa), almeno un’équipe governativa idonea per cultura a gestire la delega. La realtà è più complessa e la vita resiste agli schemi. L’infortunistica in cui il regno è incappato sta a dimostrare che un’intelligenza per quanto limpida non basta a governare una Chiesa. E che nemmeno la premura per il primato dello Spirituale, premessa per rottamare le intrusioni della Chiesa negli affari dello Stato (interdette dall’enciclica sul Dio Amore), potrebbe risparmiare a un Papa cocenti incidenti politici. La storia in cui Ratzinger investe è anzitutto “storia della salvezza”. Ma è anche fatta dalle fatiche delle speranze storiche di cui la Chiesa non dannatoria della seconda metà del Novecento prometteva di farsi compagna.

I cinque anni di Benedetto XVI segnati dalle emergenze della Chiesaultima modifica: 2010-04-19T10:38:13+02:00da borgosotto
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