Gli attacchi alla Chiesa: c’è bisogno di chiarezza di Carlo Maria Martini

di Carlo Maria Martini, CORRIERE DELLA SERA di domenica 25 aprile 2010

Come era da prevedersi, sono molte le lettere pervenute che toccano il gravissimo problema della pedofilia. Le parole accorate e veementi di alcune vittime e le espressioni dette dall’autorità ecclesiastica, in particolare dal Papa, e dall’autorità civile richiamano la parola di Gesù: «Guai a colui per cui avvengono gli scandali. È meglio per lui che gli sia messa al collo una macina da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto di scandalizzare uno di questi piccoli» (Vangelo secondo Luca 17, 1-2). Le lettere ricevute parlano del fenomeno della pedofilia in generale, ma soprattutto come tentazione per i preti e come volontà di coprire tutto da parte dei vescovi. Di qui le critiche mosse alla Chiesa e ai suoi rappresentanti e la denuncia del celibato obbligatorio dei preti nella Chiesa latina. Di fronte a una così aggrovigliata matassa e a tanto clamore dei mezzi di comunicazione pubblica non potremo dire se non alcune poche cose. In ogni modo è da salutare con favore il fatto che la società esiga che venga fatta piena luce su questi fatti delittuosi e che le vittime abbiano il coraggio di denunciare tali crimini secondo verità. Vi sono state infatti denunce poi trovate false. Un caso clamoroso per gli Stati Uniti fu la denuncia al cardinale Bernardin, di Chicago, il quale dimostrò poi la sua innocenza.

Eminenza, lo spettacolo delle accuse che riguardano la pedofilia nella chiesa cattolica, verificatisi tra il 1950 e il 1980 è doloroso ed inquietante. Sia per il fatto in sé, ovviamente grave quando è provato, sia perché l’impressione è che il tutto sia anche finalizzato contro la Chiesa e contro il Papa in particolare. Stupisce come mai, oltre ad indagare così a fondo e a fare emergere fatti riferiti a quaranta o addirittura sessanta anni fa, con evidenti difficoltà ad effettuare riscontri con molti degli accusati, ormai deceduti, non si scavi invece nel presente o per lo meno di ciò che viene fatto non vi è traccia mediatica. Penso sia molto importante un’indagine approfondita che stronchi la pedofilia, come fenomeno attuale, sia nella Chiesa cattolica sia fuori, ove alberga tra i poteri più forti. (Alfredo Porro – Milano)

 

Vorrei sapere se è vero che lei auspica, come hanno riferito i Tg, che i sacerdoti possano sposarsi per ovviare al problema della pedofilia. Spero che ciò corrisponda al falso per due ragioni: la prima è un rapporto Eurispes che le riporto integralmente. Il 66% degli abusi sessuali si compie in famiglia: ne sono responsabili il padre nel 35,8% dei casi, la madre (30,8%), fratello/sorella (2%), altri parenti (4,8%) convivente con padre/madre (2,1%), amici/conoscenti (8,0%), insegnante (4,4%), estraneo (3,7%). E ancora: i preti in Italia sono circa 39.000, in 50 anni di preti condannati per molestie ai minori ce ne sono 17 sicuri (su 21.000 casi di pedofilia ogni anno) ed altri 10 in attesa di giudizio. Poi, all’interno dell’intera categoria dei preti maschi degli Usa, ad esempio, solo lo 0,2% è stato coinvolto in abusi in 50 anni. Considerando 4.000 preti, solo 8 su 4.000. Sono dati del sociologo Philip Jenkins, professore alla Pennsylvania State University. (Paola De Lillo – Milano)

 

Vorrei tanto dimostrare il mio affetto e il mio sostegno al Santo Padre in questi giorni di sofferenza dopo le accuse venute dai media internazionali. Spero tanto che la Chiesa riesca a superare questa «crisi». Considero il Papa un grande difensore della moralità malgrado le accuse rivolte a lui. (George Attard Ghasri, Gozo – Malta)

 

Personalmente non sono competente nella statistica e sono allergico alle dietrologie. Non sono perciò inclinato a vedere in tutto questo polverone una congiura pensata a tavolino contro la Chiesa e contro il Papa. È vero che chi è ostile alla Chiesa cattolica (non semplicemente comunista o laicista) forse si rallegrerà di questa concentrazione, che umilia tutto il clero e non si occupa del fatto che la maggioranza dei casi di pedofilia e di abuso sessuale si compiono nell’ambito della famiglia, cioè là dove sono i primi educatori del fanciullo. Il Papa è stato molto chiaro e fermo su questo problema e anch’io l’ho difeso con forza in un’intervista recente. Personalmente mi disturba che una società che ha abbattuto ogni diga verso la sessualità (che corrompe anche i piccoli, vedi gli accenni sessuali nella pubblicità) si diriga solo contro una fascia ristretta di persone. Sarebbe necessaria una maggiore sorveglianza sulla comunicazione pubblica, per dare più credibilità agli interventi sulla pedofilia.

 

Ho letto da qualche parte che propone un cambiamento del celibato dei preti: potrebbe spiegare la differenza tra promessa di celibato dei preti e voto di castità dei frati? (Giannino Galano – Roma)

 

Non ho mai proposto un cambiamento del celibato dei preti nel contesto della pedofilia. Le affermazione contrarie dei giornali, da me ufficialmente smentite, sono dovute ad una errata trascrizione di un mio testo. Quanto alla differenza tra la promessa di celibato e il voto di castità (fatto da tutti i religiosi), essa consiste nel fatto che la prima è un proposito benedetto dalla Chiesa e confermato dalle leggi canoniche mentre il secondo è un voto vero e proprio, la cui violazione costituirebbe un sacrilegio.

 

Anche se sono stato sempre in lotta contro l’ipocrisia e il mettere tutto a tacere che sempre hanno dominato nell’istituzione Chiesa, ora che tutti i nodi vengono al pettine soffro terribilmente per il peso schiacciante che la pedofilia dei preti ha messo sulle spalle del Papa: non so se sarà capace di portare tale croce. Ma certo scaturirà per la Chiesa un’onda di bene, perché si metteranno in discussione tante cose finora messe in disparte fra cui quella del celibato dei preti e tante altre cose nelle quali certamente la Chiesa non è «maestra in umanità». (Padre Santino Scapin – Caravaggio, Bergamo)

 

Credo che ci troviamo davanti al più grande problema che la Chiesa abbia dovuto affrontare in questo secolo e in quello precedente. Mi rendo conto del fatto che molti vogliono creare uno scandalo enorme contro il Papa. Però i fatti sono talmente tremendi che credo la Chiesa debba essere molto severa sia nel condannare quello che è successo, sia nel prevenire. Personalmente non sono d’accordo che la Chiesa sia molto severa in tutta la questione della «morale sessuale» con i fedeli e molto tollerante con alcuni suoi preti abusatori. Non possiamo dimenticare che nel Vangelo Gesù è stato severissimo nel giudicare «coloro che causano scandalo nei bambini», molto più severo, che con la donna adultera. Credo sarebbe necessario un aggiornamento su tutta la morale sessuale sia dei laici che dei preti. Magari il celibato non dovrebbe essere obbligatorio. In realtà Dio ha fatto i fiumi perché confluiscano nel mare, quando gli uomini intervengono per fermare le acque, esse a volte, possono deviare e creare catastrofi. Esprimo la mia solidarietà al Papa e chiedo, come cattolica di base, molta severità in tutto questo problema. (Alicia Redel Zizur Mayor, Navarra – Spagna)

 

Tutti noi condividiamo con il Papa il peso di questa umiliazione. Speriamo che, come il seme buttato nella terra muore e «risorge», sia possibile fare luce su tutti i fatti avvenuti e impedirli per l’avvenire. Sono, per quanto riguarda i preti, fenomeni presenti in una minoranza. Ma è molto positivo che la società si muova e lanci il segnale di allarme per questi crimini. Nell’educazione del clero si badi attentamente a scoprire le caratteristiche psicosomatiche di individui che potrebbero domani sviluppare questa compulsione. Infatti fino ad alcuni decenni fa si esercitava su questi atti soprattutto un giudizio e un intervento di carattere morale. Insistendo sulla coscienza della gravità del proprio comportamento e richiedendo una penitenza adeguata, magari per uno o più anni e il proposito di non compiere più questi atti e risarcire le vittime. Poi si è preso sempre più coscienza del fatto che si tratta probabilmente di una compulsione, che va di conseguenza trattata anche a livello psicosomatico. Stiamo superando una tradizione di omertà e di «bocca chiusa» espressa nel noto proverbio: «I panni sporchi si lavano in famiglia».

 

Ciò che fino ad ora ha comunque «salvato» ai miei occhi l’immagine della Chiesa è stato l’incontro con illuminati missionari e pochi altri splendidi religiosi impegnati, o la fortuna di aver incontrato la comunità monastica di Bose nel mio camino di crescita, il costante ripetermi che siamo tutti santi e peccatori, di non cadere nella trappola del giudizio, ma non le nego che ultimamente mi è sempre più difficile. Io vorrei essere parte di una Chiesa che s’indigna e combatte a fianco dei poveri e dei diseredati, che striglia i potenti della terra quando si riempiono la bocca di Dio e sono così lontani nel loro operato, che non parlasse solo della sfera sessuale, ma di tutti gli altri gravi problemi che possono affliggere la nostra anima. Non può essere solo la sessualità il fulcro di un cristiano. (Emiliana Dragani, Ortona – Chieti)

 

I preti e i religiosi impegnati non sono pochi, anche se fanno poco rumore e per questo non fanno notizia. Io ne ho conosciuti moltissimi. Dipende anche da noi come sarà la Chiesa del futuro: Chiesa dei poveri, o Chiesa dei potenti.

 

Sono pienamente convinto del valore altissimo del celibato ecclesiastico. Ma esso, essendo al di sopra di ogni comune condizione umana, rasenta la dimensione di una vera eroicità. Da possedere e verificare in ogni istante della vita: rinunciare alla propria volontà, alle più profonde esigenze dell’eros, e (nel caso dei religiosi) al diritto di possedere, è cosa che a lungo andare logora, se non si è forniti di una forte volontà e di una straordinaria spiritualità. Ciò che la preparazione dei seminari raramente riesce a scoprire, a orientare e a rinsaldare nei candidati. Occorre quindi preservare gelosamente il valore del celibato, ma allo stesso tempo non farne un tabù intoccabile. (Rocco Dicillo Triggiano – Bari)

 

Il celibato obbligatorio dei preti della Chiesa latina non è un dogma. Ma il celibato per il Regno dei Cieli è una perla preziosa del Vangelo e va custodito con molta preghiera e una intensa vita spirituale.

 

Da molto tempo mi domando che cosa sia il peccato originale. Se accettiamo la teoria darwiniana dell’evoluzione della specie, questo significa che Adamo ed Eva non sono mai esistiti. Se è così, da quale peccato originale è venuto a liberarci? È una domanda, questa, a cui non ha saputo rispondere alcun confessore (uno di loro una volta mi ha detto che avrei dovuto ritrovare la fede che avevo da bambino, vale a dire una fede acritica e totalmente irrazionale…). (Roberto Rossi – Milano)

 

La fede è talmente grande che accetta le sfide di qualunque teoria. Tutti i grandi teologi di questo ultimo secolo si sono domandati che cosa rimanga del peccato originale e se Adamo ed Eva non sono mai esistiti. Il punto comune a questi teologi è di vedere il peccato originale anzitutto nelle sue conseguenze. Esse sono alla radice di questo nostro mondo, carico di violenza, di sete del guadagno e di arrembaggio al potere.

 

Perché il clero si lascia chiamare con titoli che nel Vangelo non sono contemplati? Gesù disse: «Ma voi non fatevi chiamare “rabbi”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli». «Non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo». «Non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo». (Mario Diario – Milano)

 

Anche io trovo difficoltà nel dare questi titoli agli uomini di Chiesa. Forse c’è in questo un po’ di vanità e c’è anche la impressione che le parole di Gesù non rigettino del tutto questi titoli, ma esigano da chi ha una responsabilità su altri una vita umile e dedicata al servizio della gente (cfr. Luca 22, 26; e Gv 13,16-17). Si noti anche che Paolo rivendica la sua paternità rispetto alla comunità di Corinto.

 

Esiste una teologia che giustifichi l’esistenza dei vescovi ed arcivescovi titolari, cioè coloro che possiedono il titolo di pastore ma non hanno un gregge né una chiesa assegnata (oltre a quella titolare che non esiste più)? Alla luce della prassi della Chiesa antica sul senso dello sposalizio del vescovo con un’unica chiesa, passando per san Gregorio Magno fino al Concilio Vaticano II, sono coerenti queste figure vescovili concepite come merito e promozione più che come servizio? (Lorenzo Bianchi – Roma)

 L’esistenza di vescovi non residenziali si ha, per esempio nel mio caso, come in quello di tutti coloro che hanno presentato le dimissioni da vescovo di una diocesi. Oggi, proprio a causa di questi limiti di età, non ha valore definitivo la figura dello sposalizio con una chiesa. Ma l’episcopato non dovrebbe mai essere conferito come merito o promozione.

 

Credo che essere cristiano oggi sia una gioia che molti preferiscono tener nascosta e che in molte occasioni la Chiesa e i suoi ministri vengano colpiti ed accusati dai media perché di base noi laici non riusciamo a prender posizioni di difesa nei confronti della fede che viviamo. Noi membri di questa chiesa siamo peccatori, siamo soggetti all’errore e alle tentazioni. Penso che i credenti dovrebbero prendere più posizione all’interno della società e dare testimonianza di fede e di gioia anche nella Chiesa attuale. Come cita la preghiera di David Maria Turoldo, spesso «ho paura a dirmi cristiano». (Stefano Parolini Arluno – Milano)

 Mi auguro che la gioia di essere cristiano sia testimoniata con evidenza da tutti i battezzati.

30GIORNI (n. 2-3/2010)

Pag 24 «Molti chiedono solo che la Chiesa sia se stessa» di Gianni Valente

Intervista con il cardinale Carlo Maria Martini: «La Chiesa non può aver timore di apparire con cordialità verso gli altri nella vita pubblica. Ma è un fatto che il suo vero tesoro è il Vangelo letto in noi dallo Spirito Santo. Un tesoro di preghiera e di umiltà»

 

«Dapprima impariamo, poi insegniamo, poi ci ritiriamo e impariamo a tacere. E nella quarta fase, l’uomo impara a mendicare». Il proverbio indiano che ha voluto citare in uno dei suoi ultimi libri, per il cardinale Carlo Maria Martini rappresenta quasi una fotografia della sua lunga vita. Attende il tempo di Pasqua nella quiete operosa dell’Aloisianum, la gloriosa casa dei Gesuiti a Gallarate, mentre anche in quell’angolo appartato arrivano gli echi di tempeste mediatiche che di nuovo si abbattono sulla sua Chiesa. Dice che Gerusalemme gli manca molto. Con parole insolite per la Città Santa, spiega che per lui quel luogo ha un effetto quasi tonico, perché «è ricchissima di luoghi e di motivi che spingono all’azione. Grazie a Dio», aggiunge, «ho conservato anche qui quella voglia di uscire da me e buttarmi nelle cose che Gerusalemme mi ha trasmesso».

Che cosa chiede, ora, nelle sue preghiere di mendicante?

CARLO MARIA MARTINI: Adesso la mia è una mendicanza anche fisica, che mi costringe a chiedere l’aiuto di qualcuno, magari la notte. Questa è la prima povertà attraverso cui adesso mi fa passare il Signore, ma non è che mi costi tanto, perché così do occasione agli altri di compiere atti di carità. Poi adesso la mia preghiera è per la Chiesa di Milano, è una preghiera d’intercessione per tutte le realtà e le persone della diocesi, che raccomando una a una alla grazia di Dio. Per la Chiesa del mondo – ma forse è troppo grande questo obiettivo – chiedo che aumenti la fede e la speranza e che esse si esprimano nella carità. Sono le virtù cui anche Benedetto XVI ha dedicato le sue encicliche.

Lei ha parlato della sua preghiera d’intercessione. In un suo recente libro, Qualcosa di così personale, ha raccolto alcune sue meditazioni sui tanti aspetti della preghiera.

MARTINI: Si prega in tanti modi. C’è la preghiera di domanda, che chiede miracoli e guarigioni e prodigi, come vedere anime che si odiavano e giungono a perdonarsi; c’è la preghiera di lode, o la preghiera di chi arranca, fa fatica, è fragile; di chi ha bisogno del perdono, o del povero che ha bisogno del pane. Ma ciò che distingue la preghiera cristiana dalla preghiera, per quanto altissima, delle religioni, è che la preghiera cristiana è dono diretto di Dio, che ci manda lo Spirito. Noi possiamo dire: Signore, io non sono capace, pronuncia tu in me quella preghiera, mettila tu nel mio cuore. E il culmine della preghiera è la preghiera di affidamento, la consegna della nostra vita nelle sue mani.

In quel libro ci sono alcune pagine dedicate alla preghiera del vecchio Simeone. E lei si sofferma sull’immagine del vecchio che abbraccia il bambino. Scrive: «Simeone rappresenta ciascuno di noi di fronte alla novità di Dio», che «si presenta come un bambino». Lei proprio per i bambini ha scritto il suo ultimo libro, Una parola per te. Pagine bibliche narrate ai più piccoli, con riflessioni su alcune pagine bibliche narrate ai più piccoli.

MARTINI: «Dalla bocca dei bambini e dei lattanti, Signore, ti sei fatto una lode»: è la frase del salmo citata da Gesù, quando i sommi sacerdoti e gli anziani lo criticano perché trovano inopportuno il grido di osanna a lui rivolto dai bambini. Oggi tante volte i bambini mi sembrano abbandonati. Le notizie di questi giorni ci mostrano come sono indifesi davanti al male che si può far loro. Però in loro mi colpisce quella naturale apertura fiduciosa verso i propri genitori e verso la vita che è essenziale anche nella fede.

Certe volte, invece di favorire e farsi commuovere da questa apertura, si cercano tecniche e stratagemmi che dovrebbero avvicinare i ragazzi alla fede. Lei cosa spera, per loro?

MARTINI: La fede si trasmette alle persone a partire dall’ambiente che le circonda, ma poi può entrare concretamente in ognuno attraverso quattro vie: la testa, il cuore, le mani e i piedi. Ossia la formazione umana e intellettuale, la preghiera, oppure il lavoro con le mani per aiutare gli altri. A seconda dei tipi, l’una o l’altra cosa funziona come via preferenziale.

E i piedi che c’entrano?

MARTINI: I piedi li usano gli scout, per fare chilometri nelle loro camminate.

Eppure, in un altro suo libro recente è riportata l’obiezione di un ragazzo che dice: «Non so che farmene della fede. Non ho nulla in contrario, ma cosa dovrebbe darmi la Chiesa? […] Sto bene, che altro mi serve?».

MARTINI: Molti giovani hanno l’inferno nel cuore, non lo si deve negare. Eppure vedo che proprio per i giovani che non sanno niente della Chiesa, spesso è più facile cominciare dalle mani. Si buttano in opere di carità quando vedono altri che fanno le cose con la pace e la serenità nel cuore.

Ma questo senso di estraneità, così diverso dalle contestazioni e dalle critiche delle generazioni precedenti, davvero può essere vinto proponendo la via di una vita impegnativa, esigente, difficile?

MARTINI: Non si può pretendere alcun sacrificio da nessuno, se prima non ha assaporato quanto sia allettante il traguardo. Ma quello che può impressionare gli altri è la carità in atto. E in essa, lo Spirito è la prima realtà. San Tommaso dice che la legge del Nuovo Testamento è lo Spirito Santo, le altre leggi sono secondarie. San Paolo sottolinea che la stessa osservanza etica non è pienamente realizzabile come frutto dell’uomo e della sua fatica. Lo si dimentica spesso, anche nella Chiesa, e allora si tenta di dar noi stessi mostra di forza e rigore. Ma soprattutto la carità è possibile solo se c’è lo Spirito Santo. È la grazia dello Spirito che rende facile ciò che per gli uomini appare difficile o addirittura prodigioso.

Si dice che la Chiesa è sotto attacco. Molti parlano di cristianofobia. Anche da noi c’è chi parla di Italia anticristiana. Da dove esce fuori tutto questo? Dall’ostilità del mondo scristianizzato?

MARTINI: L’ostilità in un certo modo può essere utile. Fa risaltare l’inermità della Chiesa, il suo essere sempre affidata al Signore. Però la Chiesa gode anche della stima e della cordialità di molti, che chiedono solo che la Chiesa sia Vangelo, cioè sia sé stessa.

Il Vangelo basta? Proprio lei viene spesso additato come il fautore di una Chiesa senza dogmi e strutture. Una Chiesa tutta umiltà e misericordia, senza precetti.

MARTINI: Se si pensa alle tante proposte religiose che ci sono nel mondo, a distinguerci dagli altri sono Gesù e il suo cammino, e non l’appartenenza a un’organizzazione con regole e precetti. Ma nella fede in Gesù non ha senso contrapporre Vangelo e dogmi, misericordia e comandamenti: vale anche per questo ciò che ho già detto sulla priorità dello Spirito Santo. Tutto si compagina in unità, nella realtà della Chiesa, che ha un aspetto interiore e anche un aspetto esteriore, e quindi comprende anche strutture, regole, strumenti di organizzazione. L’importante è che anche queste realtà siano per quel che è possibile espressioni di vita interiore. E poi, occorre anche distinguere le cose importanti e quelle che non lo sono. Credo che la Chiesa abbia già fatto un’opera di purificazione da tante cose esteriori che non servivano. E comunque, quando ancora leggo sui giornali che io sarei il “capo dei progressisti”, ormai ci rido sopra.

Per alcuni la risposta adeguata a questa situazione di ostilità è aumentare il protagonismo pubblico della Chiesa.

MARTINI: La Chiesa non può aver timore di apparire con cordialità verso gli altri nella vita pubblica. Ma è un fatto che il suo vero tesoro è il Vangelo letto in noi dallo Spirito Santo. Un tesoro di preghiera e di umiltà. E infatti il Vangelo nel mondo si testimonia come ha indicato Gesù nel discorso della montagna, che ho già citato. Non si tratta di proposte “confessionali”. Hanno anche una connotazione laica. Parlano a ogni uomo. Perché fanno intravedere un modo desiderabile di essere uomini, che tutti vorrebbero aver vicino.

Queste sono settimane di tempesta per lo scandalo della pedofilia. Come valuta questa situazione? Quale richiamo emerge per la Chiesa in queste circostanze?

MARTINI: Tutto questo certo può aiutare in tutti l’umiltà. Ma valgono anche le parole di Gesù: ci sono state azioni gravi, e chi ha scandalizzato i piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse messa una macina da mulino al collo e fosse gettato nel mare. Questo non toglie che si registra anche una grande ipocrisia. C’è una totale libertà sessuale, la pubblicità utilizza motivi sessuali anche per i bambini.

Come difendere il Papa dai tentativi di chiamarlo in causa in queste vicende?

MARTINI: Il Papa non ha bisogno di essere difeso, perché a tutti è chiara la sua irreprensibilità, il suo senso del dovere e la sua volontà di fare del bene. Le accuse lanciate contro di lui in questi giorni sono ignobili e false. Sarà bello constatare la compattezza di tutti gli uomini di buona volontà nello stare con lui e nel sostenerlo nel suo difficile compito.

Nella lettera ai cattolici irlandesi, Benedetto XVI ha richiamato a tutti il digiuno, la preghiera, la lettura della Sacra Scrittura e il sacramento della confessione «per ottenere la grazia della guarigione e del rinnovamento per la Chiesa in Irlanda».

MARTINI: Queste cose valgono per le comunità in cui sono avvenuti questi casi come valgono per tutta la Chiesa. Ma per i protagonisti di questi casi, dove c’è una perversione e una compulsione interna, ci vuole anche l’intervento degli psicoterapeuti. Si tratta di capire il perché di queste compulsioni, e come è possibile dominarle, e gli altri mezzi non entrano in questo aspetto specifico.

Spesso fanno passare lei come un fustigatore delle insufficienze e dei limiti della Chiesa. Si ritrova in simili descrizioni?

MARTINI: La Chiesa, considerata nella sua globalità, è piena di santità e di forza interiore. La stampa si accanisce su episodi particolari, ma in tutto il mondo c’è tanta gente leale, buona, devota, che opera senza rumore. E io sono tanto grato a Dio, anche proprio per aver potuto vivere questo tempo. Non avrei mai voluto vivere in momenti come quello della Riforma protestante, o dello Scisma d’Oriente, o al tempo dello Scisma d’Occidente, quando c’erano due papi, uno a Roma e l’altro ad Avignone. Adesso, la Chiesa dà una bella mostra di sé. Ci sono limiti e mancanze inevitabili, e anche essi rientrano nel disegno misterioso della volontà di Dio.

Allora non è vero che il suo sentimento dominante sia una sorta di amarezza, centrata sulla denuncia di debolezze e carrierismi.

MARTINI: Io ringrazio sempre Dio per come ha accompagnato la mia vita, per tante persone che ha messo al mio fianco lungo il cammino. Dico sempre che Lui mi ha anche viziato. Tutta la vita mi ha mostrato che Dio è buono e prepara la strada a ciascuno di noi. Ho avuto tantissimo, ho anche dato quel che ho potuto. E davvero sono contento, davanti a Lui.

Gli attacchi alla Chiesa: c’è bisogno di chiarezza di Carlo Maria Martiniultima modifica: 2010-04-26T15:20:00+02:00da borgosotto
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