Prosperi cita il Grande Inquisitore: la chiesa teme la vera religione

di Marco Burini, Il foglio, 18.5.10 

Roma. Adriano Prosperi non ha ben chiaro cosa la chiesa debba fare per uscire dal pantano. Non perché non la conosca – è uno storico che studia i meccanismi del potere ecclesiastico da una vita – ma perché non si sente parte in causa e dunque stilare l’ipotetica agenda della riforma è un esercizio che non lo attrae. “Non saprei cosa augurare a un’istituzione di cui non condivido il modo di ragionare e di funzionare. Posso deprecare che nel passato abbia costituito l’organo dell’inquisizione che poi ha pervaso i tribunali laici, ma da questo punto in poi resto senza parole. Anche perché la pratica quotidiana della fede, che pure non mi appartiene, la rispetto moltissimo“. Se Prosperi consigli non ne dà, accetta però di guardare in controluce un’istituzione che ciclicamente tenta di riformarsi. “In realtà ecclesia semper reformanda è una categoria apologetica. Come tutti gli organismi storici la chiesa è partita da un certo punto, poi ha seguito i cavalloni della storia e man mano si è trasformata. Perciò l’invito a tornare alla purezza del Vangelo, avanzato da certi laici, lascia il tempo che trova. Ancor prima che san Francesco morisse, i francescani avevano creato una cosa che non corrispondeva in nulla alla sua idea. La storia è così, non si può protestare contro il flusso in cui siamo immersi.

Si tratta comunque di una realtà molto differenziata, almeno quanto il mondo di religioni che ha preso forma dai Vangeli. La chiesa ha una vasta udienza nel mondo che si è meritata perché ha rafforzato i vincoli di unità, ha irrigidito la struttura gerarchica, si è separata dai poteri secolari, si è dotata di articolazioni di carattere politico, finanziario, diplomatico. Tutte le ragioni per cui i riformatori nelle varie epoche hanno contestato la chiesa sono le stesse ragioni per cui oggi la chiesa appare un’istituzione caratteristica”. Il suo limite è la sua forza, pare di capire. “Non ci si preoccupa delle opinioni di un pastore protestante o di un primate anglicano quanto degli orientamenti politici e di costume di un Papa cattolico. Questo potere ha una sua corposità e il fatto che la chiesa abbia conservato tale assetto è tra i motivi della sua importanza attuale”. Secondo Prosperi l’altro elemento da considerare è quello “incontrollabile e fondamentale” della fede, “Penso sempre a quella frase fulminante di Machiavelli quando parla nei principati ecclesiastici che non hanno eserciti e tuttavia si mantengono lo stesso: ‘Sendo quelli retti da cagione superiore alla quale mente umana non aggiugne, lascerò il parlarne; perché, sendo esaltati e mantenuti da Dio, sarebbe offizio di uomo prosuntuoso e temerario discorrerne’. Quando Stalin si chiedeva quante legioni avesse il Papa dimenticava le legioni angeliche che sono incontrollabili perché frutto della fede. Lo stalinismo ha affondato l’idea del comunismo mentre l’idea cristiana non può essere messa alla prova perché rimanda a un’altra dimensione”, La chiesa ha due volti, trascendente e immanente, è una realtà teandrica, difficile da maneggiare. “Lo storico tedesco Wolfgang Reinhard ha scritto una biografia di Paolo V Borghese in cui descrive la quantità di vincoli con cui la curia romana teneva in pugno l’Italia di allora, un’enorme rete clientelare. Il Papa non distribuiva solo beni materiali ma degli Agnus Dei benedetti (piccoli medaglioni fatti con la cera del cero pasquale della Cappella Sistina, ndr) che valevano più delle monete perché rendevano clienti di un altro mondo. Tuttora nella natura umana il bisogno di credere è fortissimo. Personalmente ho visto un’epoca della storia italiana in cui la gente che pativa fame e malattie trovava soccorso nella fede”. Lo storico della Normale di Pisa è molto critico sulla copertura mediatica dello scandalo. “Bisognerebbe riflettere su come l’informazione italiana ha reagito agli eventi, con quanta deferenza rispetto al resto del mondo ne abbia parlato, per capire fino a che punto la chiesa cattolica sia importante nel nostro paese. C’è chi ha parlato addirittura di un atto di autoriforma della chiesa, ho notato molto servilismo. I libri degli storici hanno raccontato molte vicende di preti grassatori e violentatori, come emergono dagli archivi criminali, ma l’unico profilo di prete che tutti gli italiani conoscono – o conoscevano fino a poco tempo fa – era quello di don Abbondio, forse un po’ vigliacco ma non un mascalzone”. Eppure ai tempi di san Carlo Borromeo c’erano le prigioni episcopali per i preti che si macchiavano di delitti gravi. “Sì, c’era un sistema giudiziario autonomo, però è un dato di fatto che il delitto della sollecitatio ad turpia (quando il prete usa la confessione per indurre la o il penitente a rapporti sessuali, ndr) non ha portato nessun prete in prigione. La priorità era tutelare l’onore del clero”. Eppure oggi i tribunali della coscienza – per usare il titolo di un suo noto studio su inquisitori, confessori e missionari – non sono cerio quelli ecclesiastici. La chiesa ha perso il suo potere di controllo. “Rimane però la sua struttura di cui una politica priva di fede tenta di impadronirsi. Le gerarchie conservano una sindrome anticomunista e la simpatia per i conservatori. In cambio ottengono l’insegnamento del catechismo nelle scuole e i! crocefisso come arredo negli spazi pubblici”. Prosperi vede un cattolicesimo molto arroccato. “Oggi la chiesa si batte contro i! pluralismo. Ripenso a Rosmini che si fece portatore presso Pio IX della proposta di un’Italia federativa sotto la presidenza del Papa. Nel 1848 Pio IX sembrava l’alfiere della libertà, la chiesa pareva sganciarsi dai poteri dell’Ancien régime. Poi le cose sono andate diversamente, è venuto il Sillabo, la condanna del liberalismo. Oggi la sfida è simile e non so se la chiesa sappia farvi fronte. Non rinuncia a una sua politica, a una segreteria di stato, ad ammiccare al tal ministro o al tal governo. C’è un passato che pesa e che si è incarnato in questa specie di conchiglia romana. Non dimentichiamo che i! grande salto in avanti è dovuto a un uomo, Karol Wojtyla, che ha lasciato completamente da parte la struttura romana, con lui la curia non contava niente. Adesso torna in primo piano con un uomo di grande cultura, un professore, che però è cresciuto dentro di essa. Magari la detesta e parla di sporcizia ma non è un pastore che gira per i! mondo, che dichiara che la chiesa aveva sbagliato su Galileo, che immagazzina santi a volontà contro tutte le regole antiche, che canonizza padre Pio”. Secondo lo storico toscano è anche un problema di baricentro. “Storicamente l’italianizzazione della curia e del papato ha fatto si che il nostro paese abbandonasse il percorso degli stati nazionali moderni e si caratterizzasse come il paese delle diversità tenuto insieme. dal cattolicesimo. Si tratta di un’egemonia in senso gramsciano, cioè di un potere indiretto e superiore. Ma prima ancora Machiavelli nei ‘Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio osservava: ‘E perché molti sono d’opinione che il bene essere delle città d’Italia nasca dalla Chiesa romana, voglio contro a essa discorrere… due potentissime ragioni. La prima è che per gli esempli rei di quella corte questa provincia l’Italia, che allora non era uno stato unitario, ha perduto ogni divozione e ogni religione… Abbiamo adunque con la Chiesa e con i preti noi italiani questo primo obligo: di essere diventati sanza religione e cattivi’. L’altra ragione era allora quella della divisione politica del paese voluta dal papato”. Secondo Prosperi lo stato di minorità non è terminato: “Ostensioni di presunte reliquie e di Madonne piangenti e sanguinanti e i! divieto al popolo di leggere la Bibbia hanno fatto degli italiani un popolo ignorante e superstizioso. Con grande soddisfazione di chi nelle gerarchie si batte contro relativismo, illuminismo e darwinismo”. Eppure dove hanno prevalso i protestanti il cristianesimo non gode di ottima salute. “Il mondo è stato profondamente trasformato dalla Riforma. In seguito l’Italia e altri paesi cattolici hanno recuperato socialmente e sul piano economico ma sul piano dell’opinione pubblica, della quantità di libri che si leggono, dello statuto della coscienza, sono un passo più indietro. Può darsi che sia una situazione ‘migliore – la dieta mediterranea non è certo peggiore del fast food – ma la differenza c’è”. E a colmarla non basterà un profeta, sostiene Prosperi. “L’apologo del Grande Inquisitore di Dostoevskij resta vero: la forza eversiva della religione la chiesa la tiene rinchiusa nei suoi forzieri. Profeti e messia sono presenze pericolosissime”.

Prosperi cita il Grande Inquisitore: la chiesa teme la vera religioneultima modifica: 2010-05-18T15:55:35+02:00da borgosotto
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