La Chiesa di Papa Ratzinger riuscirà a salvarsi?

di Ignazio Ingrao, PANORAMA di giovedì 27 maggio 2010

Accerchiata dagli scandali, scossa dalla guerra tra progressisti e tradizionalisti, segnata dallo schiaffo di Vienna alla curia romana. Dal celibato dei preti alle finanze vaticane, le cinque questioni che infiammano il dibattito. 

Il successo del Papal pride in piazza San Pietro non ha diradato le nubi che si addensano ormai da mesi sul Palazzo Apostolico. I 200 mila fedeli che si sono radunati sotto la finestra di Benedetto XVI sono i nuovi «baschi verdi»: gli «arditi della fede» guidati da Luigi Gedda nel 1948 per fermare l’avanzata dei comunisti nel nostro Paese. Stavolta però «i nemici sono dentro la Chiesa» ha scandito Ratzinger: sono i sacerdoti, i vescovi, i semplici fedeli «contagiati dal peccato». Per il Papa teologo non c’è bisogno di dare colpa al «fumo di Satana» denunciato 40 -anni fa da Paolo VI e ripreso dall’esorcista Gabriele Amorth che ha scovato «i satanisti» in Vaticano. Per Benedetto XVI le cose sono più semplici e più drammatiche allo stesso tempo: c’è troppa «sporcizia nella Chiesa», fumo del peccato e dell’immoralità dei singoli. Se non si pone mano a un’opera di rinnovamento e di pulizia, la Chiesa cattolica non ha futuro.

Un compito tanto urgente che Joseph Ratzinger è arrivato al punto di attualizzare l’interpretazione del terzo segreto di Fatima, sostituendo i preti pedofili ai comunisti fra coloro che minacciano la sopravvivenza della Chiesa nell’apocalittica visione della Madonna apparsa ai tre pastorelli portoghesi. Intanto la curia trema per la nuova tempesta che potrebbe abbattersi presto sulla barca di Pietro: dopo il sesso, il denaro. Dai Legionari di Cristo ad Angelo Balducci, la Chiesa sarà chiamata a fare luce su un peccato molto più vasto e ramificato della pedofilia: evasione fiscale, corruzione, malversazioni economiche, fondi neri. Un’altra bufera annunciata. E sono molti ormai a chiedersi: la Chiesa si salverà? Mentre la nave è sbattuta dai venti i rematori litigano tra loro: il cardinale Christoph Schoenborn contro Angelo Sodano, Tarcisio Bertone contro Camillo Ruini, Dario Castrillon Hoyos contro Giovanni Battista Re. Non è un caso, forse, che in piazza per il Papal pride organizzato dal cardinale Angelo Bagnasco non ci fossero altri porporati. Mentre i fedeli si stringono intorno al Papa, i vertici sembrano avere perso lo spirito di squadra. «La gerarchia della Chiesa pensa solo a se stessa come una qualunque altra lobby di potere, e come una qualunque altra lobby è dilaniata da lotte fratricide all’interno» nota il teologo Vita Mancuso. Così mentre in piazza San Pietro si celebrava l’orgoglio cattolico, a Vienna i vescovi austriaci riaprivano la questione del celibato ecclesiastico. Contro chi manifestano allora i nuovi «baschi verdi» solidali con Ratzinger ma fedeli a Ruini? L’elenco potrebbe essere lungo: il complotto ebraico, i massoni, gli anticlericali, la stampa laicista, i poteri forti. Tuttavia, sono falsi bersagli. Ratzinger si sente un po’ in imbarazzo infatti di fronte alle esibizioni della Chiesa muscolare. Preferisce l’immagine del «sale della terra», la minoranza creativa dei cristiani capaci di convertire il mondo partendo da un villaggio della Galilea. «Le manifestazioni di piazza mettono a disagio Benedetto XVI» testimonia il giornalista e scrittore Vittorio Messori. Il Papa tedesco non chiede di scendere in trincea ma di rimboccarsi le maniche per rievangelizzare l’Europa e l’Occidente. «La fede si sta spegnendo come una candela che non trova più alimento. Questa è la frase che il Pontefice continua a ripetere» ricorda Messori. La perdita della fede è la vera priorità di questo pontificato, la grande emergenza che ,è, alla radice di tutti gli altri mali della Chiesa, secondo Ratzinger. Tanto da voler affidare a monsignor Rino Fisichella un nuovo dicastero dedicato proprio alla nuova evangelizzazione dell’Occidente. I proclami però non bastano: per fare pulizia nella Chiesa occorre una forza di governo che il pastore tedesco sembra avere smarrito, o forse non ha mai avuto. «Lentezza nelle decisioni e divisioni interne alla curia» secondo il sociologo Ilvo Diamanti, paralizzano la capacità di intervento di Benedetto XVI e hanno fatto precipitare di 30 punti la fiducia della gente nel Papa dal 2003 (con Karol Wojtyla) al 2010 con Ratzinger. Gaffe comunicative e timidezza, decisioni impopolari e rigore dottrinale sono la delicata miscela del pontificato di Ratzinger che opinione pubblica e comunità cristiana fanno fatica a metabolizzare. Ma Benedetto XVI non si cura di essere stato escluso dall’elenco dei 100 personaggi più importanti del mondo secondo il settimanale Time, per cedere il passo alla cantante Lady Gaga e al patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, giudicati più influenti di lui. Ratzinger è un «seminatore» osserva lo storico Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, la sua «mitezza» è la sua forza con un unico obiettivo: «Riproporre il cuore dell’esperienza spirituale cristiana». Tuttavia, sotto i campanili ci sono tante piazze diverse: non è un caso allora che nello stesso giorno la solidarietà al Papa è arrivata dai 200 mila di piazza San Pietro e dai 100 mila della Marcia della pace Perugia-Assisi, promossa dai francescani del Sacro convento. Pacifisti e tradizionalisti, ciellini e focolarini, scout e Legionari di Cristo, antiabortisti e promotori del testamento biologico fanno quadrato intorno al Papa, ma ciascuno ha in mente un diverso modello di Chiesa. Divenuti altrettante chiese nella Chiesa, i movimenti ecclesiali difendono il Papa ma si dividono su tutto il resto: liturgia, catechesi, pastorale, sensibilità etica. Lo stesso fanno i singoli fedeli immersi nella «modernità liquida» descritta dal sociologo Zygmunt Bauman. La società dove «niente tiene più alcuna forma e tutto viene continuamente sciolto» ha contagiato anche la comunità cristiana. La penitenza chiesta dal Papa perciò è essenziale ma non sufficiente, afferma il filosofo Massimo Cacciari:«La Chiesa è peccatrice come ogni creatura di questo mondo e il Papa lo riconosce. Ma il vero problema è altrove: riguarda il rapporto della Chiesa con il mondo, con l’etica, con la secolarizzazione, a partire dal celibato dei preti, il ruolo delle donne, l’etica sessuale. Grandi questioni sulle quali la Chiesa fa fatica a riflettere e a riformarsi». C’è addirittura chi arriva a chiedere un Concilio Vaticano III, come il cardinale Carlo Maria Martini e il teologo contestatore Hans Küng. Al primo punto dell’agenda per un nuovo concilio riformatore Küng suggerisce il tema del governo della Chiesa. Wojtyla sarà ricordato per il «governo carismatico», spiega Andrea Riccardi. Un papa tornato sovrano universale grazie alla sua fortissima personalità ma anche un pontefice sempre in movimento: «Con la scelta del Papa in viaggio compiuta da Giovanni Paolo Il s’è creata una dimensione nuova e totalmente imprevista della collegialità», aggiunge lo storico Alberto Melloni. Con Wojtyla non sono più i vescovi a recarsi in Vaticano, ma è il Papa che va a trovare i vescovi, realizzando un inatteso paradosso: il Pontefice non governa più dal centro, ma dalla periferia. Con Ratzinger siamo invece di fronte a un bivio: i tradizionalisti, affezionati al modello del pontefice disegnato dal Concilio Vaticano I. riaffermano il primato e !’infallibilità del Papa. Il loro modello è centralista: la Chiesa va governata dalla cima del colle Vaticano con una curia forte e coesa agli ordini del Papa. I riformatori alla Küng e Martini chiedono invece di procedere con più coraggio sulla linea indicata dal Concilio Vaticano II. Lo schema è quello proposto da Giuseppe Dossetti: un «governo collegiale» della Chiesa e un sinodo dei vescovi con «poteri deliberativi», mentre la curia va in secondo piano, ridotta ad assolvere funzioni solo strumentali. Entrambi, tradizionalisti e riformatori, scorgono in Ratzinger un potenziale alleato. Per i primi Benedetto XVI è il pontefice che si muove poco e guida la Chiesa da Roma. I secondi invece mettono in luce la spinta di Ratzinger a valorizzare la collegialità dei cardinali e il sinodo dei vescovi (convocato ben quattro volte in cinque anni di pontificato). In realtà il Papa teologo indica una terza via: ribadisce la vocazione universale del pontefice (per questo ha eliminato l’attribuzione di «Patriarca di Occidente» in uso fino a quattro anni fa) ma valorizza la collegialità e il rapporto con i vescovi locali. Allo stesso tempo ridimensiona il ruolo delle conferenze episcopali nazionali, ricondotte a semplici strutture organizzative. Ancora una volta, insomma, Benedetto XVI non si lascia ridurre in schemi prestabiliti e spiazza sia i «ratzingeriani» tradizionalisti sia i nostalgici del concilio deformato in chiave progressista. Lo stesso accade per un altro tema tornato di grande attualità: il celibato dei sacerdoti. Per Messori non c’è alcun rapporto tra pedofilia e divieto dei preti di sposarsi: «Perché un monsignore che sodomizza i bambini dovrebbe smettere di farlo se avesse una moglie vicino? L’80 per cento degli atti di pedofilia purtroppo avviene proprio in famiglia, da pane di padri, nonni e zii». Tuttavia oggi sono molti, a cominciare dai vescovi austriaci, a chiedere di trasformare il celibato per i sacerdoti cattolici da obbligatorio a volontario, come accade nelle chiese orientali. Forse sarebbe un modo per risolvere anche tanti problemi nelle chiese africane, dove per tradizioni culturali e familiari molti sacerdoti e persino vescovi hanno segretamente moglie e figli. In modo clamoroso l’ex arcivescovo di Lusaka, Emmanuel Milingo. ora ridotto allo stato laicale, sposando Maria Sung ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale questo problema. Ma pure Ratzinger lo aveva introdotto nella sua intervista con Vittorio Messori, Rapporto sulla fede. L’ipotesi, presa in considerazione anche da Ratzinger, è quella di far accedere al sacerdozio i “viri probati”, cioè uomini sposati di provata fede, già impegnati nella comunità cristiana, soprattutto dove i sacerdoti non sono sufficienti come in Asia e America Latina. Anche il prefetto della Congregazione per il clero, il cardinale Claudio Hummes, appoggiato da altri presuli sudamericani, aveva suggerito all’inizio del suo mandato di cominciare a discutere di questo problema. Ma poi è stato costretto a ritrattare. A loro volta, gli atei devoti difendono il ruolo del Cristianesimo quale «religione civile» (“Non possiamo non dirci cristiani»). Ma vengono attaccati con veemenza dai nuovi maitre à penser del Cattolicesimo impegnato, come il priore di Bose Enzo Bianchi: «Se mai la fede cristiana venisse declinata come religione civile, non solo perderebbe la sua capacità profetica, ma sarebbe ridotta a cappellania del potente di turno, diverrebbe sale senza più sapore secondo le parole di Gesù». Il Papa incassa l’appoggio degli atei devoti, ma non fa sconti sui valori non negoziabili: vita, famiglia, libertà di educazione e libertà religiosa. Tutto il resto viene di conseguenza, compresi lavoro, immigrazione e povertà, come spiega l’enciclica Caritas in veritate. Resta aperto però il vero tema che oggi come ieri mette in crisi la Chiesa: il rapporto con la carne e il peccato. Il peccato è più forte della Chiesa o è questa che non sa più attrarre verso il bene? Vito Mancuso non ha dubbi: «Gli uomini sono attratti dalla forza, e ai loro occhi il male appare oggi molto più forte del bene». Però la responsabilità per Mancuso è del «Cristianesimo tradizionale che non sa più parlare in modo convincente» di quella manifestazione del bene che è Dio. Il rischio è una Chiesa che finisca per rappresentarsi come una cittadelIa assediata dal male e dal peccato, una Chiesa «sotto attacco», secondo !’immagine coniata dal cardinale Ruini. Forse, come osserva lo storico francese Jean Delumeau, occorre una «nuova creatività cristiana» per ridare futuro alla Chiesa. E la Chiesa di Ratzinger non è quella di Ruini, anche se all’apparenza si assomigliano. Benedetto XVI apre le porte al dialogo e ha annunciato a Lisbona, rivolgendosi al mondo della cultura, che la Chiesa sta facendo un nuovo apprendistato: fedele alle proprie radici, impara a dialogare con le altre culture e le altre «verità». È la ricetta di Ratzinger per salvare la Chiesa.

La Chiesa di Papa Ratzinger riuscirà a salvarsi?ultima modifica: 2010-05-21T17:52:23+02:00da borgosotto
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