Giocare a essere dio

VITA ARTIFICIALE: SVOLTA EPOCALE. Si stanno aprendo le porte su quella che potrà rivelarsi la prima grande rivoluzione di questo millennio.

di Luca e Francesco Cavalli-Sforza (la Repubblica, 21 maggio 2010)

Le agenzie di stampa battono la notizia che Venter, in collaborazione con Hamilton Smith, è riuscito a realizzare cellule artificiali capaci di vivere e riprodursi grazie a un genoma artificiale, un cromosoma costruito dai ricercatori a partire da composti chimici, con l’ausilio di un computer e di un sintetizzatore di Dna. Il Dna di un batterio, il Mycoplasma mycoides, è stato modificato e trasferito in un altro batterio, il Mycoplasma capricolum, privato del suo Dna, dando origine a un nuovo essere vivente, mai esistito finora in natura.

È solo il primo passo, non è una forma di vita completamente sintetica (un Mycoplasma laboratorium) ma è una svolta fondamentale, che arriva al termine di un percorso iniziato oltre cinquant’anni fa, quando Arthur Kornberg scoprì l’enzima che opera la duplicazione del Dna e riuscì a produrla in laboratorio. Era il 1956 e la struttura del Dna era stata descritta da Watson e Crick appena tre anni prima. Nelle ultime tappe di questo percorso ha fatto la parte del leone lo stesso Venter, arrivando per primo a sequenziare il genoma umano nel 2000 e costruendo, due anni fa, il primo cromosoma sintetico.

Non è la creazione della vita dal nulla, ma certo è la fabbricazione della vita. In fondo, i ricercatori hanno agito come agisce la vita stessa, per tentativi ed errori, con operazioni di bricolage, come le definì François Jacob. Hanno assemblato in laboratorio un milione di nucleotidi di Dna, procurandosi frammenti di Dna da genomi batterici e combinandoli fino a trovare un assetto funzionante, costruendo così una cellula che è in tutto una cellula naturale (non potrebbe vivere e riprodursi altrimenti), tranne per il fatto che il suo patrimonio ereditario non è stata costruito dalla natura ma da uno dei suoi prodotti, l’uomo.

Gli obiettivi che Venter si è ripromesso fin dall’inizio di questa ricerca sono sempre stati chiarissimi: giungere a fabbricare batteri artificiali da impiegare per bonificare acque e terreni contaminati da petrolio o da altre sostanze inquinanti, piuttosto che per la produzione di idrogeno o biogas o vaccini, oppure alghe in grado di assorbire anidride carbonica in eccesso o di produrre biocarburanti. Ora questi obiettivi sono assai più vicini. Potrebbero rivelarsi strumenti importantissimi per combattere il degrado ambientale.

Si stanno aprendo le porte su quella che potrà rivelarsi la prima grande rivoluzione di questo millennio: la generazione di vita artificiale. «Si gioca ad essere Dio», diceva scherzosamente Craig Venter. Le prospettive sono effettivamente straordinarie e le applicazioni virtualmente illimitate. Per tranquillizzare chi teme ciò che può nascere alle frontiere della scienza, forse è bene precisare che la produzione di organismi superiori non è all’orizzonte, né lo sarà, con ogni evidenza, per parecchie generazioni a venire.

Il segreto della vita, la sua caratteristica unica ed essenziale, è la capacità di produrre copia di se stessa. Nel corso dell’evoluzione, tutte le forme di vita che sono via via comparse e poi scomparse lo hanno fatto perché erano in grado di utilizzare le fonti di energia presenti nell’ambiente per crescere e riprodursi. Come ogni altro organismo vivente, anche i batteri artificiali saranno sottoposti al vaglio della selezione naturale. È un’avventura appassionante, che promette sviluppi importanti negli anni a venire. In molti sensi, la sfida più grande che si apra in questo momento davanti all’uomo: bisogna vedere cosa sapremo farne, come sapremo utilizzare questo nuovo potere.

Si potrebbe dire, parafrasando la Bibbia, che ora che l’uomo ha assaggiato il frutto dell’albero della vita, sarà bene che assaggi anche il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, così da diventare abbastanza discriminante da sapersi prendere piena responsabilità delle sue azioni.

Stanno diventando possibili anche altri esperimenti di grande interesse. Oggi sappiamo come è fatto il Dna di Neandertal, un tipo di uomo estinto da 30.000 anni, che era ritenuto nostro antenato ma oggi è considerato piuttosto come un lontano cugino. C’è grande curiosità di vederlo in vita, invece che ridotto a uno scheletro, per sapere come si comporta. Potremmo riprodurre un Neandertal artificiale usando quel Dna? Forse sì, in un lontano futuro.

Ma programmi simili non sarebbero compatibili con nessuna etica rispettabile. Ricerche recentissime mostrano, fra l’altro, che vi sono stati incroci fra i Neandertal e uomini come noi, quindi siamo chiaramente su terreno pericoloso. Si è anche detto che potremmo ricostruire dei mammut o altri grandi e piccoli animali estinti: un terreno forse meno scivoloso, ma che pure si presterebbe ad obiezioni.

Venter insiste sulla biologia sintetica resa possibile da questa scoperta e sulle numerosissime applicazioni che se ne potranno sviluppare, non solo sul terreno ecologico ma per creare nuove piante e animali, che possano superare i problemi odierni di disponibilità di cibo. E per risolvere problemi di genetica medica attualmente insolubili.

Vita artificiale, Bagnasco: “Ulteriore segno dell’intelligenza dell’uomo, dono di Dio”

Il cardinale, a Torino per visitare la Sindone, commenta la notizia della nascita di un batterio col Dna sintetico. “Ogni scoperta va commisurata a etica” *

La creazione della cellula artificiale “è un ulteriore segno della grande intelligenza dell’uomo”. Così, a Torino, il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, prima di entrare in duomo per visitare la Sindone, insieme ai pellegrini della diocesi di Genova, ha commentato la notizia della nascita della prima vita arificiale 1.

“Non conosco i termini precisi della questione – ha spiegato il cardinale – ho letto solo i titoli sui giornali questa mattina, ma certamente se le cose stanno così questo è un ulteriore segno dell’intelligenza, dono di Dio per conoscere meglio il creato e poterlo meglio ordinare”. E poi ha agginto: “D’altra parte l’intelligenza non è mai senza responsabilità, quindi ogni forma di intelligenza e ogni acquisizione scientifica deve sempre essere commisurata alla dimensione etica, che ha a cuore la dignità vera di ogni persona nella prospettiva del creato”.

* la Repubblica, 21.05.2010

“Ammiro l’intelligenza però mi chiedo se è eticamente giusto” di Gian Guido Vecchi

Il teologo Bruno Forte 

Città del Vaticano – Che ne dice, eccellenza? «La prima cosa è l’ammirazione per le capacità dell’intelligenza umana che qui si manifestano, mi pare, in maniera singolare e altissima…». Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e teologo di fama internazionale assai stimato dal Papa – fu l’allora cardinale Ratzinger a ordinarlo vescovo, nel 2004 – sorride tranquillo: «Con buona pace di chi pensa che sia pregiudizialmente negativo, l’atteggiamento di fondo della Chiesa è di attenzione e simpatia: come diceva Sant’Ireneo, l’uomo vivente è la gloria di Dio. Contrapporre a priori scienza e fede non ha senso. E proprio il magistero di Benedetto XVI sottolinea la figura del Lógos: il Cristo incarnato rivela che c’è un’Intelligenza già nella creazione, mostra la struttura razionale dell’opera di Dio».

Però c’è chi dice: Venter è arrivato a creare la vita, quindi la vita non più ha nulla di misterioso. E Dio è inutile.

«Vede, quando in casi simili si dice di aver “creato” qualcosa, il termine “creazione” è usato nell’accezione comune, non certo teologica. Il senso teologico è tutt’altro: la creazione è ciò che avviene dal nulla, creatio ex nihilo. E l’uomo questo non lo fa: parte sempre da qualcosa che c’è e sulla quale, con la sua intelligenza, agisce e produce qualcosa d’altro. È un piano radicalmente diverso».

Ovvero?

«Ci muoviamo nell’ordine di quelle che Tommaso d’Aquino chiamava le “cause seconde”. C’è un mondo già dato nel quale esercitiamo la nostra intelligenza. Ciò che è nuovo è certo il risultato cui si è giunti, ma la materia era già data. Nessuna creazione».

Rischi?

«La preoccupazione si riassume in una domanda: ciò che sarà scientificamente possibile sarà anche eticamente giusto? Lo stesso Venter, parlando dell’importanza filosofica della sua scoperta, non esclude tale domanda».

E qual è la risposta? «C’è un parametro che unisce tutti, non solo i cristiani: la dignità della persona umana. Se questa novità, come si dice, sarà utilizzata ad esempio per difendere l’ambiente o migliorare le cure, saremo di fronte a una scoperta eticamente valida…».

Ma c’è il pericolo faustiano dell’«homunculus»?

«Beh, di qui ad arrivare a “creare” una specie di Golem ce ne corre, non sono un esperto ma i passi mi sembrano molto ampi… Certo, il Golem finisce per ritorcersi contro chi lo ha fatto, sarebbe una mostruosità. E chi volesse sognare una sorta di costruzione della vita umana non potrebbe sottrarsi alle questioni etiche: sarebbe giusto, per ipotesi, fabbricare un essere umano disponendone a priori? Non ne sarebbe compromessa la dignità umana? Non preluderebbe a scenari etici, sociali e politici preoccupanti? Ma questo va molto al di là: il processo mi pare serio, anche se bisogna vigilare sulle applicazioni».

Tempo fa lei disse che una scienza senza senso del limite è una falsa scienza…

«Io distinguo sempre tra scienza e scientismo, la pretesa alienante di voler tutto risolvere e spiegare. Il dubbio non è sulla scienza, ma sulla sua ideologia e parodia: il Golem. Ricordo una metafora di Ugo Amaldi, uno scienziato di cui ho grande stima: immaginiamo su un tavolo tre sfere concentriche, i fenomeni oggetto di scienza, filosofia e teologia; ognuna ha le sue regole, ma guai se volessimo risolvere i misteri dell’una con le regole dell’altra. Ciascuna ha bisogno dell’altra ma deve mantenere la sua autonomia».

Ed è questo in gioco?

«Abbiamo visto a cosa ha portato l’idea di autonomia assoluta: il sogno della modernità ideologica, le violenze del ’900… La ragione è la potenza dell’interrogazione e della scoperta, ma anche dello “stupore” di Schelling: riconoscere i propri limiti è un farmaco importante contro le ideologie».

La Chiesa, comunque, non si straccia le vesti…

«Bisogna avere più paura dei non pensanti che dei pensanti. Ma anche temere chi assolutizza le proprie capacità: una scienza che si facesse assoluta sarebbe antiscientifica».

Giocare a essere dioultima modifica: 2010-05-22T08:40:00+02:00da borgosotto
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