Un’identità plurale per l’Europa

di Antonio Carioti, Corriere della Sera, 9.6.10

Fede, migrazioni, secolarizzazione: confronto sul XXI secolo 

Un tempo tutto era più semplice, in Italia e in gran parte d’Europa. Il culto cristiano, nelle sue diverse forme, era l’unico presente sulla scena, a parte i minoritari insediamenti ebraici. Quindi si trattava soprattutto di regolare i rapporti dello Stato con la Chiesa, o magari con più Chiese. Oggi invece – tra secolarizzazione intensiva, vasta immigrazione afro-asiatica, esplosione dei problemi bioetici – la matassa del nesso tra politica e religione si è molto ingarbugliata. Per dipanarla la Fondazione Corriere della Sera e l’Istituto di scienze umane di Vienna, con il patrocinio del ministero della Cultura polacco, hanno chiamato ieri a parlarne alcune voci di grande competenza, coordinate da una firma autorevole di via Solferino, Alberto Melloni. Il dibattito intitolato «La religione nella sfera pubblica», tenuto a Milano nella Sala Buzzati del «Corriere», era la prima tappa della marcia di avvicinamento al grande convegno sulla cultura europea in programma a Breslavia nel settembre 2011, in coincidenza con il periodo nel quale la Polonia avrà la presidenza dell’Unione.

E difficilmente si poteva scegliere un tema più attuale di questo, che infatti ha attirato non solo un pubblico attento e partecipe, ma anche una folta rappresentanza di diplomatici dei Paesi più vari (dalla Spagna all’Armenia, fino al Giappone). Non a caso il presidente di Rcs Media Group, Piergaetano Marchetti, ha usato l’espressione «nodo cruciale» nel presentare l’incontro. Perché se dovesse prevalere quel modo d’intendere l’identità culturale europea che si definisce in primo luogo contro qualcuno e tende a escludere i diversi, come ha paventato nel suo intervento il presidente della Treccani Giuliano Amato, le conseguenti tensioni potrebbero lacerare senza rimedio il tessuto della convivenza democratica. In un contesto del genere, ha osservato il rettore dell’Istituto viennese di scienze umane Krzysztof Michalski, la religione è una risorsa preziosa per rafforzare la coesione sociale, ma non può essere considerata la norma a cui tutta la società debba conformarsi. Se questo avviene, si corrono rischi notevoli, come dimostra proprio l’esempio polacco, illustrato ampiamente nel suo intervento da Adam Michnik, ex dissidente e oggi direttore del più importante quotidiano di Varsavia, «Gazeta Wyborcza». «Negli anni della dittatura comunista, la Chiesa cattolica – ha ricordato Michnik – era un fecondo segno di contraddizione, un asilo per la dignità umana offesa dal regime. Ma negli ultimi anni i vescovi hanno assunto un tono di rivendicazione aggressiva: stanno creando un clima di costrizione ideologica nei confronti di chiunque non condivida le loro posizioni. L’integralismo intollerante di “Radio Maryja” sta prendendo il sopravvento sull’eredità positiva di Giovanni Paolo II. E questo è assai preoccupante, perché il futuro della Polonia è indissolubilmente legato al modo in cui si evolverà la sua Chiesa». Naturalmente il fondamentalismo religioso non è l’unico pericolo da cui guardarsi. Ci sono anche gli eccessi dell’individualismo, contro cui ha messo in guardia il filosofo canadese Charles Taylor: «Una società non si regge senza un certo grado di solidarietà reciproca tra le persone. Se per esempio una fetta consistente della popolazione è esclusa da servizi essenziali come l’assistenza sanitaria, l’intera compagine sociale ne risente». Un errore non meno grave, a parere di un altro pensatore, Giovanni Reale, è il disconoscimento della tradizione culturale: «La civiltà europea ha un’evidente connotazione cristiana ed è stupefacente che si sia voluto negare questo dato di fatto nel trattato costituzionale dell’Unione. Come notava il grande poeta anglosassone Thomas S. Eliot, soltanto una cultura cristiana avrebbe potuto produrre filosofi anticristiani come Voltaire e Friedrich Nietzsche». D’altronde, ha sottolineato Amato, «l’idea di confinare il sentimento religioso nella mera spiritualità, negandogli ogni ruolo nella sfera pubblica, è superata dai fatti. Il problema semmai, in una condizione di accentuato pluralismo delle fedi e dei convincimenti etici, consiste nel recuperare quella capacità di apprendere dall’altro che è stata il connotato più valido della tradizione europea». Un concetto analogo a quello espresso da Taylor quando ha affermato che una società pluralista «si muove sotto l’impulso di diversi motori, che devono rimanere tutti accesi: non può rinunciare a nessuna delle diverse ispirazioni religiose né al contributo dell’umanesimo laico. L’importante è che via sia rispetto reciproco, da coltivare attraverso l’esercizio del dialogo». Detto così sembra abbastanza semplice, ma non di rado, come ha obiettato Michnik, ci si trova di fronte a interlocutori che bollano con un marchio d’infamia chiunque non si pieghi alle loro certezze e non arretrano di fronte a nessun mezzo pur di affermarle. In altri casi meno drammatici, ha osservato Reale, il dialogo rimane sterile e superficiale, come se ci si parlasse tra sordi». Ma forse la minaccia peggiore, evocata da Amato, è l’ignoranza: «Troppo spesso valutiamo gli altri in base ai nostri pregiudizi, magari seguendo le semplificazioni dei media». Se la cultura oggi ha una missione, consiste proprio nello spiegare che al contrario il mondo è complicato. E lo diverrà sempre di più.

Un’identità plurale per l’Europaultima modifica: 2010-06-10T08:21:47+02:00da borgosotto
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