Tradizione e innovazione nella Chiesa

di Carlo Molari in “Rocca” n° 12 del 15 giugno 2010

Il movimento suscitato dalla predicazione di Gesù è sorto come richiesta di novità e di riforma all’interno del giudaismo. Novità e riforma tollerate in un primo momento e poi condannate. In seguito però le stesse chiese cristiane hanno consolidato loro proprie tradizioni divenute sempre più rigide. Anche nella loro storia il conflitto fra tradizione e novità ha avuto momenti di particolare vivacità. Le strutture dottrinali e disciplinari hanno spesso opposto resistenza ai ricorrenti tentativi di riforma e di rinnovamento e sono diventate un freno allo sviluppo della vita ecclesiale. Oggi l’accelerazione dei processi culturali ha evidenziato tale contrasto in modo radicale.

Lo ha ricordato Papa Benedetto XVI nella recente visita compiuta in Portogallo riprendendo concetti a lui famigliari. Ha detto: «oggi la cultura riflette una ‘tensione’, che alle volte prende forme di ‘conflitto’, fra il presente e la tradizione. La dinamica della società assolutizza il presente, staccandolo dal patrimonio culturale del passato e senza l’intenzione di delineare un futuro. Tale valorizzazione però del ‘presente’ quale fonte ispiratrice del senso della vita, sia individuale che sociale, si scontra con la forte tradizione culturale del Popolo portoghese… Questo ‘conflitto’ fra la tradizione e il presente si esprime nella crisi della verità, ma unicamente questa può orientare e tracciare il sentiero di una esistenza riuscita, sia come individuo che come popolo. Infatti un popolo, che smette di sapere quale sia la propria verità, finisce perduto nei labirinti del tempo e della storia, privo di valori chiaramente definiti e senza grandi scopi chiaramente enunciati» (Centro culturale di Belém, Lisbona, 12 maggio 2010). esempi e ragioni del conflitto nella Chiesa Durante il Concilio quando maturavano decisioni innovative circa la collegialità, l’ecumenismo, la libertà religiosa e il dialogo interreligioso (per ricordare solo alcuni temi caldi) i gruppi contrari alle innovazioni, negli interventi in aula, nei dibattiti pubblici e nelle riviste teologiche argomentavano in questo modo: «se viene approvato il testo che contraddice il Magistero precedente, la Chiesa si mostra fallibile e perde credibilità. La stessa autorità del Concilio viene compromessa in modo pericoloso. Fatalmente i fedeli potranno dedurre che se il Magistero ha sbagliato nei secoli scorsi, anche oggi può farlo. In tale modo il Concilio scredita se stesso e non può proporsi con autorità». Il medesimo argomento poco dopo è stato ripreso dalla minoranza della commissione che studiava il problema della regolamentazione delle nascite. Essa si oppose alla maggioranza che proponeva un cambiamento rispetto alle scelte di Pio XI e di Pio XII, e ricorse a Paolo VI. Il Papa chiese al Concilio di non trattare la questione, modificò la composizione della commissione e qualche anno dopo (1968) nell’Enciclica Humanae Vitae si attenne ai contestati principi dei suoi predecessori. Nel sito www.dici.org il superiore della Fraternità di S. Pio X (Lefebvriani) a proposito delle conversazioni con il Vaticano scrive: «In particolare saranno esaminate le questioni concernenti la nozione di tradizione, il Messale di Paolo VI, l’interpretazione del Concilio Vaticano II in continuità con la tradizione dottrinale cattolica, i temi dell’unità della Chiesa e dei principi cattolici dell’ecumenismo, del rapporto fra il Cristianesimo e le religioni non cristiane e della libertà religiosa». La tradizione è posta come primo tema e quale criterio supremo per valutare le scelte del Vaticano II. A suo giudizio il Concilio avrebbe autorità solo in quanto trasmette la Tradizione. Il quadrimestrale Divinitas, rivista internazionale di ricerca e di critica teologica, ha commemorato il decimo anniversario della nuova serie con un denso e lungo studio sulla Tradizione dell’attuale direttore Mons. Brunero Gherardini: Quod et tradidi vobis. La tradizione vita e giovinezza della Chiesa, 53 (2010) nn. 1-3. Egli sviluppa il tema in modo molto articolato e ampio, nella linea della neoscolastica. Pensa che sul concetto stesso di Tradizione il Vaticano II abbia operato «una rivoluzione copernicana» (p. 185), così che nel 1962 la linea teologica originaria «si interruppe» e si operò un vero «voltafaccia» (p. 382): «Nacque la nuova idea di Tradizione, per un verso aperta a tutti gli apporti della cultura imperante, per un altro debitrice ad essa dei moduli espressivi con cui comunicare all’uomo d’oggi, per i problemi d’oggi, con la sensibilità d’oggi, un messaggio d’emancipazione dalla stretta del passato. Nella realtà ormai acquisita di codesta nuova idea s’identificò e si identifica la Tradizione vivente» (ib.). Quanto alla «questione del progresso c. d. dogmatico» egli critica la concezione del Concilio per «l’apertura ad ogni influsso culturale, anche al più contradditorio, nell’ingenua prospettiva del reciproco arricchimento» (p. 186). Egli difende l’immutabilità delle formule «da intender soprattutto come immutabilità di significato, lungo il corso dei secoli… Immutabilità significa che la Tradizione d’oggi è quella stessa trasmessa alla Chiesa, fin dal suo sorgere, prima dal Signore e dagli apostoli, poi dai loro successori fino al presente, anzi fino alla conclusione definitiva della storia» (pp. 293 s.). Egli però nega la fissità della forma. È possibile, infatti, «che nella successiva trasmissione di tutte le verità da credere e di tutti i comportamenti etici da praticare, la forma si espliciti ulteriormente, o più distintamente». È ammessa quindi una qualche evoluzione «a condizione però che tutto ‘sia compatibile con l’assoluta immutabilità (del dogma) e che la Tradizione trasmetta sempre i medesimi dogmi con il medesimo significato’» (p. 293 cita il teologo gesuita Louis Billot n. 61). Come si vede la continuità è vista sempre in rapporto ai contenuti dottrinali e all’esattezza dei significati. Anche se afferma che la Tradizione non perde mai «il contatto vitale con il suo momento genetico» e che «solo da questo, di sviluppo in sviluppo, attinge la sua linfa» (p. 295) Gherardini non si riferisce all’evento salvifico e alla corrispettiva esperienza di fede, bensì alla rivelazione di idee e alla trasmissione di dottrine. tradizione vivente e tradizione evolutiva Qui sta la differenza fondamentale tra la dottrina neoscolastica della Tradizione (che Gherardini difende e chiama teologico-evolutiva, ad esempio cfr. p. 295, cfr. pp. 381, 383) e la concezione conciliare, che «i moderni chiamano tradizione vivente» (p. 295), espressione già introdotta dai teologi di Tubinga nel sec. XIX (p. 166 J. S. Drey, p. 168 n. 82 H. Schell) e che egli rifiuta perché corrispondente a «un nuovo concetto di Rivelazione» (p. 237) introdotto presumibilmente dal Vaticano II. Esso infatti ha definito la rivelazione «economia di eventi accompagnati da parole» (DV 2). Ora, il significato degli eventi non si esaurisce nel loro accadere ma si esprime nello sviluppo di tutta la storia. Nel Medioevo si riteneva che la dottrina della fede «non derivava la sua autorità dal fatto che veniva garantito formalmente da un’autorità ecclesiastica, ma competeva loro auctoritas perché in essi si schiudeva attualmente la veritas divina» (W. Kasper, Il dogma sotto la parola di Dio, Queriniana, Brescia 1968, pp. 50-51). Si pensava cioè che la dottrina rivelata da Dio fosse direttamente espressa nelle formule affidate alla Chiesa. Di fatto il «legame intrinseco, tra la struttura stessa della verità di fede e il suo valore dogmatico in epoca moderna si è allentato a vantaggio di una comprensione del dogma che rimanda principalmente ad una definizione proclamata e quasi istituita da parte della Chiesa (nel suo ministero magisteriale). Questa evoluzione si spiega in parte con la polemica antiprotestante… Più profondamente però, essa appare come una conseguenza della frattura nominalistica e non manca di legami… con l’avvento del razionalismo» (Cl. Geffré, Pluralità delle teologie e unità della fede, in Iniziazione alla pratica della teologia, Queriniana, Brescia 1986, p. 151). La Chiesa ha insistito maggiormente sull’autorità magisteriale per l’assistenza dello Spirito. la svolta linguistica della cultura Tale processo di relativizzazione delle formule è giunto a compimento nel secolo XX con la svolta linguistica della cultura. Essa ha mostrato che i significati delle parole non traducono idee divine in qualche modo comunicate, bensì esperienze umane attraverso le quali la fede viene verificata ed espressa. Essa ha inoltre reso consapevoli che i significati delle formule cambiano in modo continuo sotto la pressione dell’uso. Tali condizionamenti tuttavia non venivano rilevati fino al secolo scorso e il contenuto delle formule veniva considerato definitivo e permanente. Oggi invece sappiamo che le formule della Tradizione non comunicano direttamente una dottrina bensì narrano eventi di fede, esperienze salvifiche, espresse con le categorie del tempo in cui sono state compiute. La continuità tra il passato e il presente non si concretizza direttamente attraverso i significati delle formule e le dottrine credute, bensì per gli stessi eventi salvifici ai quali la fede fa riferimento. Il loro senso appare attraverso l’esperienza dei credenti. In tale modo anche il presente entra nell’interpretazione.

Tradizione e innovazione nella Chiesaultima modifica: 2010-06-12T21:16:00+02:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento