Padre Sorge, il gesuita accusato di essere (troppo) moderno

di Luigi Accattoli, CORRIERE DELLA SERA di domenica 13 giugno 2010

Esce un libro di memorie dell’ex direttore della «Civiltà Cattolica»: «Potevo diventare arcivescovo di Venezia»

Vincenzo Gioberti (1801-1852), prete e patriota, vuole «una riforma che metta il cristianesimo d’accordo col secolo» ma si vede ostacolato dai gesuiti e li attacca, come neanche Voltaire, con i cinque tomi del Gesuita moderno (1847) intesi a bollare il loro «oscurantismo». Richiamo quel titolo provocatorio al gesuita più famoso d’Italia, Bartolomeo Sorge, che ha compiuto ottant’anni e che sento al telefono trovandolo entusiasta delle gran cose che ha visto in un viaggio in Russia dal quale è appena tornato. «Quel titolo era felicissimo, ma sono sicuro che oggi il Gioberti non l’userebbe più perché sono cambiati i gesuiti ed è cambiata la modernità», mi risponde con l’abituale scioltezza: «Oggi la Compagnia di Gesù è davvero alle frontiere della modernità, sia in campo culturale, sia in campo sociale e ovviamente in quello ecclesiale». Sto leggendo un volume appena pubblicato dal padre Sorge, La traversata (Mondadori, pp. 212, 18,50), che è per metà un’autobiografia e per l’altra metà un pamphlet su «la Chiesa dal Concilio Vaticano II a oggi» e in esso trovo appunto un capitolo intitolato «La traversata» di un gesuita che narra quello spostamento della Compagnia dalla trincea contro il moderno agli avamposti della storia.

Chiedo a Sorge se abbia mai incontrato qualcuno che gli abbia dato del «gesuita moderno»: «Mi è capitato più volte ma credo che quegli interlocutori non avessero per nulla presente il titolo del Gioberti e volessero dire, semplicemente, che per loro rappresentavo il gesuita di oggi». Conosco il padre Sorge da quarant’anni. L’ho seguito – da giornalista – nei 12 anni in cui fu direttore della «Civiltà Cattolica» (fino al 1985) e poi nelle imprese di Palermo – quando il questore gli diede una scorta perché minacciato dalla mafia – e infine in quelle di Milano, dov’è dal 1996 e dove ha diretto le riviste «Popoli» e «Aggiornamenti sociali». Nel volume c’è una foto degli «scrittori» della «Civiltà Cattolica» dove Sorge figura insieme al direttore che lo precedette, Roberto Tucci e al vicedirettore del suo periodo, Federico Lombardi, attuale portavoce del Papa. Lo provoco dicendo che «Tucci è diventato cardinale e Lombardi lo diventerà» ma lui – che ama il combattimento e la libertà di parola – ha scampato «quel pericolo». Sta allo scherzo e dice: «Però ci sono andato vicino! La prima volta che fui ricevuto da Giovanni Paolo II, mi sentii dire: “Lo sa che Papa Luciani voleva mandare lei a Venezia?”. Stavo dunque per diventare patriarca di Venezia ma a quanto pare quell’idea trovò l’opposizione del cardinale Giovanni Colombo che non vedeva di buon occhio un “progressista” a Venezia». Il volume La traversata è pieno di retroscena come questo, che Sorge narra sulla base dei suoi contatti diretti con Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Pedro Arrupe, Helder Camara, Enrico Bartoletti. La seconda parte del libro, intitolata «I traghettatori», ritrae questi personaggi e altri cinque (Oscar Arnulfo Romero, Giuseppe Lazzati, Salvatore Pappalardo, Pino Puglisi, Carlo Maria Martini) con i quali Sorge ha «collaborato» e dei quali vorrebbe fosse continuata l’opera per portare avanti la «traversata» conciliare che ha condotto la Chiesa «in mare aperto». Le maggiori riserve Sorge le esprime sull’Italia, denunciando la mortificazione del «laicato cattolico» e la tendenziale «identificazione tra Chiesa italiana e Conferenza episcopale». Ma leggendo si ride anche, come quando il padre Bartolomeo narra un appassionato dialogo con Papa Wojtyla a proposito di una richiesta della Segreteria di Stato che voleva venisse tolta una frase da un editoriale della «Civiltà Cattolica»: «Se mi dice che devo cambiare, sono pronto a cambiare di 360 gradi». Il Papa lo guarda «con due occhi furbi» e obietta: «Troppi! Perché se lei cambia di 360 gradi torna dov’era prima!».

Padre Sorge, il gesuita accusato di essere (troppo) modernoultima modifica: 2010-06-14T20:37:39+02:00da borgosotto
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Un pensiero su “Padre Sorge, il gesuita accusato di essere (troppo) moderno

  1. DANTE non è morto per la festa LITURGICA dell’ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE del LUNEDI’ 14 settembre 1321 del nostro computo storico. E’ morto invece in quella del MARTEDI’ 14 settembre 1322 del nostro computo storico e perciò è morto il martedì, giorno dedicato a Marte, 14 settembre 1321 seguendo l’ANTICO CALENDARIO STILE FIORENTINO: calendario non riportato nemmeno dal MANUALE di Adriano CAPELLI. E ci sarà una ragione! Se non lo riporta il Cappelli, lo rammenta invece DANTE, e non è poco, e non è per caso!, in chiusura della “Quaestio de acqua e de Terra” indirettamente puntualizzando che per lui l’anno zero, costituito dai sottomultipli dall’anno (minuti, ore,giorni, settimane, e mesi), parte da quello in cui CRISTO è nato di DOMENICA che poi sarebbe la domenica 25 dicembre del 1° anno d.C. del nostro computo storico. A nessuno interessa questa “QUESTIONE”, ma così è, ed è fondamentale!!! Se così fosse il VIAGGIO della COMMEDIA, per una ragione scientifica in più, sarebbe da porsi, anch’esso, un anno dopo e cioè nel 1301 del nostro computo storico al fine di essere posto, come lo pone Dante, nel 1300 dell’Antico Calendario Stile fiorentino non ricordato nemmeno, appunto, da A. Cappelli. Hai, hai, hai, furbizia del Vaticano!, quanto sei superiore a quella della sinistra, o degli esegeti legati al Partito Democratico, o PD. Per CRISTICA DANTESCA la notizia dovrebbe essere addirittura esiziale, se si prova a fare i conti, cioè a computare.
    Per chiarire la mia posizione e preparazione mi si perdoni intanto questa nota autobiografica.
    Anche Don Lorenzo Milani aveva i suoi limiti. Pensava che quando la classe operaia e contadina fosse andata al potere il problema delle tangenti e della corruzione legata agli appalti della P.A. si sarebbe in gran parte risolto da sé. Il più importante problema era dunque, per lui, dare un’istruzione ai proletari. Ma forse era arrivato a questa conclusione anche per ragioni affettive verso i suoi ragazzi. Il Milani era una chioccia che avrebbe dato la vita per i suoi pulcini.
    Sulle tangenti e la corruzione, dopo che io in più occasioni mi ero sfogato con lui a Barbiana, mi fece fare anche un intervento, in cattedra, davanti ai suoi ragazzi sull’appalto delle Imposte di Consumo, o Dazio, a Firenze. Io, seguendo la delibera consiliare dell’Amministrazione di Giorgio La Pira del 5 ottobre 1964, n. 5555/710/C, avevo intrapreso una dura lotta per togliere gli appalti e andare in gestione diretta del servizio di accertamento e riscossione. Mi dava una mano il mio amico mons. Enrico Bartoletti. Allora a Firenze le Imposte di Consumo (attuale I.V.A. sulla cessione di beni) erano in appalto alla Società Trezza, S.p.A. con sede a Verona. La Trezza aveva però in appalto tali imposte anche al Comune di Palermo: nella Palermo dei cugini Salvo e di Vito Ciancimino. Capirete che musica!!! Don Milani condivideva in teoria il principio che io difendevo ma se ne stava alla larga. Se oggi abbiamo l’IVA non appaltabile, invece che l’ICO appaltabile come volevano gli appaltatori (INGIC, SARI, CREMONINI, e a Roma BOURSIER, ecc) in occasione della Riforma Tributaria del 1/1/1973, si deve soprattutto a questa delibera di LA PIRA, all’intervento di mons. Bartoletti e credo anche di Aldo Moro. Tuttavia non giovò alla tranquillità di La Pira, del Bartoletti, di Moro e forse anche di Paolo VI, aver impedito questo illecito arricchimento facendo approvare l’IVA (Si confronti riunione dell’ANCI a Viareggio nella seconda metà del 1972). Di me dico solo che “me ne frego”, anche se è un motto fascista inviso a don Milani. Risparmio a prezzi attuali, per avere l’IVA al posto dell’ICO, stimabile in cinque miliardi di euro annui per possibili tangenti. Per rendersi conto come il mio discorso sia vero e dell’ “Antifona”, del “vento” preoccupante per le istituzioni repubblicane che anche allora tirava partendo dal DAZIO, si veda l’originale del ricorso di La Pira datato 16/01/1965 da me pubblicato su Facebook a: “Foto” di Giovangualberto Ceri. Come minimo, prima del peggio, ti ISOLAVANO: e La Pira, il Bartoletti, Moro e Paolo VI ritengo, come minimo, che siano stati lasciati soli. Il Bartoletti in particolare anche per il suo Convegno dal titolo, “MALI DI ROMA”. Riguardo al problema della corruzione affidarsi ad andare a votare come diceva don Milani sarebbe stato come impugnare un “fucile” interessante, ma scarico. Questo perché si aveva l’impressione che, ai vertici, una parte di tutti i partiti che sedevano in parlamento fosse un po’ coinvolta dalla corruzione. Per questo si arrivò ai movimenti extraparlamentari. A me, che ero dell’Esecutivo Giovanile della D.C. e Consigliere Comunale, Don Milani mi disse con passione, per rimediare!, di VOTARE SOCIALISTA: cosa che feci subito anche poi non rinnovando più, quale necessaria conseguenza, la mia tessera della D.C. (1966). E non la rinnovai nemmeno quando, qualche anno dopo, l’On.le Forlani mandò a casa mia per convincermi due importanti suoi rappresentati.
    Don Milani mostrò inoltre i suoi limiti coscienziali anche quando mandò a mons. Enrico Bartoletti le due lettere datate 10/09/1958 e 1/10/1958 i cui effetti negativi, dopo la loro pubblicazione avvenuta nel 1994 (MASSIMO TOSCHI, “Don Lorenzo Milani e la sua Chiesa”, Polistampa, Firenze, 1994, pp. 158 -166), credo furono evitati proprio in seguito alla mia telefonata, a Sommaia, all’amico don Alessandro Campani ancor vivo. Tale lettera il Milani, per me, se la sarebbe dovuta proprio risparmiare. Cfr. Google, AGENZIA RADICALE su Mons. E. Bartoletti; Cfr. FOTO: ILARIA DEL CARRETTO: http://www.facebook.com/media/set/?set=a.228902670488564.62602.100001064993213&l=48437d71c1&type=1
    Domanda. Quante probabilità ci sono che il “veltro” posto da Jacopo della Quercia ai piedi di Ilaria del Carretto possa raffigurare ANCHE il “veltro” di Dante (Inf., I, 85 – 111) incaricato di rimandare la lupa, ma forse anche l’Inquisizione cattolica se fosse da lei stessa simboleggiata, in quell’Inferno da dove si suppone sia venuta? Il papa ha già chiesto scusa per la sua presenza nella storia. Nella mia intervista alla TV Canale 10, e a sostegno della tesi di molti docenti universitari di ITALIANISTICA che dicono, “nessuna probabilità che la lupa simboleggi l’Inquisizione medievale”, anch’io avrei voluto potergli dare ragione. Il “veltro” di Dante non può essere quello di Ilaria! Se non lo feci è perché pensai però che Monsignor Bartoletti non sarebbe stato pienamente soddisfatto. Infatti se la Chiesa può essere ANCHE Ilaria; e se Ilaria è morta; dovrà pur venire qualcuno, il “veltro”, a resuscitarla. E questo dice Dante. Cfr. Google – YOUTUBE, http://www.youtube.com/watch?v=wV4vEG15yjA.
    Cosa ne pensano di tutte queste date di Beatrice sul DVD, la SOCIETA’ DANTESCA ITALIANA, la SOCIATA’ DANTE ALIGHIERI, la BIBLIOTECA CLASSENSE di Ravenna, la CASA DI DANTE in Roma, la DANTE SOCIETY OF AMERICA, la DEUTSCHE DANTE-GESELLSCHAFT ? Perché non rispondono? Hanno qualcosa da temere?
    F.to Giovangualberto Ceri.

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