I santi e il Vaticano

di Francesco Agnoli, IL FOGLIO 2.7.10

Quali sono le due anime che bisticciano tra loro nella nuova chiesa di Ratzinger 

L’articolo di Vito Mancuso sulla questione Sodano-Schönborn e Benedetto XVI tira sempre nella stessa direzione: una critica totale, assoluta, alla chiesa come istituzione. Come al solito si scorge molto bene una cosa: non è la lotta alla pedofilia che interessa, ma l’utilizzazione delle colpe degli uomini di chiesa per proporre una critica radicale, distruttiva. Il Papa deve smettere di fare il Papa, i cardinali i cardinali e la chiesa deve autosciogliersi, perché il peccato è alla radice, nella sua struttura, non nei suoi uomini. Questo è quello che chiede Repubblica, e lo fa attraverso le parole di un teologo laico che spende la sua vita in istituzioni cattoliche: Vito Mancuso. I Mancuso e tanti altri spregiatori della chiesa come Istituzione stanno all’interno della chiesa, ma come confessava il sacerdote modernista Ernesto Buonaiuti, al solo scopo di distruggerla, di stravolgerla dall’interno (Buonaiuti fu d’altra parte uno studioso di grande valore, che per le sue posizioni di ricerca fu perseguitato dal regime fascista in intesa concordataria con la curia vaticana).

Nella chiesa questi suoi figli ribelli hanno vissuto e di essa hanno visto le miserie e i peccati, ma, invece che comprenderne l’origine, umana, solo umana, addossano le colpe delle singole persone all’istituzione in quanto tale. Ritengono, nella loro superbia, che la salvezza possa essere una questione personale, come se Cristo non avesse egli stesso voluto una chiesa, una compagnia, divina ed umana insieme. Cerco di spiegarmi meglio: da tanti anni, forse da sempre, si confrontano nella chiesa due anime. Una, diciamo così, tradizionalista, l’altra progressista. Entrambe partono da una idea: vorrebbero una chiesa più santa, benché sia ben diversa la santità cui si riferiscono. Gli uni, i primi, denunciano quindi la perdita di senso di sacro, il carrierismo di tanti vescovi, la simonia, la “sporcizia” che c’è nella chiesa. Ma vi rimangono attaccati, come a uno scoglio, perché sanno di non poter solcare, da soli, i mari della salvezza. Perché sanno che lo Spirito Santo è stato promesso a Pietro, e che, nonostante tutto, “le porte dell’inferno non prevarranno mai”. I Siri, gli Ottaviani, i Ruffini, i Bacci, anche i Lefebvre, non hanno mai criticato la chiesa come chiesa, il Papa in quanto Papa. Hanno criticato singoli errori, veri o presunti tali, dei singoli Papi; hanno lottato, discusso, si sono indignati, con una consapevolezza: che Cristo ci ha dato la chiesa, che essa, nonostante tutto, è l’istituzione che da duemila anni dimostra la sua forza; che è la sua miseria che regge di fronte a tutte le tempeste, che si riforma di continuo e che produce, essa sola, santi, e civiltà. Perché il Vangelo, senza chiesa, è un insieme di fogli che non serve a nulla, è parola morta, senza carne, senza vita. La fede del credente non vive di letture, ma di Eucaristia, di confessione, di adorazione, di sacramenti. Poi c’è l’ala progressista, di Mancuso, Küng, Martini, don Gallo e chi più ne ha più ne metta. Quest’ala ha prodotto, nei secoli, milioni di eresie, di ricette personali, di riforme salvatrici, tutte sterili e brevi: fondate da uomini che magari scorgevano anche abusi ed errori veri, ma che poi, presi dalla superbia, finivano per ritenersi loro i depositari della Verità di Cristo, gli illuminati dallo Spirito Santo. Contro la chiesa, come Calvino, fondarono altre chiese, perché non si dà fede senza vita quotidiana, senza sacramenti, senza rito, senza condivisione. Con effetti veramente scarsi: cosa è rimasto dei pelagiani, dei sociniani, ma anche dei luterani, dei calvinisti o degli anglicani? Poche persone e tante divisioni… perché non si può dimenticare che Cristo ha scelto Pietro, pur sapendo bene che l’apostolo lo avrebbe rinnegato, di lì a poco. Pur sapendo che era un pescatore e un peccatore, con i suoi difetti. Insomma: un uomo. Mancuso dunque, inizia criticando la scelta del Papa di riportare il collegio cardinalizio all’ordine (la critica, anche la più dura, non può essere fatta, nella chiesa come in una famiglia, via stampa, al di fuori di qualsiasi gerarchia e carità…), e finisce per distruggere il ruolo stesso del Papa. Mancuso chiama a confortare la sua tesi nientemeno che San Paolo, colui che resistette in faccia a san Pietro, e Dante. Evidentemente a sproposito, visto che Paolo contraddisse il Papa, e lo portò dalla sua parte, senza mai negare la sua autorità. Anche aver citato Dante risulta ridicolo: Dante può essere l’Ottaviani, il Siri, magari il Lefebvre del Medioevo, come tanti ce ne furono. Mise Papi e cardinali all’inferno, tuonò contro la corruzione, ma mai neppure per un attimo pensò che la chiesa non fosse l’istituzione che Dio aveva scelto per i suoi seguaci. Non credette mai che il credente possa fare parte a sé, al di fuori del corpo mistico di Cristo. Accusava uomini di chiesa, ma di non essere fedeli alla chiesa stessa! Come faceva ogni giorno santa Caterina col Papa, che pure chiamava “dolce Cristo in terra”, dopo averlo sonoramente bastonato. Ma erano un altro tipo umano, non intellettuali postmoderni che vogliono rifondare la Fede con articoli di giornale: in loro, la critica nasceva dall’amore, non dalla superbia, il peccato più grave di tutti per la teologia cattolica (anche se insegnata da laici).

 

Pag I Opposti neologismi di Paolo Rodari

Il teologo Gennari nega a Mancuso lo status di pensatore cattolico. L’estremismo nega verità essenziali

 

Roma. Due giorni fa su Repubblica Vito Mancuso, il teologo cattedratico del San Raffaele di don Luigi Verzé, ha scritto un aspro attacco a Benedetto XVI, reo di aver bacchettato il cardinale Christoph Schönborn e di aver difeso l”’insabbiatore” Angelo Sodano. Mancuso dice che è ora di smantellare la chiesa-istituzione che copre i preti pedofili e si autoalimenta – la chiesa di Ratzinger – e far posto a un’altra chiesa, quella che,sta con le vittime e non può più “mentire”, “coprire”, “dissimulare”, “insabbiare”. E’ qui che vogliono arrivare i seguaci della chiesa povera e de-istituzionalizzata? E’ alla fine della chiesa romana e cattolica, dove il governo è cum Petro e sub Petro, ciò a cui la chiesa del primato del “popolo di Dio” aspira? “Non credo proprio”, dice al Foglio Gianni Gennari, teologo, prete romano che dopo aver ricevuto nel 1984 la dispensa “pro grazia” dal celibato si è sposato ed ha sospeso l’esercizio del ministero, per il quale si sente ancora fatto, e ora è giornalista. Alle sue messe negli anni 70, i tempi del compromesso storico, partecipavano. tutte le domeniche Franco Rodano e Tonino Tatò, che dal ’49 fino al ’62, i tempi della scomunica dei comunisti, andavano a messa senza comunicarsi. Dice Gennari: “Mancuso è lucidamente in una posizione per cui in realtà proprio la chiesa come tale deve finire per dare luogo a una chiesa del tutto nuova, a modo tutto suo”. Mancuso non è un cattolico progressista cresciuto alla scuola del cardinale Carlo Maria Martini? Non interpreta il sentire di quella chiesa? “Non direi proprio. Penso che Mancuso, in alcune sue posizioni che negano verità di fede essenziali, si colloca al di fuori della fede cattolica ed è un chiaro esempio del fatto che gli estrémi opposti si toccano. Lui, come gli ultratradizionalisti di destra, si pone da solo fuori dalla chiesa. Faccio un esempio: quando uscì l”‘Humanae vitae” di Paolo VI – l’enciclica sulla sessualità – chi la prese come ‘dogma’, e quindi infallibile, furono soltanto il teologo ribelle Hans Küng a sinistra e la corrente tradizionalista dei teologi di scuola romana e anticonciliare, tra cui il francescano padre Ermenegildo Lio. Questi diceva che l”‘Humanae vitae” era infallibile e irriformabile, e Küng sosteneva che siccome la sua norma è sbagliata, allora va rifiutata la stessa realtà dell’infallibilità della chiesa nella fede, appropriata al Papa nella definizione del Vaticano I. Gli estremi si toccano, come sempre”. Le posizioni di Mancuso non sono quelle della chiesa di sinistra finalmente esplicitate? “A parte il fatto che non esiste una ‘chiesa di sinistra’, ma che dentro l’unica chiesa ci sono diversità di cultura e di teologia su punti opinabili e non di fede, queste sono le posizioni di Mancuso e certamente non quelle di Martini che, al di là delle semplificazioni giornalistiche, è più vicino a Ratzinger di quanto non si pensi”. Martini come Ratzinger? “Certamente sì. La chiesa è fatta di tradizione e rinnovamento. Roccia e cammino. La chiesa è nave ben salda che si muove sulle onde del tempo e dello spazio umano. Tradizione e rinnovamento hanno bisogno l’una dell’altro”. Mancuso scrive che la chiesa è un nido di pedofili e dunque da abbattere: “Noto la differenza di posizione con Benedetto XVI. Per il Papa nella chiesa c’è il male. Per Mancuso la chiesa ‘è’ il male. Non contesto la libertà di Mancuso di dire ciò che vuole. Ma occorre sfatare l’equivoco secondo il quale Mancuso è uno degli interpreti cattolici della dottrina della chiesa. Mancuso non solo nega la risurrezione di Cristo ma anche l’origine dell’istituzione ecclesiastica. La sua è una sociologia delle religioni,ma non è cattolicesimo”. Per Mancuso, ma anche per diversi uomini di chiesa, tutto deve essere trasparenza. La trasparenza assoluta sembra essere il nuovo dogma senza il quale non si va avanti. Dice Gennari: “Credo’che il tema della trasparenza sia molto importante. I padri della chiesa la chiamavano ‘parresia‘, ovvero la capacità di dire tutto. Solo una chiesa che accetta di dire tutto senza compromessi è degna del suo nome. Ma ciò non significa lo sventramento totale della sua identità. Non significa l’apertura dei confessionali, lo smantellamento delle tombe come avvenuto in Belgio, significa che ognuno deve avere la libertà di parlare, di confrontarsi, di esprimere la propria opinione, ma sempre all’interno della verità del deposito della fede”. La chiesa di Ratzinger è questa chiesa? “Credo di sì. Mentre con Giovanni Paolo II, occupato nella sua grande impresa dell’annuncio al mondo in evoluzione, non fu possibile affrontare tutte le sfide aperte dal Concilio Vaticano II, con Benedetto XVI questa possibilità sembra esserci. I temi del Concilio si stanno riproponendo a uno a uno. Uno ad esempio è il tema della sessualità umana, e tra essi anche il tema del celibato che a me sta molto a cuore. lo rispetto la legge del celibato anche se il celibato non è un dogma e come tale può anche essere abolito. Una voltane parlai con un grande uomo di chiesa, poi cardinale, che mi disse: ‘Forse sei arrivato troppo presto’. Poi c’è il tema della sinodalità. Credo che anche questo tema possa essere affrontato senza traumi. Senza, per intenderci, un Concilio Vaticano II. Il Vaticano II sta ancora davanti a noi. Benedetto XVI può compiere ciò che Giovanni Paolo II non ha potuto fare. Anche Paolo VI compì ciò che ‘l’audace tradizionalista’ Giovanni XXIII si limitò ad annunciare e a iniziare”.

 

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Mentre Roma è sotto assedio, i cardinali litigano di Sandro Magister

Schönborn contro Sodano, Sepe contro Bertone. Il caso serio dell’arcivescovo di Vienna. Benedetto XVI castiga, pacifica e guarda lontano. Anche con tre nomine in tre posti chiave della curia

 

È stata una vigilia laboriosa, per il papa, quella della festa dei santi apostoli Pietro e Paolo, patroni della Chiesa romana. Come sempre, ha celebrato i vespri nella basilica di San Paolo fuori le Mura assieme a una delegazione del patriarcato ecumenico di Costantinopoli, ricevuta in Vaticano la mattina stessa. Nell’omelia ha annunciato la creazione di un nuovo organismo vaticano “per una rinnovata evangelizzazione” nei paesi di antica cristianità in cui è intervenuta una “eclissi del senso di Dio”. Ma in più Benedetto XVI ha lavorato sodo per riportare un po’ di pace tra alcuni cardinali che nelle ultime settimane si erano pubblicamente affrontati tra loro. L’ha fatto con due comunicati piuttosto irrituali e con un’udienza anch’essa speciale a tre dei litiganti. Per una curiosa coincidenza, il giorno precedente, domenica, nelle chiese di tutto il mondo si era letto il passo della lettera di san Paolo ai Galati nella quale l’apostolo ammoniva: “Se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri”. Un monito che Benedetto XVI aveva già ripreso e citato nella memorabile lettera da lui scritta ai vescovi il 10 marzo del 2009, anche allora dopo aspri scontri tra uomini di Chiesa.

Il primo dei due comunicati del 28 giugno ha riguardato la congregazione per l’evangelizzazione dei popoli e in particolare il cardinale Crescenzio Sepe che l’ha presieduta tra il 2001 e il 2006, prima di essere trasferito all’arcidiocesi di Napoli. Sepe era una potenza nella curia di Giovanni Paolo II. E infatti, quando lo scorso 20 giugno la magistratura italiana aprì un’indagine su di lui per sospette irregolarità nella gestione del patrimonio edilizio della congregazione, egli immediatamente disse di aver sempre operato con l’approvazione e l’apprezzamento della segreteria di Stato vaticana dell’epoca, retta dal cardinale Angelo Sodano. Coinvolgendo Sodano nei suoi affari e nello stesso tempo polemizzando implicitamente con l’attuale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, che aveva voluto il suo trasferimento da Roma a Napoli, Sepe aveva prodotto una notevole irritazione ai vertici del Vaticano, che traspariva dal gelido distacco con cui “L’Osservatore Romano” seguiva la sua vicenda giudiziaria. Ebbene, col comunicato del 28 giugno la Santa Sede ha voluto riaffermare la finalità esclusivamente missionaria dei proventi del patrimonio edilizio della congregazione per l’evangelizzazione dei popoli – proprietaria a Roma di decine di palazzi di pregio – e nello stesso tempo dissociarsi dagli eventuali “errori di valutazione” compiuti da Sepe e dai suoi collaboratori nella loro individua responsabilità.

Il secondo comunicato del 28 giugno ha riguardato invece il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, ricevuto dal papa la mattina stessa. Schönborn aveva fatto notizia, nelle settimane scorse, per aver proposto a più riprese un “ripensamento” della disciplina del celibato del clero e per aver aspramente criticato atti e parole del cardinale Sodano in materia di pedofilia. Tanto più Schönborn aveva fatto notizia in quanto egli è ritenuto vicinissimo a Joseph Ratzinger. Ne fu brillante allievo, è stato da lui sempre molto apprezzato. Per questo, un’opinione largamente diffusa era che egli avesse detto quelle cose con la sostanziale approvazione del papa. Ma non era così. Sia la sortita sul celibato, sia gli attacchi a Sodano non piacquero per nulla a Benedetto XVI. Che rimproverò severamente Schönborn sia a voce che per iscritto. Ma per fugare l’impressione di un’intesa tra i due, c’era bisogno di un atto pubblico. Ed è ciò che è avvenuto il 28 giugno, dapprima con un colloquio a tu per tu tra il papa e l’arcivescovo di Vienna, poi con l’allargamento dell’udienza ai cardinali Sodano e Bertone, e infine con un comunicato che ha reso pubblici i contenuti dell’incontro. Il comunicato non lascia spazio a dubbi: Schönborn si è recato dal papa con la cenere sul capo e ha dovuto ritrattare quanto da lui detto contro il cardinale Sodano e a proposito del celibato. Ma tutto ciò non sarebbe stato reso pubblico dalla Santa Sede se a sua volta le parole e i gesti di Schönborn non avessero quella risonanza mediatica che hanno. Perché ciò che distingue l’arcivescovo di Vienna da tanti altri cardinali è proprio questo suo saper essere protagonista sulla scena della pubblica opinione. Alle cui inclinazioni e pressioni si mostra sensibilissimo. Infatti, quasi sempre il successo mediatico gli arride. Sul celibato ha detto e non detto, ma le sue allusioni a un possibile “ripensamento” di questa disciplina sono bastate ad assicurargli alti indici d’ascolto e di consenso. Con le rivendicazioni del movimento di riforma cattolica neomodernista “Noi siamo Chiesa”, nato in Austria e lì piuttosto diffuso, non ha mai detto di concordare. Ma la sera dello scorso mercoledì santo, nella cattedrale di Vienna, ha voluto al suo fianco i capi del movimento, mentre chiedeva perdono per gli abusi sessuali del clero. Quanto poi alle procedure per contrastare gli abusi, l’arcivescovo di Vienna si caratterizza come l’interprete più deciso della cosiddetta “trasparenza”: il sistematico rinvio dei casi alla giustizia civile e comunque a collegi giudicanti indipendenti dalla gerarchia. Anche su questo riscuotendo un esteso consenso. Accusando il cardinale Sodano di insensibilità e inettitudine riguardo allo scandalo della pedofilia, Schönborn ha colpito un bersaglio fin troppo facile, un personaggio che per vari motivi riscuoteva già molte critiche. Ma ciò che più preoccupa le autorità vaticane e lo stesso papa è la debolezza di guida che l’arcivescovo di Vienna manifesta, rispetto alla Chiesa austriaca nel suo insieme. Negli anni Ottanta, l’allora cardinale Joseph Ratzinger affidò a Schönborn e a pochi altri vescovi fidati la stesura del Catechismo della Chiesa cattolica. Ma da poco eletto papa, ricevendo il 5 novembre 2005 i vescovi austriaci in visita “ad limina“, li rimproverò proprio di insegnare la dottrina “in maniera incompleta”, omettendo “quelle cose che si ascoltano meno volentieri o che suscitano reazioni di protesta e derisione”. Schönborn era lì anche lui ad ascoltare. Il 15 e 16 giugno del 2009 i vescovi austriaci furono chiamati di nuovo a Roma a rapporto. Evidentemente, a giudizio del papa, la lezione impartita loro nel 2005 non era bastata. In più, c’era stata poco prima la sollevazione di una larga parte dei cattolici e del clero contro la nomina a Linz di un vescovo, Gerhard Maria Wagner, osteggiato come troppo conservatore. Sia Schönborn che altri vescovi lasciarono correre la protesta e nel giro di un mese Roma cedette e revocò la nomina, nel tripudio di tutti coloro che rivendicano che il criterio giusto per scegliere i vescovi sia il gradimento popolare. Anche dopo l’incontro del 15 e 16 giugno 2009 la Santa Sede emise un comunicato pubblico, che dava conto dei richiami rivolti ai vescovi austriaci. Il comunicato del 28 giugno sull’incontro tra il papa e Schönborn è quindi il terzo rimprovero della serie. Nel frattempo sono quasi passati i canonici cinque anni dalla visita “ad limina” del 2005 e di conseguenza i vescovi austriaci torneranno presto a incontrare il papa, per un quarto, prevedibile, rimprovero pubblico. Ciò non toglie che Ratzinger continui ad apprezzare le qualità del suo ex allievo Schönborn, che nel suo intimo è assolutamente ortodosso. Nell’ultimo fine settimana di agosto, quando il circolo degli ex alunni del papa si riunirà attorno a lui a Castel Gandolfo, la relazione introduttiva la terrà proprio Schönborn, su un tema cruciale come l’interpretazione del Concilio Vaticano II. Di Schönborn, Benedetto XVI conosce però anche i difetti, il primo dei quali è l’incoerenza tra ciò che pensa – del tutto in linea col papa – e ciò che dice e fa, per farsi ascoltare e approvare.

Tornando al comunicato, c’è un passaggio che esige di essere spiegato. È quello in cui il papa rimprovera Schönborn per le accuse da lui rivolte a Sodano a proposito del “compianto” cardinale Hans Hermann Groër, arcivescovo di Vienna dal 1986 al 1995. In pratica Schönborn accusò Sodano di aver coperto gli abusi sessuali commessi da Groër. Commessi? In realtà Groër non ammise mai alcuna colpa, né fu mai sottoposto ad alcun processo, né canonico né civile. La ricostruzione più precisa del caso è quella pubblicata il 1 luglio da “il Foglio”: “Il caso Groër scoppia nel 1995 quando, dopo le accuse di abusi propalate sui media, al cardinale, che aveva già compiuti i 75 anni, vengono accettate le dimissioni. Al suo posto viene nominato Schönborn, che in pochi mesi da ausiliare diventa coadiutore e arcivescovo pieno di Vienna. In quella prima fase il giovane presule domenicano non si mostra colpevolista nei confronti del suo predecessore benedettino. “Il caso Groër riesplode con virulenza nel gennaio 1998, quando ad accusarlo sono alcuni suoi confratelli monaci. Il 21 febbraio di quell’anno è previsto il concistoro in cui Schönborn riceve la berrette cardinalizia, e lui cerca di fare il possibile per evitare che alla cerimonia sia presente anche Groër. In quel momento infatti il nuovo arcivescovo di Vienna ha già maturato un giudizio colpevolista a riguardo del predecessore. Giovanni Paolo II però non solo non impedisce la venuta di Groër ma, il 20 febbraio, lo riceve anche in udienza. “Al rientro dal concistoro, in Austria si riunisce il consiglio permanente dell’episcopato. Vi partecipano il neocardinale Schönborn e altri quattro vescovi: Kapellari, Eder, Weber e Aichern. Alla fine in quattro firmano una nota in cui si dichiarano ‘moralmente certi‘ della colpevolezza del cardinale Groër. L’unico a non firmare è Aichern, anche lui benedettino, che forse conosceva meglio degli altri le liti tra confratelli in cui erano maturate le accuse a Groër. “A questo punto Schönborn scende a Roma per chiedere che la Santa Sede ratifichi la condanna espressa dai presuli. Ma senza successo. Il diniego viene manifestato – con toni chiari e netti – durante la settimana santa di quell’anno, quando Giovanni Paolo II e il cardinale Sodano ricevono in udienza Schönborn, Weber e Eder. La Santa Sede non ritiene probanti le accuse. Comunque dopo Pasqua Groër emette un comunicato in cui chiede perdono nel caso abbia fatto qualcosa di male ma non ammette nessuna colpa. “Nel giugno di quell’anno c’è poi la visita del papa in Austria. Schönborn assieme ad altri vescovi, ma non tutti, chiede che Groër non sia presente alla visita e che il Vaticano esprima una condanna nei suoi confronti. La prima condizione viene accordata, la seconda no. Groër si assenterà per alcuni mesi ma poi tornerà in patria. Morirà nel 2003 senza che Giovanni Paolo II, l’unico che aveva questo potere – come ha ribadito il comunicato del 28 giugno scorso –, abbia espresso una parola di condanna nei suoi confronti.”

Il 30 giugno e il 1 luglio sono state ufficializzate anche una serie di nomine nella curia vaticana. Le principali sono tre. La prima è quella dell’arcivescovo Salvatore Fisichella a presidente del neonato pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione. Fisichella era rettore della Pontificia Università Lateranense e presidente della pontificia accademia per la vita. Dove a lui succederanno, rispettivamente, il sacerdote salesiano Enrico dal Covolo e monsignor Ignacio Carrasco de Paula. La seconda nomina importante è quella del cardinale canadese Marc Ouellet a prefetto della congregazione per i vescovi, al posto del cardinale Giovanni Battista Re. Ouellet, 66 anni, sulpiziano, finora arcivescovo di Quebec, discepolo del grande teologo Hans Urs von Balthasar, è un ratzingeriano di ferro. Come vescovo nel Canada francofono ha operato in uno dei luoghi dove la scristianizzazione è intervenuta più drammatica e repentina. Nel scegliere i futuri vescovi, si prevede quindi che sarà molto in sintonia con la visione che ha indotto Benedetto XVI a istituire il nuovo organismo per la nuova evangelizzazione. Di questo nuovo organismo, però, non si conoscono ancora i compiti precisi, che saranno definiti da un “motu proprio” papale. Ad esempio, non sono chiari i confini tra le sue competenze e quelle del pontificio consiglio della cultura, che già si occupa del “Cortile dei gentili” e cioè dell’evangelizzazione dei non credenti. Inoltre, l’affidamento del nuovo organismo a monsignor Fisichella potrebbe rinfocolare le polemiche che hanno tormentato la sua presidenza della pontificia accademia per la vita, a motivo di un suo controverso articolo su “L’Osservatore Romano” in difesa di una fanciulla brasiliana alla quale era stato imposto un doppio aborto: polemiche non placate neppure da una successiva dichiarazione della congregazione per la dottrina della fede. Infine, la terza nomina importante è quella del vescovo svizzero Kurt Koch a presidente del pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, al posto del cardinale Walter Kasper.

Il 1 luglio Benedetto XVI ha inoltre ricevuto il vescovo emerito di Augsburg, Walter Mixa. Anche qui per pacificare uno scontro dentro la gerarchia ecclesiastica. E anche qui con un comunicato emesso al termine del colloquio. In questo caso, la “polemica spesso fuori misura” cui accenna il comunicato ha avuto come protagonisti due pesi massimi dell’episcopato della Germania, che si sono particolarmente accaniti contro Mixa con critiche e accuse non tutte fondate, inducendolo alle dimissioni: il presidente della conferenza episcopale tedesca, Robert Zollitsch, arcivescovo di Friburgo in Brisgovia, progressista, e l’arcivescovo di Monaco di Baviera, Reinhard Marx, conservatore. Per questo l’esortazione alla pace e alla reciproca benevolenza, espressa dal papa nel comunicato, si è indirizzata primariamente proprio ai “confratelli nel ministero episcopale”. Con questo appello conclusivo: “In un tempo di contrasti ed insicurezze, il mondo attende dai cristiani la concorde testimonianza che essi, in base al loro incontro col Signore risorto, sono in grado di offrire e nella quale essi sono di aiuto gli uni agli altri come anche all’intera società, per trovare la via giusta verso il futuro”.

I santi e il Vaticanoultima modifica: 2010-07-03T15:17:41+02:00da borgosotto
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