L’obbedienza non basta

di Luigi La Spina, La Stampa, 17.7.10

La secolarizzazione erode l’autorità delle gerarchie e il sentimento religioso. L’unica via d’uscita è investire su un clero meno allineato e più carismatico  

Il segnale più inquietante è venuto dall’Europa. Anzi, dalla capitale dell’Europa, Bruxelles. Le clamorose perquisizioni nella sede dell’arcivescovado, nella casa dell’ex primate del Belgio, monsignor Danneels, persino nelle tombe di due cardinali, alla ricerca di prove contro i preti pedofili e contro chi ha occultato i loro crimini, dimostrano che l’assedio alla Chiesa cattolica è arrivato a incrinare le mura vaticane. Perché le autorità civili e la generalità dell’opinione pubblica della vecchia Europa, patria del cattolicesimo, non riconoscono più alla Chiesa quelle prerogative di tutela diplomatica, di prudenza e di riservatezza che si devono non solo a uno Stato estero, ma a una istituzione morale e religiosa che rappresenta, nel Continente, almeno un terzo dell’intera popolazione.

La consapevolezza del rischio di una erosione grave della credibilità e dell’autorità della Chiesa, soprattutto in Europa, è diffusa sia nella gerarchia ecclesiastica sia nel laicato cattolico. Significativa e molto apprezzata, a questo proposito, è stata la recente decisione del Papa di istituire un inedito organismo nella curia romana, il «Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione», che ha proprio il compito di proporre mezzi e metodi per combattere la cosiddetta secolarizzazione. Anche se la scelta di affidarne la guida a monsignor Rino Fisichella non ha suscitato altrettanta unanimità di consensi. Sul fenomeno dell’abbandono della fede e dell’appartenenza alla Chiesa nelle società occidentali più ricche esiste un’apparente contraddizione. Da una parte, i dati delle più recenti ricerche sono drammatici. Per citarne una sola, ci si può riferire all’indagine condotta sulla situazione italiana da Paolo Segatti, docente di sociologia politica all’università di Milano. Le conclusioni dimostrano che lo scarto generazionale, rispetto all’esperienza religiosa, è impressionante. Nelle classi giovanili, il distacco non solo dalla Chiesa, ma dalla fede nell’esistenza di Dio è tale da prospettare un futuro di netta minoranza per la presenza dei cattolici nel nostro paese. Di fronte a questa constatazione, è altrettanto evidente, però, la ricerca, tra i giovani europei, di esperienze spirituali intense e coinvolgenti, il desiderio di individuare guide morali che, nelle attuali difficoltà, aiutino a trovare un significato profondo alla vita e speranza nel domani. Il vero grande problema per la Chiesa cattolica, oggi, è quello di offrire a questa domanda una risposta forte e rassicurante. Il grande rischio di questa falsa contraddizione, infatti, è costituito dalla via d’uscita che, in molti paesi, si va affermando, quella della diffusione delle sette, del fondamentalismo identitario, dell’integralismo religioso. Se l’analisi è generalmente condivisa, la terapia e, soprattutto, la sua applicazione con le medicine più opportune è controversa e difficile. Il Papa, sulla denuncia contro i mali della Chiesa, è stato molto duro. Nei confronti dello scandalo dei preti pedofili ha espresso una posizione netta. Ma quando la gravità della situazione dovrebbe indurre a lanciare segnali di drastica rottura con il passato, sembra arrendersi al tradizionale «continuismo vaticano». Così, la riforma della Curia avanza a piccoli passi, con una accentuata ricerca di maggiore internazionalità nelle figure a capo dei dicasteri più importanti. Ma senza procedere a quella riorganizzazione interna che possa renderla meno autoreferenziale e, sostanzialmente, meno ingovernabile. Significativo di questo atteggiamento è stato, recentemente, il caso «Schoenborn-Sodano». Il cardinale austriaco, uno delle figure più prestigiose dell’episcopato mondiale, allievo e amico di Benedetto XVI, ha lanciato dure critiche alla linea tenuta dall’ex segretario di Stato sullo scandalo dei preti pedofili. Il pontefice, proprio per i notori legami di stima con Schoenborn, lo ha convocato in una udienza alla quale, in una fase successiva, è stato ammesso anche Sodano. Pur non arrivando a chiedere al cardinale austriaco una umiliante ritrattazione pubblica, il Papa, così, ha voluto evitare il sospetto che, se anche non ne fosse stato l’ispiratore, almeno condividesse quelle opinioni. Il contrasto tra la radicalità delle decisioni che sarebbero necessarie e i tempi lunghi, ma anche certe timidezze caratteriali della strategia riformatrice di Benedetto XVI, potrebbe portare conseguenze negative anche sul fronte più delicato e importante: quello della formazione del clero e della selezione delle carriere ecclesiastiche. La crisi delle vocazioni sacerdotali, accentuata soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, ha indotto alcune conferenze episcopali ad allentare il controllo sui seminari. Così il vaglio, non solo sulla preparazione religiosa e culturale, ma soprattutto sulla saldezza morale dei giovani che si preparano a diventare preti, è diventato troppo superficiale e lassista. Ma forse ancor più grave è il secondo problema, quello delle scelte per le nomine dei vescovi. Nessuno ha il coraggio di ammetterlo pubblicamente, ma quasi tutti, con la garanzia dell’anonimato, ne convengono: negli ultimi anni, è molto scaduta la qualità del fondamento della Chiesa cattolica, il corpo episcopale, soprattutto quello italiano. A questo proposito, l’ipocrisia curiale non deve far chiudere gli occhi, ma neanche la faziosità laicista può nascondere la verità: anche il Vaticano è stato contagiato dal virus più grave della società nazionale: la mediocrazia. Come è avvenuto in politica, nelle università, nelle aziende, negli ospedali del nostro paese, anche nei palazzi della Santa Sede si è preferita la fedeltà all’intelligenza ed è prevalso il criterio dell’amicizia rispetto a quello dei meriti. Insomma, da parte dei due maggiori responsabili delle nomine vescovili negli ultimi due decenni, il Segretario di Stato, Angelo Sodano e il presidente della Cei, Camillo Ruini, la selezione della classe dirigente della Chiesa è stata tale da scoraggiare l’emergere di personalità forti, magari anche critiche, ma capaci di esprimere carisma pastorale e autorevolezza intellettuale. E’ vero, come sostiene il filosofo e politico cattolico Rocco Buttiglione, allievo di Bobbio e Del Noce, che «la Chiesa, davanti alla crisi delle dirigenze politiche, impossibilitate all’acquisto del consenso da parte dei cittadini per la mancanza di risorse economiche da distribuire, potrebbe essere l’unica istituzione capace di ottenere quel consenso che non si compra, con un grande progetto sull’uomo». Ma i progetti, appunto, si realizzano con le capacità degli uomini chiamati ad attuarli. Ecco perché è condivisibile «il sogno» di «una nuova leva di cattolici impegnati in politica», come si è espresso il presidente della Conferenza episcopale italiana, Angelo Bagnasco. Ma quel sogno resterà tale se non prevarrà il coraggio di premiare, innanzi tutto, un prete scomodo, ma colto e impegnato, di non aver paura delle critiche, se vengono da menti brillanti e dotate di personalità. Bertone e Bagnasco sono chiamati a questa prova, vedremo i risultati. A cominciare dai nuovi vescovi di Torino e di Milano.

L’obbedienza non bastaultima modifica: 2010-07-19T15:19:23+02:00da borgosotto
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