I cattolici e il sogno del terzo polo

di Luigi La Spina, La Stampa, 22.7.10

Perché i cristiani, maggioranza in Parlamento, temono l’emarginazione politica 

Un governo di «larghe intese» non c’è ancora e, forse, non ci sarà mai. Ma una larga intesa c’è già: quella di tutti i cattolici in politica, di destra come di sinistra, che ritengono di non contare nulla. Non si tratta di evangelica modestia. Anzi, di laicissima rabbia. Certo, più contenuta e magari dissimulata nel partito di Berlusconi, perché il potere lenisce molte amarezze. Più esplicita nell’opposizione targata pd, dove gli ex popolari sono esasperati. Ma anche nell’udc, partito dichiaratamente cattolico, la sensazione dell’irrilevanza è netta. Al di là delle beghe di partito, il rimprovero che viene rivolto al leader, Pier Luigi Bersani, è quello di non aver capito quello che ha ben compreso, in America, Obama. Nelle democrazie moderne, di questi tempi, si vince puntando sulle cosiddette «minoranze significative». E lo sono, negli Stati Uniti, come in Italia ormai, i cattolici. E’ possibile che l’attuale viaggio di Bersani negli Usa porti consiglio al leader dei democratici italiani, ma i cattolici che stanno con lui ci sperano poco. A destra, poi, la strumentalità clericale con la quale Forza Italia usa il cattolicesimo è evidente. Con un corollario di degenerazioni affaristiche che, nel «caso Balducci», gentiluomo di Sua Santità, e nel «caso Sepe», gestore discusso delle case di Propaganda fide, hanno avuto i più recenti esempi. Ma il problema, per la Chiesa e per i cattolici italiani, non sono tanto i rischi di corruzione politico-clientelare. Anche i preti sono uomini e le tentazioni non li hanno risparmiati in passato e non li risparmieranno in futuro.

Del resto, c’è una battuta in circolazione al Vaticano così bella che viene citata da tutti e così cattiva per cui nessuno se ne attribuisce la paternità: «Quando i vescovi hanno da fare col denaro o sono imbroglioni o sono imbrogliati». Il pericolo più grave è quello di perdere l’identità e l’influenza nella società italiana, se non attraverso umilianti scambi di favori, peraltro a un prezzo sempre più alto, con il governante di turno. E’ un rischio che l’ex presidente dei vescovi italiani, il cardinale Camillo Ruini, dopo la scomparsa della dc, aveva intuito con molta lucidità e preveggenza, cercando di evitarlo attraverso il progetto della cosiddetta «inculturazione della fede». Ma i risultati del suo sforzo, alla luce della realtà in questo primo decennio del nuovo secolo, non paiono aver corrisposto alle attese. La condizione di difficoltà dei cattolici in politica viene spiegata molto bene dall’ex segretario di Dossetti e attuale deputato pd, Pierluigi Castagnetti: «L’afasia dei cattolici e la crisi della Chiesa sono assolutamente collegate. Una volta, all’epoca della Costituente, personalità di giovani brillanti e di grande cultura, come Mortati, Moro, Dossetti alimentavano coloro che facevano politica e si sforzavano di tradurre in pratica le loro idee. Così, anche per la generazione successiva, basti pensare ad Andreatta in economia, a Elia nel diritto, ad Ardigò nella sociologia, a Scoppola nella storia. Ora, dietro di noi, manca il lievito di quel pensiero. Ruini, temendo la sorte che hanno fatto la chiesa e i cattolici francesi dopo la scomparsa del Mrp, alla fine degli anni Sessanta, ha esposto direttamente la Chiesa in politica. I risultati sono stati buoni nella trattativa con lo Stato, ma a costo di rinunciare alla visione politico-profetica». Ecco perché i cattolici, soprattutto quelli impegnati in politica, guardano alle mosse del vertice vaticano come il possibile punto di partenza di una loro «nuova stagione», come l’ha chiamata il successore di Ruini alla Cei, il cardinale Angelo Bagnasco. A questo proposito, dopo il clamore suscitato dalla presenza del segretario di Stato, Tarcisio Bertone, alla cena in casa Vespa, non è sfuggito il significato di una ampia e ambiziosa intervista di Bagnasco comparsa, qualche giorni fa, proprio sull’Osservatore romano. Il segnale di una avvenuta ricomposizione delle lacerazioni tra Vaticano e Conferenza episcopale italiana, dopo la bufera del «caso Boffo», forse non è ancora sufficiente per prevedere il raggiungimento di un compromesso sui rispettivi ruoli nel rapporto con la politica e la società del nostro paese. Ma certo ha ragione Gianfranco Brunelli, sul Regno, quando osserva che «per uscire da una subalternità pacificata della Chiesa verso ogni governo» è necessario un nuovo equilibrio tra Segreteria di Stato e Cei, tale da poter inaugurare davvero «una nuova stagione dell’autonomia dei laici e del laicato». Tradotta in concreto, la prospettiva a cui tutti guardano, con speranza o con scetticismo, è l’eventualità della costituzione di un «terzo polo» della politica italiana, dichiaratamente cattolico. Una ipotesi certamente suggestiva, ma di dubbia praticabilità, anche perché dovrebbe coagulare personalità carismatiche e in grado di ottenere un consistente tributo elettorale da parte degli italiani. I vescovi, infatti, sono divisi, perplessi e aspettano anche dalla loro nuova guida, il cardinale Bagnasco, un segnale che autorizzi, nelle parrocchie delle loro diocesi, una mobilitazione in favore di tale tentativo. Visto che il grande partito cattolico, la dc, non esiste più e che il fantomatico «terzo polo» chissà se mai nascerà, dove si dovrebbe allevare la nuova classe dirigente cattolica pronta a impegnarsi in politica, se non all’ombra delle sacrestie? Del resto, anche i movimenti con adepti più numerosi, dall’Azione cattolica a Cl, ai focolarini non sembrano vivere la stagione culturale più brillante ed espressiva di grandi personalità. E le comunità più piccole, da quella di Sant’Egidio a quella di Bose, svolgono compiti importanti, ma in ambiti troppo ristretti per un compito così impegnativo. E’ significativo di questa situazione, del resto, come negli ultimi tempi sia stato proprio l’ateo-devoto Giuliano Ferrara, sul suo Foglio, a far emergere un pensiero cattolico alternativo, discutibile ma interessante, rispetto a quello tradizionale, di ispirazione progressista, che ha nella bolognese rivista Il Regno forse la sua roccaforte più importante. I cattolici dovranno guardare ai laici, più o meno devoti, per alzare la testa e muoversi alla riscossa? I paradossi restano, naturalmente, solo paradossi. Lo ricorda, con paragoni biblici, il filosofo e politico Rocco Buttiglione: «I cattolici devono smetterla di pensare a un nuovo Ciro il Grande che li libererà, come fece il re persiano con gli ebrei. Ci vuole un eroe che venga dalle nostre file, come Giuda Maccabeo, che si ribellò contro l’oppressione siriana». Ma Berlusconi, di Ciro il Grande ha sicuramente le ambizioni, forse non le sue virtù. E di eroi cattolici, non se ne vedono comparire all’orizzonte.

I cattolici e il sogno del terzo poloultima modifica: 2010-07-29T09:59:17+02:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento