Davvero guariti? Chiamati a rapporto i preti pedofili

di Ignazio Ingrao, PANORAMA di giovedì 30 settembre 2010

L’offensiva della Cei. Parla Vittorino Andreoli: “Ma io vi dico che possono guarire” 

La Cei ha deciso: farà il «tagliando» alle diocesi italiane in materia di abusi sessuali. Perciò ha invitato alcuni vescovi italiani a riesaminare i casi di preti condannati per pedofilia che sono stati riammessi al sacerdozio. L’obiettivo è verificare il grado di pericolosità sociale di queste persone ed eventualmente sollevarle dall’incarico. Difficile dire quanti siano i sacerdoti italiani condannati o semplicemente accusati di pedofilia e poi, spesso dopo una terapia, reintegrati nel ministero. Ogni vescovo mantiene il riserbo sui casi di sua competenza, ma ora è chiamato “a vigilare personalmente per scongiurare il pericolo che chi ha commesso abusi sui bambini possa farlo ancora. La questione è seguita direttamente dal sottosegretario della Cei, monsignor Mauro Rivella. I vescovi, dunque, dovranno anche riesaminare i casi di pedofilia che giacevano dimenticati in fondo agli archivi delle curie diocesane. Meglio tardi che mai. Ma questo rivela come fino a oggi l’atteggiamento della Chiesa italiana nei confronti dei preti orchi sia ancora lontano dalla «tolleranza zero» auspicata da Benedetto XVI. C’è persino chi ha scontato una pena in carcere per violenza o molestie sui minorenni e poi è tornato a fare il sacerdote, sebbene lontano dai bambini. Carenza di vocazioni? Buonismo? Fiducia nella psicoanalisi? O solo pericolosa superficialità? Ogni caso è diverso dagli altri ed è impossibile sapere che cosa abbia spinto alcuni vescovi a tenere in diocesi i sacerdoti e i religiosi che si sono macchiati dell’orrore della pedofilia invece di ridurli allo stato laicale e allontanarli per sempre. I casi oggetto di verifica saranno, se necessario, portati davanti a commissioni di esperti per essere valutati.

La Cei non vuole che si ripeta più la vicenda di Lelio Cantini, il sacerdote fiorentino rimasto per anni al suo posto, nonostante le reiterate denunce delle vittime e dei loro familiari, finché nel 2008 il cardinale Ennio Antonelli ne ha finalmente chiesto la riduzione allo stato laicale. In realtà le Normae de gravioribus delictis, aggiornate dal Papa nel luglio scorso, pur riservando il giudizio sui casi di pedofilia alla Congregazione per la dottrina della fede, lasciano poi discrezionalità sulle pene canoniche da applicare, sulla possibilità di inoltrare denuncia all’autorità giudiziaria e sulle eventuali terapie a cui sottoporre il sacerdote o il religioso autore degli abusi. In Italia si contano circa 80 casi di abusi sessuali da parte del clero ai danni di minorenni, denunciati ufficialmente, per un totale di oltre 300 vittime. Mentre i casi coperti da segretezza e riserbo sono molti di più. Per altri, inoltre, il processo di fronte alle autorità italiane non si è ancora concluso, come nel caso di don Ruggero Conti a Roma e di Pierino Gelmini a Temi, già ridotto allo stato laicale dall’autorità canonica. In Italia sono nove i centri che, in via del tutto riservata, curano i preti pedofili. La Cei ha persino sollecitato la creazione di un’associazione (Ministri della misericordia) incaricata di occuparsi della cura e del recupero di sacerdoti autori degli abusi, alla quale hanno aderito sette congregazioni religiose maschili e femminili e sei comunità terapeutiche. Finora, però nessuno sa quanti preti autori di abusi o molestie prestino ancora servizio nella Chiesa italiana e quali misure siano state adottate per evitare che tornino a contatto con i bambini.  

Pedofilia, depressione, alcolismo, omosessualità, abbandoni: è vastissima la casistica di sacerdoti e religiosi che lo psichiatra Vittorino Andreoli ha seguito in questi anni. Di scuola freudiana, non credente (ma non ateo, come tiene a precisare), Andreoli è anche consulente per la Cei e per alcune importanti congregazioni religiose in tutto il mondo. A Panorama presenta le conclusioni delle analisi condotte su sacerdoti italiani e stranieri. Alla vigilia (venerdì 24 settembre) del suo ritorno in libreria con Preti di carta. Storie di santi ed eretici, asceti e libertini, esorcisti e guaritori (Piemme), in cui presenta una straordinaria galleria di sacerdoti. Da questa ampia antologia ricava suggestioni e impressioni utili per il suo lavoro clinico.

Crescono gli abbandoni dei sacerdoti e il tasso più alto si registra nel Nord-Est cattolico. Came si spiega?

In genere si ritiene che la causa principale degli abbandoni dei sacerdoti sia di carattere affettivo ed erotico. In realtà, dalla mia esperienza, ho rilevato che questa è solo una causa secondaria rispetto a una condizione di grande solitudine. Il prete un tempo era un punto di riferimento per tutta la società, aveva un ruolo riconosciuto, nel Veneto come nelle altre regioni di Italia. Oggi la situazione è molto cambiata: a Verona, la mia città, ormai la messa è frequentata solo dal 17 per cento della popolazione. In questo contesto il prete oggi sembra essere diventato quasi trasparente, non viene più ricercato per un consiglio, non viene accolto dalle famiglie. La solitudine genera paura e questa spinge a cercare l’affetto e la compagnia di una donna. Questo produce gli abbandoni. Solo a Padova si sono registrati 18 abbandoni di sacerdoti in un anno.

Gli abbandoni sono anche frutta dello stress e dell’eccesso di impegni che gravano. sui preti di aggi, il cosiddetto “burnout”?

Ancora una volta non credo che questa sia la causa principale. Il burnout può derivare anche da una mancanza di motivazione. Il giovane prete esce dal seminario convinto di essere forte e preparato, di fare parte di una élite, secondo un modello tradizionale di sacerdote. Arriva nel mondo e si trova solo e poco considerato. Questo fa crollare la motivazione e lo rende più fragile a resistere allo stress e alle sollecitazioni.     

L’incidenza della pedofilia è maggiore nel clero rispetto al resto della società?

L’incidenza clinica della pedofilia tra i sacerdoti e nel resto della società, in particolare le famiglie, è la stessa. Ma al di fuori del sacerdozio c’è un maggior numero di casi compensati, cioè un maggior numero di casi nei quali le pulsioni che spingono alla pedofilia vengono sublimate o controllate.

I pedofili possono essere curati?

La pedofilia è una malattia e come tale si può e si deve curare. Questa patologia non sottrae la capacità di intendere e di volere, perciò, una volta compiuto il reato, il pedofilo va condannato e deve scontare la pena. Ma la terapia di recupero può essere iniziata fin dal carcere e può portare anche a buoni risultati. Naturalmente poi il soggetto va sempre tenuto sotto controllo e bisogna evitare di farlo trovare in situazioni che possano risvegliare quelle pulsioni.

Cosa si può fare per la prevenzione?

È necessario che psichiatri e psicologi siano presenti stabilmente in seminario. La pedofilia può essere diagnosticata per tempo, molto prima che si giunga a commettere il primo abuso. Ma è necessario che i rettori dei seminari non si limitino a chiamare gli psicologi solo quando rilevano qualche anomalia nel comportamento. Psicologi e psichiatri, anche non cattolici, dovrebbero accompagnare il cammino di formazione dei giovani sacerdoti aiutandoli a conoscere meglio se stessi e a uscire con personalità più equilibrate. Anche perché oggi il clamore che c’è intorno alla pedofilia spinge chi ha questo genere di tendenze a nasconder le il più possibile. Ingannando anche i propri formatori.

Il problema della pedofilia è legato al celibato?

Assolutamente no. Dire che la pedofilia è una conseguenza del celibato sacerdotale è un’affermazione priva di senso. La prova è che la pedofilia è molto diffusa anche nelle famiglie

Che relazione c’è tra pedofilia e omosessualità?

Nessuna. La pedofilia è una malattia: è l’attrazione verso un bambino, in età pre-puberale, che viene ridotto a oggetto per il soddisfacimento delle pulsioni sessuali. Mentre l’omosessualità è una caratteristica della personalità che spinge a una relazione con un altro adulto dello stesso sesso. Non a caso l’omosessualità dal 1992 è stata esclusa dall’elenco delle malattie stilato dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Per Benedetto XVI un omosessuale non può diventare prete.

Non sono affatto d’accordo con il Papa su questo punto. Conosco tanti sacerdoti omosessuali. Non sono il loro confessore. perciò non so se e quanto peccano. Ma in molti di loro ho visto una grande carica di umanità e una straordinaria sensibilità. Non c’è nulla che impedisca loro di sublimare le pulsioni sessuali e vivere una vita casta al pari degli eterosessuali. Mi auguro che un giorno anche gli omosessuali possano dare il proprio contributo alla diffusione del messaggio di Cristo come sacerdoti.

Dopo avere studiato e curato tante patologie nei preti, che idea si è fatto, da non credente, del sacerdozio?

Penso che il sacerdozio resti una grande opportunità per andare incontro alle persone. per allargare il cuore degli uomini, per dare accesso al mistero, nonostante le difficoltà che vive in questo momento. Pur da non credente. il sacerdozio esercita un grande fascino su di me. Perciò nel mio nuovo libro ho voluto descrivere una galleria di figure di sacerdoti che restano emblematici per la loro storia, per la loro testimonianza, per il messaggio che trasmettono a ognuno di noi.

Nel suo nuovo libro analizza anche figure di preti esorcisti. Crede alle possessioni diaboliche?

Ci sono casi di fronte ai quali lo psichiatra si deve fermare. Tuttavia, nella mia esperienza non ho mai mandato un paziente da un esorcista mentre molti esorcisti mi hanno inviato casi da seguire. Per fortuna oggi c’è molta attenzione tra gli stessi sacerdoti esorcisti che cercano di verificare prima di tutto gli eventuali profili psichiatrici dei casi che si presentano.

È vero che discusse con Paolo VI dell’esistenza del demonio?

È vero. Avevo scritto Demonologia e schizofrenia, così Paolo VI mi invitò a discutere in privato con lui di questo argomento. Parlammo per oltre un’ora e lo trovai molto attento e sensibile a questo tenia. Mi chiese di studiare dal punto di vista psichiatrico la questione delle possessioni diaboliche. Gli portai le mie conclusioni, osservando che la scienza per spiegare alcuni fenomeni non ha bisogno del diavolo. Ma Paolo VI, accompagnandomi fino alle scale, mi sussurrò: «Professore il male c’è, il demonio c’è».

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 31 Quel vescovo che vuole prete l’ex modello sudamericano di Francesco Alberti

Il clero sotto i riflettori della diocesi di Albenga. Oliveri: “Qui accolgo tutti”. E in vaticano pensano di trasferirlo

 

Albenga (Savona) – Pure il «prete griffato» sono riusciti ad inventarsi. Il prete «firmato», come già lo chiamano qui. Ex modello, palestrato, sangue argentino, un passato nella Milano da bere. Il 18 dicembre, con altri quattro diaconi, sarà ordinato sacerdote dal vescovo Mario Oliveri nella cattedrale di Albenga. La sua nomina ha già conquistato la pole position nel chiacchiericcio di paese. L’altro giorno, durante la tradizionale processione di San Maurizio, ad Imperia, era tutto un darsi di gomito tra i fedeli alla ricerca del prete che un tempo vestiva Prada, mentre in strada sfilava il corteo: in testa il vescovo, impassibile, e le autorità cittadine, fasciate e impettite. Tutti a cercare Julio Amadeo Abalsamo, argentino di Buenos Aires, 45 anni, arrivato in Italia con il sogno dell’alta moda e finito ad Albenga, nella Casa del clero, a pregare, preparandosi al sacerdozio. In mezzo: anni di sfilate, foto e locali notturni. Fino a quando la vocazione l’ha rapito: i primi contatti religiosi a Milano, poi il seminario e, arrivato ad Albenga, la nomina nel giugno scorso a diacono, prima del gran salto. Al telefono, l’ex modello non sembra gradire la pubblicità: «Non ho nulla da dire, parlo solo con gli avvocati…». Clic. Prima o poi ci faranno un film su questa diocesi. La diocesi di Albenga-Imperia: 130 preti, 161 parrocchie, 150 mila fedeli. Tanta devozione. Ma anche un clero chiacchierato. A parte il caso di Abalsamo, finito nella centrifuga del pettegolezzo per il suo passato (e per un articolo a tutta pagina del Secolo XIX), negli ultimi mesi diversi sacerdoti della diocesi si sono ritrovati nell’occhio del ciclone per le loro inclinazioni sessuali o, peggio, per aver compiuto atti (o presunti tali) penalmente perseguibili. Una filiera di episodi finita sotto la lente delle gerarchie vaticane. Al punto che il segretario di Stato Tarcisio Bertone, già cardinale a Genova, ha fatto capire che così non va, qualcosa va cambiato. Nessun nome, ma era chiaro il riferimento al vescovo Oliveri, 66 anni, la cui ormai ventennale esperienza di pastore di questo gregge (arrivò ad Albenga nel ’90) viene considerata «datata». Non è in discussione la preparazione del religioso, che anzi vanta un curriculum di tutto rispetto nel servizio diplomatico della Santa Sede (ha lavorato nelle nunziature apostoliche di Dakar, Roma, Londra e Parigi) e un’esperienza alla Segreteria di Stato come braccio destro del cardinale Giovanni Benelli, quanto la gestione della diocesi, ritenuta troppo «aperturista». In effetti diventa difficile imputare all’aria di mare la sequenza di piccoli e grandi scandali che hanno segnato il clero locale. Il caso più grave è quello di don Luciano Massaferro, parroco di Alassio, in carcere da quasi un anno con l’accusa di aver molestato una bambina di 12 anni. Per non parlare di don Silvano De Matteis, denunciato per aver importunato durante una processione la moglie di un alto ufficiale della Marina. O di Renato Giaccardi, che ha patteggiato per reati con un minore. O di don Tirla, accusato di essere un frequentatore di siti gay. E poi voci su preti diventati papà o che hanno cambiato sesso. Di questa effervescente arca di Noè, era inevitabile che prima o poi monsignor Oliveri venisse chiamato a rendere conto. Granitico in pubblico, come quando fece scudo a don Luciano Massaferro («Chi ci attacca tenta di giustificare il male che è in sé, cercando il male negli altri»), in privato ha così motivato la sua linea pastorale: «La mia comunità è aperta a tutti. Nessun sacerdote verrà mai respinto: credo sia giusto lasciare le 99 pecorelle per andare a cercare quella smarrita». Il risultato, come spiega sotto anonimato chi gli è vicino, è che «sono finiti ad Albenga alcuni preti cosiddetti scomodi, allontanati da altre diocesi: l’unica colpa di monsignore è aver ecceduto in generosità». In Vaticano la pensano diversamente. Per due volte lo hanno invitato a fare le valigie per Roma e per due volte lui ha rifiutato. «L’ha fatto per me: mi troverei in difficoltà» spiega il fratello, Lorenzo, 74 anni, invalido che vive in Curia. Ora però da Roma sta partendo il terzo e definitivo assalto. E ad Albenga già scommettono sulla data del trasferimento: «Farà in tempo o no ad ordinare sacerdote il prete che vestiva Prada?».

Davvero guariti? Chiamati a rapporto i preti pedofiliultima modifica: 2010-09-25T08:40:03+02:00da borgosotto
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3 pensieri su “Davvero guariti? Chiamati a rapporto i preti pedofili

  1. Gesù Cristo non ha detto affatto che i Suoi Seguaci avrebbero dovuto essere celibi affinché seguirlo. Non ha detto assolutamente che un prete avrebbe dovuto chiudersi in qualche chiesa per poter ammaestrare i Suoi fedeli. Semmai ha detto (secondo le Sacre Scritture) che i suoi apostoli avrebbero dovuto girare per il mondo per cercare altri uomini (e donne) e farli diventare amici. Purtroppo le tonnellate d’inchiostro che sono state scritte a Suo riguardo, sono totalmente lontane dal Suo volere. Se Gesù Cristo dovesse tornare ancora da noi in carne ed ossa, si sentirebbe fortemente scandalizzato. E tutti i pedofili (di qualsiasi tipo e ambiente) li manderebbe dritti dritti al rogo, senza tanti complimenti.

  2. Se la Chiesa Cattolica non toglie di mezzo i pedofili dal suo ambiente, vuol dire che continua a coprire coloro che si sporcano di tale bassezza umana. Quando un prete cade così in basso, dovrebbe sentirsi indegno di celebrare il ministero di Cristo, e pertanto dovrebbe togliersi di mezzo da se.
    Tutto il resto sono delle pure fandonie.

  3. Mi rendo conto che il Nostro Santo Padre oggi ha una bella gatta da pelare in quanto ai maledetti pedofili di qualsiasi colore e/o razza. Ho tanto rispetto per Lui. Ma spero che cominci a pensare seriamente ad un futuro Concilio affinché risolvere il grande problema del celibato e della castità. Perché Madre Natura non si deve soffocare dei propri istinti naturali per l’appunto. Se un prete vuole fare il prete ma nello stesso tempo ama formarsi una santa famiglia come Dio comanda, non ne vedo assolutamente la ragione del perché si deve sacrificare ciò natura gli ha donato, con tutti gli attributi biologici del proprio corpo. Altrimenti (per dirla fuori dai gangheri), che ne direste se proponessimo di farli eviscerare come capitava in tempi remoti? Cosa diversa è invece se un uomo decidesse di farsi prete e gli si lasciasse libera facoltà se sposarsi o meno… D’altronde si sa per certo che fino all’anno del Signore, grosso modo 1542, anche i Papi mettevano al mondo dei figli intanto che Amministravano le Opere di Gesù Cristo. Poi è arrivato il Concilio di Trento, anche per volere della Regina d’Inghilterra.. E non mi pare che abbia (tale Concilio) risolto il problema. Semmai, lo ha coperto, con tutto lo scombussolamento che ne è continuato e ne continua tutt’oggi!… Come si vede, ci sarebbe molto da lavorare in tale campo. Ma lavorare alla luce del sole affinché non annidare altri tetri pregiudizi. Io ci spero. Perché ne abbiamo urgentemente tutti quanti bisogno.

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