Monsignor Marchetto: gli uomini di Chiesa, responsabili davanti alla storia

di Carmelo Torcivia, Jesus ottobre 2010, http://www.stpauls.it/jesus/1010je/1010je22.htm  

Il cristianesimo tradizionale in Sicilia non è mai finito. Oggi, però, occorre dargli veste e contenuti nuovi al passo con una fede più matura. Con la consapevolezza che le devozioni non possono essere scollegate dal resto della vita.  

«Per alcuni la pensione è una disgrazia, io considero un privilegio poterci andare a 70 anni». Monsignor Agostino Marchetto ha cessato di essere segretario del Pontificio consiglio dei migranti e gli itineranti un secondo dopo aver saputo che il Papa accoglieva la sua richiesta di dimissioni. La domanda era stata presentata circa due anni fa, quando il presule aveva pensato di usufruire della norma che permette ai nunzi di anticipare il proprio ritiro. Non aveva avuto nessuna risposta. Alla vigilia del 28 agosto, mentre Marchetto si preparava a festeggiare il compleanno in compagnia di alcuni degli 8 nipoti, chiedendosi che fine avrebbe fatto la sua richiesta e con la valigia già pronta per una conferenza in Colombia, riceve la comunicazione del Pontefice che accoglie le sue dimissioni. In contemporanea il Giornale di Feltri, di proprietà del fratello del presidente del Consiglio, annuncia la cosa.

 

La “tempestività” degli eventi e la fuga di notizie è stata letta da molti commentatori come una risposta alle critiche che in questi anni Marchetto ha ricevuto sia fuori, da molti esponenti del Governo, ma anche dentro le mura vaticane. Proprio a fine agosto l’arcivescovo aveva rilasciato a una testata francese un’intervista molto critica sulla questione delle espulsioni dei rom, che non era piaciuta Oltralpe. E in questi anni la sua voce si è levata a difesa di immigrati e rifugiati, con accuse precise al Governo italiano sui respingimenti in mare dei barconi di disperati e sugli accordi con la Libia di Gheddafi. In diverse occasioni la sala stampa della Santa Sede ha precisato che alcune dichiarazioni di Marchetto erano fatte a titolo personale: è accaduto il 21 aprile scorso in relazione al “pacchetto sicurezza” e in febbraio, quando il prelato aveva criticato le ronde leghiste contro gli immigrati.

«Dimissioni a tempo» hanno titolato alcuni. L’arcivescovo, che quest’anno festeggia 25 anni di episcopato, non commenta. Certo, conviene sul fatto che la notizia sia uscita con una «procedura equivoca» visto che di solito, per questo tipo di incarico, da qualche tempo la prassi vaticana prevede di tenere la cosa riservata fino alla nomina del successore.

  • Eccellenza, lei oggettivamente è stato punto di riferimento in questi anni su problemi drammatici. Non sente un po’ di responsabilità a lasciare l’incarico?

«Ho preso questa decisione quasi due anni fa, per considerazioni serie da vari punti di vista. Uno non può pestare la propria ombra, a un certo momento deve fare i conti con sé stesso. Sono da 9 anni in questo Pontificio consiglio e credo sia ora che i giovani vengano avanti. Per la carriera diplomatica sono partito dall’Italia nel ’68. Di questi anni all’estero, una parte sono stati molto duri, in Africa. Ma forse proprio quel periodo mi ha temprato e mi ha aiutato a vincere la mia battaglia contro il cancro, nel ’96. Non è una cosa che sbandiero, ma la malattia mi ha lasciato qualche problema, che non mi avrebbe permesso di riprendere una vita diplomatica, né di affrontare un episcopato di tipo residenziale. D’altra parte, i temi di cui si occupa questo Pontificio consiglio, purtroppo, sono sempre all’ordine del giorno e richiedono una completa dedizione. Ho altri interessi, sono soprattutto uno storico, e resterò a Roma per continuare i miei studi sul Concilio Vaticano II. È un impegno importante, perché credo che da una sbagliata lettura del Concilio siano poi venute tante difficoltà, sia nelle ricezioni sia negli orientamenti».

  • Tornando alle dimissioni: si aspettava fossero accolte così tempestivamente?

«Non avendo ricevuto risposta, mi ponevo la questione. Proprio nel mezzo di queste mie perplessità è arrivata la comunicazione del Papa. Anche il Papa ha dei condizionamenti, certo, come tutti gli essere umani, ma è Lui che accetta una mia richiesta: e quindi credo che abbiamo tagliato, o è stata tagliata, la testa al toro».

  • Ma proprio in questo momento?

«Non tocca a me fare una valutazione del momento. Avevo i miei programmi. In Colombia ho mandato la mia relazione, era un incontro a cui tenevo, ma ho pensato che era meglio non andare. Sono una persona prudente».

  • Lei prudente? In pochi userebbero questa virtù per descriverla…

«La mia formazione diplomatica è presente anche nel mio modo di parlare, perché credo che molte volte la stessa diplomazia debba essere franca. Ci deve essere qualcuno che, in base alla sua responsabilità, ponga sul tavolo questioni serie. La Segreteria di Stato è l’istanza apice del giudizio della Santa Sede, secondo la grande visione della riforma della Curia romana voluta da Paolo VI. Ma ci sono dei dicasteri, che pure si chiamano “Santa Sede”, che hanno diritto e dovere di intervenire nelle cose che li riguardano, sempre soggetti poi al giudizio dell’ultima istanza. In ogni caso, proprio perché conosco questo contesto, molte volte ho premesso alle mie dichiarazioni che parlavo personalmente, anche se certamente ero il segretario del Pontificio consiglio».

  • In qualche occasione si è sentito solo?

«Credo che nella vita tutti siamo soli. Anche quelli che sono sposati. Quando si ricoprono certi incarichi, poi, in certi momenti uno è di fronte alla sua coscienza, che è la voce di Dio più intima che abbiamo, e deve rispondere. Da solo. Perché se domanda ad altri non esercita più quella che è la sua funzione, affidata a lui personalmente».

  • È stato scritto che spesso sui suoi interventi c’è stato il silenzio dell’Osservatore romano

«Penso sia legittimo che l’Osservatore romano dica quello che pensa, forse interpretando i pensieri della Segreteria di Stato, questo non lo so. Ripeto: il mio punto di vista è che ciascuno prenda le sue responsabilità davanti a Dio e alla storia, perché molte cose che io dico sono frutto del fatto che sono uno storico. So che bisogna fare i conti con la storia e certi silenzi si pagano. La Chiesa è una complessità, che accetto, ma io ho una mia sensibilità su questi temi, che è frutto anche del mio impegno come storico».

  • Come è possibile che, di fronte ad alcune violazioni palesi dei diritti umani, si levino così poche voci?

«La Chiesa in generale, e l’episcopato nel mondo intero, si fa promotore dei diritti umani. Naturalmente il passaggio al caso concreto, al mettere il dito sulla piaga, non è così semplice, perché c’è una certa mediazione da fare, che non è politica. Vale per una Conferenza episcopale intera e per ogni singolo vescovo, che deve essere però in comunione con gli altri. Nelle Conferenze episcopali nazionali ci sono anche tendenze diverse, nel considerare la ricerca del bene comune».

  • Consigli al suo successore?

«Non ne do. Se lui vuole, vedrà cosa abbiamo fatto in questi anni e capirà se intraprendere un nuovo cammino e indirizzare diversamente la barra oppure se mantenere il timone sulla stessa rotta».

Vittoria Prisciandaro

Monsignor Marchetto: gli uomini di Chiesa, responsabili davanti alla storiaultima modifica: 2010-10-02T22:07:04+02:00da borgosotto
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