Cosa resta dopo il Papa nella mia Palermo

di Alessandra Turrisi | 07 ottobre 2010 http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=152

Dopo che Benedetto XVI ha risposto diligentemente a tutte le richieste è ora che noi «cattolicissimi» siciliani proviamo a ripensare che cosa significa vivere da cristiani.

«Cari sacerdoti… siate sempre uomini di preghiera, per essere anche maestri di preghiera… Tante cose ci premono, ma se non siamo interiormente in comunione con Dio non possiamo dare niente neppure agli altri». Chiudo gli occhi e ho la sensazione di vedere il mio vecchio (oddio si offenderebbe) parroco che da quando sono piccola non fa che ripetermelo: «Se non ti ritagli almeno uno spazio durante la giornata per Lui, ti manca la benzina». E, invece, riapro gli occhi e a dieci metri di distanza, sotto la cupola della Cattedrale di Palermo, ci sta Benedetto XVI, con gli occhiali sul naso, che, prima ancora di dire quello che tutti si aspettano, guarda i 2.300 preti, suore, seminaristi e diaconi e glielo dice in faccia il messaggio rivoluzionario della giornata. L’invito a nutrire la propria fede e a testimoniarla.

Lo stesso che aveva rivolto di mattina a quella distesa di gente a perdita d’occhio, col viso abbronzato, seduta sul prato: «Quando incontrate l’opposizione del mondo, sentite le parole dell’Apostolo: ‘Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro’. Ci si deve vergognare del male, di ciò che offende Dio, di ciò che offende l’uomo; ci si deve vergognare del male che si arreca alla comunità civile e religiosa con azioni che non amano venire alla luce». Lo stesso che rivolgerà subito dopo ai giovani: «Dove ci sono giovani e famiglie che scelgono la via del Vangelo, c’è speranza».

Prima ancora delle parole contro la mafia (che ha detto) e delle rassicurazioni sulla santità di don Pino Puglisi (che ha dato), prima ancora che rispondesse da bravo scolaro a tutte le domande che i siciliani gli ponevano da giorni, a suon di lettere sui giornali, blog e polemiche, sapendone già con presunzione la risposta, Benedetto XVI è andato al cuore del problema. Nutrirci di Cristo per essere credibili, in una società che non crede più a niente, neppure a se stessa.
Qualche esempio banale, raccolto a Palermo nelle settimane precedenti alla visita del Papa.

«Ci sono voluti dieci anni a fare crescere il prato del Foro Italico e ora arriva il Papa a farlo seccare, con quei cinquecentomila piedi a calpestare l’erba. Non poteva andare da un’altra parte?». «Ma c’era bisogno di spendere tutti quei soldi pubblici per comprare transenne, segnali stradali, asfaltare le strade principali, aggiustare i pali della luce, potare gli alberi?». Invece di indignarsi perché quella che è stata considerata spesa straordinaria forse non sarebbe stata necessaria, se le istituzioni pubbliche avessero fatto l’ordinario negli ultimi dieci anni. «Perché alla Messa al Foro Italico non ha nemmeno pronunciato la parola mafia?». Criminalità organizzata vuol dire forse un’altra cosa?! Salvo poi buttare lì una frasetta da nulla ai nostri giovani: «Non cedete alle suggestioni della mafia, che è una strada di morte, incompatibile con il Vangelo», e fermarsi in preghiera da solo sul tratto di autostrada in cui 500 chili di tritolo cambiarono la storia di questa terra.

Direi che c’era proprio bisogno che il Papa venisse qui e dicesse quello che ha detto. Perché i cattolicissimi siciliani (a parole e solo per numero di battezzati) provino a ripensare cosa significa vivere da cristiani. Come ha osservato l’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, a bilancio della visita, se quelle 250 mila persone hanno veramente ascoltato il Papa e si sono lasciate interpellare dalle parole di don Puglisi «e se ognuno fa qualcosa», veramente questa terra può essere bellissima.

Cosa resta dopo il Papa nella mia Palermoultima modifica: 2010-10-07T15:28:27+02:00da borgosotto
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