La morte di Sarah. Se la famiglia diventa una trappola

di Vittorino Andreoli, Corriere della Sera, 8.10.10

La famiglia è diventata il luogo della violenza, dove dominano le pulsioni, gli istinti e non le regole, come se un luogo di pace e persino il nido che i poeti chiamavano dell’amore non ne avessero bisogno. Il pozzo dell’orrore nel quale ci ha portato la triste vicenda di Sarah, la ragazza assassinata dallo zio, riapre una questione cruciale del nostro tempo. Perché la famiglia ha dimenticato regole e riti e si è trasformata in un insieme caotico in cui non ci sono ruoli, ma domina un padrone violento che insidia una nipote, o una figlia, dove la donna è diventata una vittima che deve accettare ogni sopruso per arginare il rischio di farsi preda, colpita sul piano psicologico prima e poi nel corpo dominato dalla violenza che è una forma di potere e di padronato. Penso sempre all’abitudine che porta a togliersi, appena entrati in casa, la giacca elegante, la cravatta delle occasioni importanti e indossare una casacca qualsiasi, sgualcita e priva di forme, come se il sacerdote salisse l’altare in tuta invece che con la pianeta antica e sacra. I rituali servono a controllare il nostro comportamento. E altrettanto fa la cultura. Aveva ragione Vico quando vedeva lo sviluppo dell’umanità nel passaggio dagli istinti alla cultura che nella sua espressione più semplice percepiva come un insieme di regole per vivere insieme rispettandosi. Oggi ritorna il selvaggio che gli antropologi pensavano chiuso nell’archeologia e che invece si è rifatto cronaca. E se per diventare persone e formare insiemi civili e animati dal rispetto servono epoche storiche, basta una generazione per regredire, per ritornare a stadi che sanno di primitivo.

Non si può non lamentarsi del ruolo che la cultura ha nella nostra società, è vista come qualcosa di inutile poiché il potere sembra non averne bisogno e allora i potenti la deridono e giungono a esibire la propria animalità. E basterebbe valutare con un poco di critica la nostra televisione, la nostra politica e il livello in cui è tenuta la scuola che dovrebbe essere il luogo in cui si insegna a vivere. Non c’è dubbio alcuno che un segno della cultura lo si legge nel significato che una società attribuisce alla donna, tolta dagli oggetti della sessualità e posta nel rango di madre e di educatrice. Mentre oggi viene esibita come corpo e come corpo volgare, usata per la pubblicità dell’auto poiché la si usa e la si guida e poi la si ficca nel garage pronta a partire quando si vuole. Certo l’antropologia è piena di storie di donne ridotte a oggetti del piacere, ma si tratta di una antropologia pulsionale che dovrebbe essere superata dalla conquista culturale. Oggi assistiamo invece ad un aumento di delitti in famiglia che non sono solo da attribuire al bisogno di violenza dei mass media e alla loro spettacolarizzazione. Tra il numero di omicidi che nel nostro Paese sono stabili (intorno a 1400-1500 l’anno) quelli dentro la famiglia sono aumentati di 4-5 volte e mostrano che la famiglia è un luogo di massacro con vittima la donna che diventa ancora una preda delle pulsioni, della sessualità. E in questa prospettiva ogni donna perde tutte le proprie specificazioni e una figlia o una nipote non ha nulla di distinto da una donna di strada, e non di casa, anzi quella che si ha a portata di mano è privilegiata, perché non costa nulla. E il dominio giunge fino a uccidere, segno che l’oggetto appartiene totalmente al padrone e non è altro se non il proprio oggetto di cui si può fare di tutto fino a buttarlo in un pozzo. La famiglia è agonizzante, non ha più un’anima, manca di quel senso dell’appartenenza che è un legame sentimentale. E i sentimenti danno sicurezza, mentre ormai ci sono figlie che non riescono a stare tranquille proprio a casa loro e temono di venire aggredite, e vogliono scappare e non sanno dove andare. Dove va una adolescente, una madre che subisce violenza con continuità e che sente addosso la paura dentro casa? Tende ad accettare tutto senza opposizione favorendo così la propria condizione di vittima designata che si immola sull’altare della casa. Il nostro Paese era un esempio della forza dei legami familiari e ora una simile affermazione appare persino paradossale. Quel legame è diventato una trappola poiché abbiamo meno forza di staccarci dalla famiglia anche quando sa di violenza e di pericolo, proprio perché l’abbiamo innalzata a luogo della nostra identità. Siamo il Paese in cui si fanno sacrifici enormi per la casa, perché divenga una proprietà e poi la usiamo come calvario per le donne, poiché occorre dirlo sono le donne a morire di casa e di famiglia. L’asimmetria è netta, è l’uomo selvaggio a uccidere, il cacciatore di prede umane. La casa come serraglio. Lo so bene che ci sono famiglie diverse, per bene, ma non ci si può consolare in nessuna maniera quando le cronache sono piene di donne stuprate e poi buttate via come oggetti consumati. Il consumo dei sentimenti e degli attaccamenti. È tempo di fare della crisi familiare un tema di cultura, di impegno sociale. Ci troviamo nel corso di una regressione rapidissima in cui si stanno perdendo le conquiste fatte in tempi lunghi. Non sentiamo nemmeno più la Chiesa parlare della famiglia come di un principio che sa persino di cielo, occorre svegliare uno Stato che sta delirando su questioni ridicole mentre nessuno si occupa di emergenze. È difficile quando la violenza sa di morte come in questi giorni, ricordare che oltre ad una violenza del corpo esiste quella della personalità che può ferire senza una goccia di sangue. Ed esiste anche una violenza sociale che impedisce di avere un ruolo e di mostrare una dimensione umana, chiusi o abbandonati nella solitudine dentro il numero sempre più vasto dei «nessuno». La violenza e la paura sono le vere emergenze del tempo presente.

 

La morte di Sarah. Se la famiglia diventa una trappolaultima modifica: 2010-10-08T15:49:43+02:00da borgosotto
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