I nuovi martiri cristiani. Paura di pregare

di Marco Ansaldo, La Repubblica 3.11.10

La strage di Bagdad è solo l’ultimo episodio. Ecco chi sono i fedeli perseguitati nel mondo. E perché sono finiti nel mirino 

Città del Vaticano. Le chiese bruciano. Ovunque. E il mondo sta diventando un campo di battaglia pieno di croci. In Asia, Africa, America Latina. Ma soprattutto in Medio Oriente. Dal luogo dell´ultima strage – Bagdad, domenica scorsa – la voce di monsignor Basile Georges Casmoussa, arcivescovo siro-cattolico di Mosul, giunge ancora spaventata. «Per la nostra comunità cristiana è una vera catastrofe, umana e religiosa. Questo porterà il panico. Noi continuiamo a tendere la mano per il dialogo, per lavorare insieme, per dimenticare il passato, per superare tutti i nostri dolori. Ma poi quando vediamo che, soprattutto da parte delle autorità, non c´è una risposta adeguata, ci sentiamo senza alcuna protezione. Allora è necessario che le Nazioni Unite entrino in gioco: ormai è indispensabile per salvaguardare questa piccola comunità». L´arcivescovo siro-cattolico ha appena terminato di celebrare i funerali dei due sacerdoti cattolici rimasti uccisi, insieme ad altre 56 persone, nell´attacco alla chiesa della capitale irachena. Ma la sua voce non è l´unica a far sentirsi sentire dai luoghi del martirio cristiano. In tutto il mondo sono decine di migliaia i cattolici perseguitati per il loro credo.

E il sacrificio che comporta la professione di fede è alto e senza gerarchie, dall´altare insanguinato di monsignor Oscar Romero ai massacri di strada di cittadini filippini inermi. La parola martirio suona di tremenda attualità su diverse latitudini. Le ultime frontiere, oltre al Pakistan, all´Afghanistan e al Kashmir, sono l´Indonesia, il Sudan, Cuba, la Corea del Nord. «Ma cifre è molto difficile darne – spiega padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews – per diversi motivi: la frammentarietà delle notizie che provengono in questo caso da luoghi lontani, e la difficoltà di raccogliere dati certi e concreti anche sulle persone colpite». È però il mondo musulmano e il Medio Oriente la regione dove il numero di agguati contro le minoranze cristiane risulta più alto. Migliaia le persone sotto accusa e perseguitate. E le voci che a ondate, ciclicamente, arrivano, fanno emergere la realtà di piccoli gruppi impauriti. Il dato più evidente, come emerge da una relazione del Centro di ricerca americano Pew, è che il 70% delle vittime dell´odio religioso sono cristiani. E laddove viene meno la loro presenza, la religione che si rafforza è l´Islam. Il cambiamento vissuto da questa regione è epocale: una volta l´elemento unitario comune era l´arabismo, ambito nel quale anche i cristiani si ritrovavano. Ora, invece, nell´indebolirsi dello Stato come giuntura sociale primaria, è la religione islamica a diventare il vero punto aggregatore. Come testimonia il libro del libanese Camille Eid, “A morte nel nome di Allah” (Piemme), l´avversione esplicita alla fede cristiana miete un numero maggiore di vittime proprio nei Paesi a maggioranza musulmana. L´11 settembre e le guerre in Afghanistan e Iraq hanno complicato le cose: l´estremismo religioso si è mescolato con un odio anti-occidentale che ha portato a individuare nel cristiano un nemico ipso facto. Siriaci, copti, caldei maroniti sono così diventate le comunità cristiane di cui si parla nelle cronache del Medio Oriente, zeppe di violenze, discriminazioni, attentati. Le loro denominazioni risultano per lo più oscure nel mondo occidentale, ma in realtà rappresentano gli eredi di antichi imperi cristiani, nati in opposizione a Bisanzio, capaci di spingersi alla conquista dell´Asia Centrale prima di essere spazzati via dalle orde di Tamerlano. La storia e le continue scissioni hanno indebolito queste comunità un tempo potenti. Ma la loro presenza attuale, al di là dei numeri, rappresenta un patrimonio, religioso e politico, importante per tutta la Chiesa e ricorda soprattutto che il cristianesimo è nato in Oriente ed è una religione orientale. Difficile quantificare i numeri di ciascuna comunità. Il Sinodo sul Medio Oriente da poco terminato in Vaticano indica che i cristiani nell´area sono, complessivamente, solo 20 milioni su una popolazione totale di 356. E i cattolici (nei loro vari riti) quasi 6 milioni. Non sorprende allora che l´Iraq, con il prossimo ritiro americano e l´avvento prorompente della terza generazione di Al Qaeda, stia diventando il territorio privilegiato delle scorribande anti cristiane. In particolare, la situazione è pericolosa e altamente instabile al nord, attorno alle due città di Mosul e Kirkuk, immerse nel petrolio ma divise da etnie contrapposte. Un´area lontana anni luce dagli orrori del Triangolo della morte sunnita, dalle quotidiane stragi di civili, dalle mortali faide interreligiose, dai miserabili quartieri senz´acqua e senza luce di Bagdad, ma oggi sempre più teatro di attacchi. A Mosul, città tutta sunnita, i cristiani sono letteralmente in fuga. «Qui è in atto un´autentica campagna di pulizia etnica fatta di minacce e assassini – accusa il vescovo caldeo della vicina Kirkuk, Louis Zako – per troppo tempo non abbiamo visto alcuna reazione da parte del governo, per questo abbiamo cercato di alzare la voce». Non meno grave la situazione per le minoranze in Turchia. In un interessante saggio comparso nel marzo di quest´anno sulla rivista “Civiltà Cattolica”, lo studioso Jean-Marc Balhan va indietro di decenni per spiegare come il problema sia diventato «scottante dopo la crescita dei nazionalismi che hanno provocato la dissoluzione dell´Impero ottomano». Questione oggi tornata attuale. I casi degli assalti costanti, e degli omicidi efferati compiuti soprattutto contro i sacerdoti cristiani, o a Malatya contro gli stampatori della Bibbia, delineano un quadro preoccupante. Gli assassinii di don Andrea Santoro e di monsignor Luigi Padovese sono esemplari. A Trebisonda, dove don Andrea fu colpito alle spalle da due colpi di pistola al grido di “Allah u akhbar” mentre pregava inginocchiato nella Chiesa di Santa Maria, le indagini hanno messo in luce la commistione di fanatismo nazionalista e di estremismo religioso. La stessa matrice, così stanno elaborando gli inquirenti, che potrebbe aver colpito monsignor Luigi, sgozzato all´urlo «ho ucciso il Grande Satana» dall´altra parte del Paese, non più nella nordica Trebisonda, sul Mar Nero, ma nella meridionale e calda Iskenderun. Dal 2000 a ora sono più di una quarantina i paesi in cui si è registrato almeno un caso di morte violenta a danno di cristiani. Benedetto XVI nei suoi appelli continua a sottolineare la rilevanza del martirio nella Chiesa. Basterebbe ricordare la gratitudine che il Papa esprime ai martiri in Cina nella sua Lettera ai fedeli cinesi, o nella sua enciclica Spe Salvi, quando cita il martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin, parlando del soffrire come strada alla speranza. Ogni anno la Chiesa italiana, con il Movimento giovanile missionario e le Pontificie Opere dedicano una Giornata alla memoria e preghiera per i martiri missionari. L´evento viene celebrato con veglie di preghiera e digiuno, adorazione eucaristica, raccolta di aiuti per situazioni dove la Chiesa è perseguitata. La data è il 24 marzo, anniversario dell´assassinio di monsignor Oscar Romero, arcivescovo di san Salvador, ucciso nel 1980 mentre celebrava la messa. A Bagdad ieri, mentre 700 persone riempivano la chiesa caldea di San Giuseppe per i funerali delle ultime vittime, e le bare dei due sacerdoti uccisi, Taher Saadallah Boutros, di 32 anni, e Wassim Sabih, di 23, erano adagiate su un tavolo, il patriarca caldeo Emmanuel III Delly ha pronunciato la sua orazione. Un sermone in cui la parola “fuga” non era contemplata. «Le vittime sono state colpite dalla mano del diavolo – ha detto – ma non abbiano paura della morte, delle minacce. Siamo figli di questo Paese e continueremo a stare con i nostri fratelli musulmani».

 

Pag 47 “Questo massacro è un colpo al cuore dell’Iraq tollerante” di Anthony Shadid 

Lunedì, le pareti della chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso erano ancora imbrattate di sangue. Tra le panche della chiesa, brandelli di carne. Quello che è avvenuto qui è stato il più grave massacro di cristiani iracheni da quando qui cominciò la guerra, nel 2003. Ma per i sopravvissuti, la tragedia è stata più profonda del tributo di vittime pagato: una raffica di granate, proiettili e giubbotti esplosivi ha sconvolto un altro filo di quello che una volta era l´eclettico tessuto del paese. «Abbiamo perso una parte della nostra anima», dice Rudy Khalid, cristiano sedicenne che abita di fronte alla chiesa. «Nessuno sa dire quale sarà il nostro destino». Il massacro, nel quale 58 persone sono state uccise da un gruppo affiliato ad Al Qaeda, impallidisce di fronte ai peggiori spettacoli di violenza in Iraq. Dall´invasione americana, qui ci sono state decine di migliaia di morti – musulmani sunniti e sciiti – ma pochi di questi morti hanno provocato lo sdegno espresso lunedì.Una volta, l´Iraq era una singolare mescolanza di fedi, costumi e tradizioni; con le vittime di domenica si è tracciato un altro confine in una nazione definita soprattutto dalla guerra, dall´occupazione e dalla deprivazione. Le identità sono diventate più rigide; la diversità è svanita. Quasi tutti gli ebrei se ne sono andati da tempo. I cristiani sono diminuiti; se una volta ce n´erano tra 800.000 e 1,4 milioni, dicono i loro leader, almeno la metà si ritiene che sia emigrata dopo il 2003. «Sono venuti per uccidere l´Iraq, non gli iracheni», ha detto Bassam Sami, che si è nascosto in una stanza per 4 ore prima che le forze di sicurezza riuscissero a liberarlo. Poco lontano c´è Khalid, sconvolto e ansioso: «Nessuno sa darci una risposta», dice. La mattina dopo l´irruzione delle forze di sicurezza nella chiesa siro-cattolica, che ha liberato gli ostaggi ma si è lasciata dietro morti e feriti, non c´erano risposte. Non nelle dichiarazioni di sdegno dei leader iracheni. Non dal papa Benedetto XVI, che ha condannato l´«assurda e feroce violenza». Non dai responsabili dei servizi di sicurezza, le cui versioni si sono contraddette l´una con l´altra. E, soprattutto, non ce n´erano da parte dei sopravvissuti, uno dei quali ha detto che i terroristi che hanno attaccato la chiesa, domenica sera, avevano solo un compito in mente: uccidere. Gruppi di sopravvissuti, con i loro amici e parenti, rimangono in strada tra bossoli e confezioni di bende. Alcuni piangono. Tra di loro, padre Meyassr al-Qasboutros. Suo cugino, Wassim Sabih, era uno dei due preti uccisi. Padre Sabih è stato spinto a terra mentre si aggrappava al crocifisso e pregava di risparmiare i fedeli. «Dobbiamo morire qui», dice padre Qasboutros. «Non possiamo lasciare questo paese». Alcuni sopravvissuti fanno eco ai suoi sentimenti. «Se non amassimo questo Paese, non saremmo rimasti qui», dice Radi Climis, un diciottenne con la fronte bendata, ferito da una scheggia. Molti altri, però, ci guardano scettici: «Tutti vogliamo andarcene», dice Stephen Karomi. Lunedì regnava ancora una grande confusione su che cosa fosse successo precisamente durante l´attacco, del quale una filiale di Al Qaeda in Mesopotamia, un gruppo locale guidato da iracheni, si è assunto la responsabilità. Un funzionario americano, che ci chiede di non fare il suo nome, dice che le forze di sicurezza hanno preso la decisione di fare irruzione nella chiesa dopo essersi convinte che gli assalitori avessero cominciato a uccidere gli ostaggi. Ma funzionari del Ministero degli Interni e sopravvissuti danno altre versioni dei fatti. Un funzionario dice che 23 ostaggi erano già morti quando due dei terroristi hanno fatto esplodere i loro giubbotti suicidi, mentre le forze di sicurezza facevano irruzione nella chiesa. Diversi sopravvissuti sostengono che molte delle vittime sono state colpite quando i terroristi sono entrati e hanno cominciato a sparare. Descrivono una particolare ferocia da parte dei terroristi: «Sembravano pazzi», dice Ban Abdullah, un sopravvissuto di 50 anni. Sua figlia, Marie Freij, è stata ferita alla gamba destra. È rimasta in una pozza di sangue per oltre tre ore. «Pensavo di farcela, ma anche se non ce l´avessi fatta ero in chiesa e non ero preoccupata», dice dal suo letto nell´ospedale di Ibn al-Nafis. Prima che i terroristi entrassero, padre Rafael Qutaimi era riuscito a portare molti degli altri sopravvissuti in una stanza sul retro, dove si erano barricati dietro a due scaffali.«La pace sia con te, Maria», pregava qualcuno. «Dio del cielo, aiutaci», mormoravano altri. Più tardi, i terroristi hanno capito che erano lì. Non riuscendo ad entrare, hanno lanciato 4 granate da una finestra, uccidendo 4 persone e ferendone molte altre. Sami è stato fortunato. E´ scappato dalla stanza sul retro senza nessuna ferita visibile, ma lunedì ha dovuto fare la lista dei suoi amici morti il giorno prima. Raghda, John, Rita, padre Wassim, Fadi, George, Nabil e Abu Saba. «Una lunga lista», dice semplicemente. Scuote la testa e si arrabbia. «Perché hanno ucciso padre Wassim? Non lo so. Perché hanno ucciso Nabil? Non lo so». Tace e i suoi occhi si riempiono di lacrime.

I nuovi martiri cristiani. Paura di pregareultima modifica: 2010-11-03T15:28:36+01:00da borgosotto
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