Fare posto ai rom: missione impossibile?

Giacomo Costa S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

http://www.aggiornamentisociali.it/ Editoriale, novembre 2010

 

Fate un respiro profondo. È necessario per affrontare la questione di quelli che comunemente sono definiti «nomadi» e che invece devono essere correttamente chiamati con il loro nome: rom e sinti (o, con minor precisione, solo rom). Quando se ne parla, è inevitabile fare i conti con i pregiudizi e gli stereotipi di cui è imbevuta la nostra cultura, formatisi lungo i secoli e oggi rinforzati dalla paura e dalla incapacità di affrontare qualunque forma di autentica diversità culturale. Le statistiche mostrano quanto i rom siano invisi in Italia, molto più di altri gruppi etnici (cfr ARRIGONI P. – VITALE T., «Quale legalità? Rom e gagi a confronto», in Aggiornamenti Sociali, 3 [2008] 182-194) e l’Agenzia europea per i diritti fondamentali stima che nell’UE i rom siano i più bersagliati nella classifica della discriminazione (cfr EUROPEAN UNION AGENCY FOR FUNDAMENTAL RIGHTS, European Union Minorities and Discriminations Survey. Data in Focus Report 01: The Roma, disponibile in <www.fra.europa.eu/eu-midis>). In questa cultura ci muoviamo tutti: comuni cittadini, operatori dei media e amministratori pubblici, associazioni e volontari, e gli stessi rom.

Il respiro profondo serve per cominciare a riconoscere il groviglio di idee e sentimenti, anche contrastanti, da cui ciascuno è attraversato quando si avvicina alla questione. È quanto fa con onestà l’on. Giuliano Amato: «li avvertiamo insieme come un rischio per la nostra sicurezza e come una macchia per la nostra coscienza […]. In gioco infatti c’è di sicuro la nostra difesa dalla piccola e non sempre piccola criminalità che spesso alligna nei campi nomadi, ma c’è anche la libertà di movimento dei cittadini comunitari (quando si tratta di rom di provenienza comunitaria) e ci sono i diritti di una minoranza, che dovremmo riconoscere e che ancora non abbiamo riconosciuto» (AMATO G., «Duri o buonisti, l’equivoco sui rom», in Il Sole 24 Ore, 19 settembre 2010).
Allo stesso tempo occorre dichiarare, con altrettanta onestà, la propria posizione all’interno dello spettro che va dai «razzisti» – coloro che ritengono insostenibile la presenza dei rom nelle nostre città, fino a legittimare (e attuare) attacchi violenti – ai «buonisti», che chiudono ingenuamente gli occhi sui problemi in nome di un teorico senso di accoglienza di cui non assumono le conseguenze. Tra questi due estremi, si collocano quanti strumentalizzano la questione a fini politico-elettorali, quanti la ritengono prevalentemente un problema di ordine pubblico e di sicurezza e quanti (anch’essi erroneamente tacciati di «buonismo»), rifiutando di cadere in dannose polarizzazioni, invitano ad aprire gli occhi sulle sofferenze di quella minoranza e fanno presente che si tratta di esseri umani portatori di diritti inviolabili, al pari di tutti. Certamente e risolutamente ci collochiamo fra questi ultimi: i diritti umani – anche quelli di chi dà fastidio – sono esigenze di giustizia «non negoziabili», riconosciute dalla nostra Costituzione; l’opzione per i poveri e l’attenzione per i percorsi di integrazione e coesione della società nel suo insieme sono valori che fanno parte della prospettiva di fede e di impegno da cui muove questa Rivista; a livello personale, amicizia e simpatia per i rom che ho avuto modo di frequentare completano il quadro.
Sono in gioco secolari pregiudizi, ed è necessaria un’azione a livello culturale. In questo senso va il Consiglio d’Europa con la campagna «Dosta!» (che in romanés, la lingua dei rom, significa «Basta!»; cfr <www.dosta.org>), che mira ad avvicinare la cultura di rom e sinti ai loro concittadini europei, attraverso una presentazione più attenta della loro quotidianità, che vada oltre gli aspetti folkloristici e che, soprattutto, coinvolga direttamente gli interessati. In Italia la Campagna, presentata nel giugno scorso, è finanziata anche dall’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (UNAR) del Ministero per le Pari opportunità e prevede una serie di eventi itineranti in varie città italiane (cfr <www.dosta.org/it/content-19>).
Questo è sicuramente molto importante, ma non è sufficiente. Entrando nello spazio pubblico, ciascuna posizione è chiamata ad assumere la propria parzialità: non esiste altra strada, se non si vuole rimanere sul piano dei principi e per far evolvere la società dai pregiudizi ai giudizi e fondare politiche con qualche possibilità di successo. Conosciamo veramente come rom e sinti vivono e si comportano? Siamo proprio sicuri che liberarci di chi è pericoloso e allontanare con più efficacia chi non ha mezzi di sussistenza, risolverebbe (definitivamente) i problemi? Come si possono rispettare fino in fondo e onestamente i diritti?

1. Recenti fatti di cronaca

La cronaca delle ultime settimane ci obbliga a confrontarci con queste domande. Alla fine di luglio, il Governo francese ha deciso lo sgombero di 300 campi «illegali», prioritariamente quelli di rom, nel giro di tre mesi. A oggi sono state eseguite decine di sgomberi, con l’espulsione di diverse centinaia di persone, che sono state «riaccompagnate» nei loro Paesi d’origine.
Questa decisione ha suscitato reazioni e polemiche a livello europeo, finché il 29 settembre scorso la Commissione europea, con la risoluzione IP/12/1207, ha lanciato un monito alla Francia, non più, come in un primo tempo, con accuse di discriminazione razziale, ma sottolineando la necessità del rispetto delle regole in materia di libera circolazione delle persone. Cosa di cui la Francia ha dato assicurazione, promettendo di cambiare alcune leggi per aderire più strettamente alle normative europee.
In realtà è l’Italia che ha «lanciato la moda» degli sgomberi, ma non è perseguibile a livello europeo perché si tratta di azioni decise localmente e perché le espulsioni sono presentate come rimpatri volontari. Negli ultimissimi tempi abbiamo assistito a sgomberi a Roma e Napoli. A Milano gli sgomberi si sono succeduti per tutto l’inverno scorso; recentemente, sull’onda dello slogan «Niente case popolari ai rom», brandito addirittura dal ministro dell’Interno Maroni, è stato cancellato un piano firmato dal Comune e dal Prefetto con associazioni del terzo settore, in gran parte del mondo cattolico: una decina di case popolari sarebbero state assegnate alle associazioni, che le avrebbero utilizzate per ospitare temporaneamente famiglie rom che hanno firmato un patto di legalità e socialità. Si vuole comunque procedere allo sgombero dei campi attrezzati comunali di via Triboniano, dove queste famiglie vivono. La parola d’ordine è «allontanamento volontario» e remunerato: i nuclei familiari che accettano di lasciare l’Italia riceveranno fino a 15mila euro, rateizzati in diversi anni, se mostreranno di rispettare l’impegno alla permanenza nel Paese d’origine, alla frequenza scolastica dei figli e alla ricerca del lavoro. Al momento solo una decina di famiglie su 103 si sono dichiarate in qualche modo interessate a questo «allontanamento volontario».
In un silenzio quasi generalizzato del mondo politico e intellettuale si è fatta sentire energicamente la Diocesi di Milano, con un documento firmato dalla Curia e condiviso da tutti i decani della città: «si è rivestita di ideologia e discriminazione la ricerca di soluzioni per una questione che meriterebbe ben altra intelligenza. Siamo preoccupati per il futuro e la sicurezza di questi rom e di tutti i cittadini: gli smantellamenti dei campi di via Triboniano, via Novara e via Idro annunciati per le prossime settimane costringeranno alla strada decine di famiglie rom se non interverranno quelle soluzioni abitative alternative proposte, concordate e sottoscritte da Comune e Prefettura» (Rom, comunità cristiana e pubbliche amministrazioni, 7 ottobre 2010, in <www.chiesadimilano.it>). Sottolineando come lo sgombero dei campi senza alternative costruttive espone al grave rischio di interrompere i percorsi virtuosi fin qui attivati, creando un problema di sicurezza per tutti i cittadini, aggiunge: «Promuovere la legalità – specie per le Istituzioni – significa anche rispettare gli impegni sottoscritti. Venir meno a questi patti – mentre avvia conseguenze legali ed economiche – compromette la credibilità e il senso delle stesse Istituzioni» (ivi).

2. Una minoranza fatta di persone

Per valutare queste situazioni, la statistica e le scienze sociali (antropologia culturale, sociologia, diritto) ci offrono contributi fondamentali. Innanzitutto, rom e sinti non sono un insieme indifferenziato di persone in difficoltà, unite solo da precarie condizioni di vita, ma una galassia di gruppi assai diversi per cultura, classi sociali, competenze lavorative, risorse economiche, religione e stili di vita: costringerli sotto un’unica etichetta è la prima operazione pericolosamente equivoca. In Francia, ad esempio, il 95% dei 400mila rom ha la cittadinanza francese e due terzi sono sedentari, mentre gli «irregolari» sarebbero circa 15mila, provenienti soprattutto da Romania e Bulgaria, e dunque cittadini UE. In Italia i rom sono un insieme di cittadini italiani, comunitari e non comunitari, cristiani e musulmani, cattolici e ortodossi: complessivamente si stima che siano 130-150mila circa (assai meno di quanto ritenga l’opinione comune), di cui la metà cittadini italiani e solo l’8% pratica qualche forma di nomadismo (cfr VITALE T., «Rom e sinti in Italia, condizione sociale e linee di politica pubblica», in Osservatorio di politica internazionale. Approfondimenti, 21 [10] 4).
Rom e sinti sono una minoranza etnico-linguistica – o meglio un insieme di minoranze -, con caratteristiche specifiche come ogni altra minoranza: l’uso di una determinata lingua, il romanés, seppure con varie sfumature; una lunga storia comune o analoga tra i vari gruppi; una cultura, una letteratura, una musica e un’arte comuni. Si tratta poi di una minoranza volontaria: i suoi membri desiderano mantenere le caratteristiche che li differenziano e perciò aspirano e avrebbero diritto a garanzie giuridiche di rispetto della loro differenza.
Rom e sinti presentano però alcune caratteristiche che li rendono diversi da altre minoranze e pongono complessi problemi quanto alla regolazione degli aspetti giuridici: diffusione su tutto il territorio nazionale e non solo in un’area geografica ben identificabile; compresenza di persone che vivono una condizione stanziale e itinerante; desiderio di vita ravvicinata tra i componenti della famiglia allargata; spiccate diversità tra i vari gruppi linguistici e culturali; compresenza di persone con diverso status giuridico: cittadini italiani, comunitari, extracomunitari, rifugiati e apolidi.
Queste caratteristiche dei gruppi rom e sinti costituiscono una sfida per l’ordinamento giuridico italiano che, secondo le norme costituzionali, comunitarie e internazionali in vigore, deve prevedere misure di tutela e promuovere politiche e azioni di inserimento sociale e di non discriminazione in modo attivo. Dobbiamo riconoscere i limiti del nostro diritto, che, allo stato attuale, non sembra aver elaborato le categorie necessarie per dare riconoscimento ed espressione adeguata ai diritti e ai doveri di una minoranza con le caratteristiche dei rom, costringendoli in «caselle» pensate per situazioni diverse. Un diritto di questo genere inevitabilmente discrimina: basta immaginare che cosa succederebbe se il diritto del lavoro non riuscisse a tenere conto delle differenze di genere, ad esempio in relazione alla tutela della maternità.
La protezione della diversità culturale non esaurisce la questione. Anzi. Il principio personalista che anima la nostra Costituzione impone che le misure di tutela degli appartenenti a una determinata minoranza siano aggiuntive rispetto alle altre garanzie dei diritti fondamentali. Rom e sinti sono anzitutto persone come ogni altra, e perciò sono titolari di diritti al pari di qualunque altro cittadino, italiano, straniero o apolide che sia.
Questo vale anche per i doveri, come nel caso di quei rom che, vivendo al margine della società, si dedicano ad attività criminali, o delle tradizioni di alcuni gruppi, spesso in condizioni economiche disagiate, che risultano estranee alla cultura prevalente dei diritti umani, come il lavoro infantile e i matrimoni forzati. Tuttavia, questi temi richiedono un esame caso per caso piuttosto che una condanna indiscriminata ed esigono le stesse risposte che si applicano a tutti coloro che violano la legge, e non misure che si configurano come punizione collettiva di una minoranza. Anche nel caso dei rom, la responsabilità penale resta personale.
La mancanza di un diritto certo, in ogni caso, genera inevitabilmente insicurezza. Innanzitutto per gli appartenenti al gruppo minoritario non riconosciuto: quando le persone non sono sicure del proprio status giuridico, della propria cittadinanza, della propria abitazione, dell’accesso ai diritti sociali, e sono invece oggetto di discriminazioni, di emarginazione e stigmatizzazione, non riescono a riconoscersi nei valori del sistema legale e finiscono per percepire la legalità come una costrizione esterna e alienante, e questo favorisce il loro scivolamento nell’illegalità (cfr BONETTI P., «I nodi giuridici della condizione di rom e sinti in Italia», relazione al Convegno La condizione giuridica di Rom e Sinti in Italia, Milano 16-18 giugno 2010, disponibile insieme a molti altri materiali sul tema in <http://rom.asgi.it>). Un diritto inadeguato, inoltre, rappresenta un fallimento e un pericolo potenziale per l’intera società, in quanto contraddice nei fatti i principi base della nostra Costituzione: quando le regole non mettono tutti in condizione di uguaglianza, il problema è di tutti, non solo dei discriminati.

3. Non ci sono politiche «inevitabili»

Pregiudizi, stereotipi, una sommaria conoscenza della realtà e l’inadeguatezza dell’apparato giuridico inevitabilmente si riflettono sulle politiche pubbliche rivolte ai rom, anche prescindendo dalla speculazione demagogica – che pure ha un peso rilevante – di quanti cercano un facile consenso alimentando le paure e presentando la questione dei rom come un’emergenza.
Lo studio scientifico di queste politiche (cfr VITALE T. [ed.], Politiche possibili. Abitare le città con i rom e i sinti, Carocci, Roma 2009) mostra come esse riposino su una sorta di «senso comune» dei politici locali e dei dirigenti amministrativi, formatosi anche per l’influsso dei media e improntato a un certo fatalismo: le stesse azioni vengono riproposte ciclicamente, presentandole come la risposta a una impasse e alla mancanza di alternative. Queste politiche ricorrenti sono accomunate da una serie di elementi.
L’applicazione indiscriminata della categoria «nomadi» a tutti i gruppi rom e sinti conferisce a una galassia di minoranze assai eterogenee una connotazione etnica (etnicizzazione) che la identifica e la separa, favorendo la perdita della memoria storica delle forme di integrazione e di complementarità tra i gruppi zigani e il resto della popolazione e fornendo una base per un trattamento differenziale da parte delle pubbliche amministrazioni. Ne consegue un effetto di segregazione sociale, accresciuta da quella spaziale, derivante dall’allontanamento dei campi dai centri abitati allo scopo di renderli meno visibili, e dalla riduzione delle risorse loro destinate. In questo quadro, si assottiglia anche la varietà delle politiche pubbliche adottate, che si limitano all’alternanza di «campi» e «sgomberi», ritenuta inevitabile; non di rado poi, in caso di sgombero e di difficoltà a ricollocare le persone si separano le famiglie e soprattutto i figli dai genitori. Infine, si ritiene inutile stabilire un rapporto diretto con i rom e difficilmente viene riconosciuta una loro legittima rappresentanza con la quale interloquire o negoziare.
Uno schema di questo genere appare indubbiamente criticabile dal punto di vista dei diritti umani. Il suo esame rivela come sia anche politicamente inefficace. Ne è prova il ricorso all’iterazione del medesimo strumento. In realtà la sua adozione non è una necessità inevitabile, ma una scelta politica. Lo mostrano i risultati positivi ottenuti da misure di diverso tenore in varie esperienze locali poco pubblicizzate: Bergamo, Reggio Calabria e Mantova (amministrate dal centrodestra), Venezia, Bologna e Padova (amministrate dal centrosinistra), e, tra i centri più piccoli, Buccinasco (MI) e Settimo Torinese (cfr TAVOLO ROM DI MILANO [ed.], Politiche e interventi possibili per i rom e i sinti a Milano, in <www.osservazione.org>).
Bisogna dunque affermare chiaramente che è possibile evitare le politiche «inevitabili», e questo è indispensabile per trovare soluzioni rispettose dei diritti e della dignità di tutte le persone coinvolte, rom e non. Questo passaggio richiede agli amministratori pubblici, nei diversi livelli di competenza, il coraggio di recuperare la consapevolezza che anche politiche sociali che aggrediscono le discriminazioni possono portare riscontri elettorali positivi. In una situazione di polarizzazione, come quelle che sempre si creano intorno alla questione dei rom, agire politiche diverse da quelle dettate dal «senso comune» richiede una capacità squisitamente politica, quella della mediazione in vista del mutuo riconoscimento delle parti in conflitto, e la disponibilità ad affrontare forme di protesta accese e durature.
In questo percorso, un fattore cruciale sarà il passaggio dalle politiche «per» i rom a quelle «con» i rom, rendendoli interlocutori attivi e smettendo di trattarli come destinatari di interventi assistenziali privi di qualunque risorsa. L’attivazione delle capacità dei beneficiari delle prestazioni di welfare rappresenta un approccio ormai comune in altri campi di intervento sociale, mentre è raramente adottato nel caso dei rom, con una conseguente loro deresponsabilizzazione.
Solo una società disposta ad articolare la questione di come rom e sinti, con le loro specificità, possono contribuire all’edificazione di spazi di convivenza, rispetta a fondo la dignità di tutti i suoi membri.
 

© FCSF – Aggiornamenti Sociali
Fare posto ai rom: missione impossibile?ultima modifica: 2010-11-06T11:26:36+01:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento