Adriana Zarri, fede ribelle di una donna “ruvida”

di Marco Roncalli e Gianni Gennari, Avvenire 19.11.10

A 91 anni è morta ieri l’ “eremita” Zarri. La sua visione critica “progressista” l’aveva esposta su più fronti della dottrina cattolica. Verso la fine della vita disse: “Credo che la cosa più importante sia essere cristiani… se ci riusciamo” 

Chissà se adesso che per lei comincia la vita futura, il gufo continuerà ad annunciare il giorno, se ritroverà le rose del suo giardino o gli amati gatti, come tanto sperava chiedendo a Dio di non farle scherzi. È arrivato ieri – per lei, vera credente un po’ ribelle e a tratti molto border line – il giorno del ‘passaggio terribile’ come definiva la morte. A novantun anni se n’è andata la notte scorsa Adriana Zarri (i funerali si terranno domani nella chiesa di Crotte alle 9,30). Teologa ‘progressista’ affascinata dalla Trinità (e pronta ad individuare nella mancanza della dimensione trinitaria «un dato tragico della cultura cattolica»), ma pure scrittrice multiforme (libri di vario genere, saggi, articoli, vergati spesso da una penna tanto felice quanto impietosa). Una donna che con i suoi occhi grigi scrutava il mondo reale, lasciando che contaminasse tutta la sua teologia, e raccontando tutto quanto pensava (anche – a suo dire – per rendere credibile la Chiesa…).

Così se, in passato, più volte si era spinta a criticare il manicheismo di don Milani o le indicazioni nate dal collateralismo fra Chiesa e Democrazia cristiana, più recentemente aveva bersagliato le scelte degli ultimi papi (con pesanti riserve su coloro che chiamava i ‘restauratori’ Giovanni Paolo II o Benedetto XVI) o i vescovi che definiva «ciechi, muti, afoni» (con pesanti affondi in relazione allo sfacelo morale del Paese). Per non parlare degli attacchi a parecchi movimenti accusati di fondamentalismo (i neocatecumenali, Comunione e liberazione, l’Opus Dei,..), e senza dimenticare le precedenti divergenze dalla dottrina cattolica, quanto a divorzio, aborto, celibato del clero. Insomma: una fede, la sua, per così dire, parecchio libera, non disposta ad accettare confini e paletti. E tuttavia anche una fede, fatta di ascolto e disponibilità, concentrata non sui crocifissi di legno appesi alle pareti, ma su quelli di carne itineranti per le nostre strade. Nutrita dalla linfa della preghiera e del silenzio così importanti in una donna che da oltre trent’anni aveva fatto la scelta eremitica. Andando a vivere successivamente in solitarie cascine piemontesi. Un modo per non smettere di contestare, scegliendo forse la contestazione più vera: capace di minare ogni dinamica di utilitarismo. Una solitudine, la sua, anelata da tempo, e tuttavia concepita non come reclusione o spazio di isolamento, aperta agli amici (guai a chiamarli discepoli) con i quali continuare a parlare di fede e ricerca di senso. Così, dopo aver trascorso periodi prima ad Albiano, poi a Molinasso, era finita a Crotte, a pochi chilometri da Strambino, dove aveva trasformato un granaio nella sua cella-studio, sotto la quale quotidianamente, attraverso un ascensore raggiungeva la sua chiesetta. Uno stile di vita austero. Monastico, potremmo dire. Levata all’alba, colazione, lodi, campagna, liturgia, pranzo, riposo, lavoro, corrispondenza, articoli, cena, ricreazione, lavoro notturno. Sino a quando si era dovuta adeguare al letto. Nata nel 1919 a San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna, presto impegnatasi negli studi teologici e in un confronto personale con il cristianesimo, con esperienze in un Istituto secolare e nell’Azione cattolica. Giovanissima comincia a collaborare con testate cattoliche, dall’Osservatore Romano a Studium, dal Regno a Concilium, fino a Rocca e Servitium. Fu attiva anche nell’Associazione teologica italiana. Poi ha scritto su giornali come Politica o Sette giorni (già giudicati come ‘cattocomunisti‘), finendo la sua carriera sempre più nel segno della laicità, con una rubrica domenicale sul Manifesto, non senza essersi fatta conoscere sul piccolo schermo nel programma di Michele Santoro Samarcanda (atto di umiltà o contraddizione?). Ma in questi anni ci sono anche tanti libri, persino romanzi e raccolte poetiche. Fra questi si ricordano titoli come È più facile che un cammello, Il figlio perduto, Nostro Signore del deserto. Il Dio che viene, il recente Vita e morte senza miracoli di Celestino VI, oppure il precedente Erba della mia erba , che Einaudi riproporrà a breve insieme ad altri testi sotto il titolo Un eremo non è un guscio di lumaca. Pagine di una donna difficile da definire. Che ad un cronista confidò: «Una volta mi definivo in un qualche modo. Ora non mi definisco più in nessun modo perché credo che la cosa più importante sia essere cristiani». Aggiungendo: «Se ci riusciamo».

 

Adriana Zarri, 91 anni, alla porta del Paradiso: sono sicuro che la trova aperta, nonostante ogni opinione in contrario. Donna, teologa, scrittrice, giornalista, monaca eremita, sempre attiva in cerca di Cristo e di cose nuove anche quaggiù. Conoscenza personale antica, e ultimamente molto dialettica. Primo incontro a Roma subito dopo il Concilio, nei tempi del ‘rinnovamento’ e della promessa ‘nuova primavera’ annunciata. Poteva già dire la sua: è stata, insieme con Vilma Gozzini, la prima donna laureata teologa e accolta nelle Associazioni teologiche fino allora solo maschili e ‘clericali’, dove la sua presenza agitava sempre ogni incontro: con lei impossibile restare indifferenti. Quel primo incontro nel plurisecolare e illustre Pontificio Seminario Romano per gli Studi Giuridici di Sant’Apollinare, dove erano stati alunni anche Eugenio Pacelli, Angelo Giuseppe Roncalli e Giovanni Battista Montini: invitata dal Rettore, che forse ne ebbe poi qualche ingiusto rimprovero, parlò a giovani preti studenti, tra cui futuri vescovi e qualche cardinale, delle sue attese di donna e teologa. Poi la rividi talora con il cardinale Pellegrino e con un gruppo di sue alunne più vicine, tra cui le future docenti Maria Grazia Mara ed Elena Cavalcanti: sempre in prima linea. Ha scritto molto Adriana, per decenni, oltre ai libri, e fino agli ultimi giorni non solo su ‘Rocca’, storica rivista della Pro Civitate Christiana di Assisi, ma anche sul ‘Manifesto’, ove talora il suo pensiero è parso piegarsi a termini e pensieri azzardati, anche inaccettabili. Talora ne abbiamo anche litigato forte. Vivacità, indomita capacità di critica senza confini, salvo quelli delle proprie opinioni e indisciplina come connaturale che la portava a non essere mai del tutto d’accordo con alcuno, specialmente se illustre, tesa a spingere avanti il cammino della ricerca non solo sua, ma di tutti, specialmente nel dialogo con i lontani, che vedeva sempre – anche quando così non era – allontanati dalla chiusura di certo mondo cattolico. Ripensando a tutto, personalmente la definirei «indisciplinata, ma fedele». Esigente al massimo verso la sua Chiesa, amata, servita e insieme contestata per amore non sempre manifesto e spesso incompreso perché espresso in modi anche contraddittori e rischiosi. Capace di mettersi in rotta pubblica con l’autorità ecclesiale in momenti che dal punto di vista culturale e politico – e sono stati forti – potevano apparire decisivi, nei quali ella intravedeva in anticipo il rischio della perdita di ascolto per troppi fratelli… Così in occasione dei referendum del 1974 e anche del 1981 fu contro l’abrogazione delle due leggi vigenti da anni per decisione parlamentare, ma senza mai negare il giudizio dottrinale sulla realtà del divorzio e dell’aborto procurato. Insisteva su educazione e preparazione al matrimonio e alla responsabilità verso la vita in qualunque stato… Non fu compresa, spesso, e fu anche utilizzata da chi non aveva per nulla a cuore Chiesa e dottrina di fede… Alcuni suoi scritti sul ‘Manifesto’ risultavano straniti, tra la ricerca dell’originalità e la provocazione voluta. Negli ultimi anni con me fu anche molto dura: accusava i ‘Lupus’ su ‘Avvenire’ come tradimento di antiche scelte sofferte e condivise. Mi difesi come potevo, senza riuscire a farmi capire… Qualcuno la dirà ‘eretica’? A pensarci su, anche con il massimo rigore, non condivido. Indisciplinata sì, e talora nell’opinabile anarchica, mai infedele. Così almeno per Malpelo. A Dio, dunque, amica Adriana!

Adriana Zarri, fede ribelle di una donna “ruvida”ultima modifica: 2010-11-20T15:14:25+01:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

3 pensieri su “Adriana Zarri, fede ribelle di una donna “ruvida”

  1. DEDICATO A ADRIANA ZARRI

    E’ buio pesto,
    sono uscita
    dalla vostra vita
    alla chetichella,
    sotto una tintinnante pioggerella.

    Col mio solito passo lesto,
    ho camminato lungo un viale,
    intorno a me un mesto silenzio glaciale.

    Sotto un cupo cielo notturno,
    su cui si è aperto uno squarcio di sereno,
    saltello su un tappeto di foglie bagnate,
    anch’esse coricate sotto gli alberi,
    su cui sono nate,
    le cui chiome sono rimaste tristi e spoglie,

    ed ecco che in un baleno
    per me è già tutta una festa,
    perché, mischiati tra le foglie,
    vi rivedo con le vostre riviste
    e i vostri giornali.

    Mi illuminavate sul mistero nascosto nell’uomo,
    nel reale,
    troppo corrotto, per esser sgorgato
    da uno sprazzo di luce soprannaturale
    e sulle sue molteplici vie.

    Scrutando, sulle vostre luminose scie,
    l’imperscrutabile inquietudine del vostro tempo,
    con un chiarore in costante fermento,
    luccicavate nella mia solitudine,
    quanto le stelle del firmamento.

    Ora vedo la stella cometa,
    che mi conduce verso
    l’agognata meta,

    il mio pargolo tanto atteso,
    che, disteso in una culla di foglie sparse,
    mi sorride, stille di rugiada sulle mie labbra arse
    dal recitare ininterrotto
    una preghiera accorata,
    quasi un pianto a dirotto,

    speranza di una resurrezione desiderata.

    Vi terrò stretti fra le mie braccia,
    vi sfoglierò fra le mie dita,

    al palpito del suo e del vostro cuore
    nulla più mi addiaccia
    nella mia nuova vita.

    Alla vostra memoria
    ho consegnato la storia
    della mia sia lieta, che sofferta esistenza,
    vissuta alla sua e alla vostra costante
    e confortante presenza,
    alla ricerca dell’intrinseca essenza
    delle inesauribili parabole,
    segno mirabile del Signore.

    E ora lasciate che finalmente mi affidi
    alle sue amorevoli cure.

    Riccardo Sante Maria Fontana

  2. DEDICATO A ADRIANA ZARRI

    E’ buio pesto,
    sono uscita
    dalla vostra vita
    alla chetichella,
    sotto una tintinnante pioggerella.

    Col mio solito passo lesto,
    ho camminato lungo un viale,
    intorno a me un mesto silenzio glaciale.

    Sotto un cupo cielo notturno,
    su cui si è aperto uno squarcio di sereno,
    saltello su un tappeto di foglie bagnate,
    anch’esse coricate sotto gli alberi,
    su cui sono nate,
    le cui chiome sono rimaste tristi e spoglie,

    ed ecco che in un baleno
    per me è già tutta una festa,
    perché, mischiati tra le foglie,
    vi rivedo con le vostre riviste
    e i vostri giornali.

    Mi illuminavate sul mistero nascosto nell’uomo,
    nel reale,
    troppo corrotto, per esser sgorgato
    da uno sprazzo di luce soprannaturale
    e sulle sue molteplici vie.

    Scrutando, sulle vostre luminose scie,
    l’imperscrutabile inquietudine del vostro tempo,
    con un chiarore in costante fermento,
    luccicavate nella mia solitudine,
    quanto le stelle del firmamento.

    Ora vedo la stella cometa,
    che mi conduce verso
    l’agognata meta,

    il mio pargolo tanto atteso,
    che, disteso in una culla di foglie sparse,
    mi sorride, stille di rugiada sulle mie labbra arse
    dal recitare ininterrotto
    una preghiera accorata,
    quasi un pianto a dirotto,

    speranza di una resurrezione desiderata.

    Vi terrò stretti fra le mie braccia,
    vi sfoglierò fra le mie dita,

    al palpito del suo e del vostro cuore
    nulla più mi addiaccia
    nella mia nuova vita.

    Alla vostra memoria
    ho consegnato la storia
    della mia sia lieta, che sofferta esistenza,
    vissuta alla sua e alla vostra costante
    e confortante presenza,
    alla ricerca dell’intrinseca essenza
    delle inesauribili parabole,
    segno mirabile del Signore.

    E ora lasciate che finalmente mi affidi
    alle sue amorevoli cure.

    Riccardo Sante Maria Fontana

  3. DEDICATO A ADRIANA ZARRI

    E’ buio pesto,
    sono uscita
    dalla vostra vita
    alla chetichella,
    sotto una tintinnante pioggerella.

    Col mio solito passo lesto,
    ho camminato lungo un viale,
    intorno a me un mesto silenzio glaciale.

    Sotto un cupo cielo notturno,
    su cui si è aperto uno squarcio di sereno,
    saltello su un tappeto di foglie bagnate,
    anch’esse coricate sotto gli alberi,
    su cui sono nate,
    le cui chiome sono rimaste tristi e spoglie,

    ed ecco che in un baleno
    per me è già tutta una festa,
    perché, mischiati tra le foglie,
    vi rivedo con le vostre riviste
    e i vostri giornali.

    Mi illuminavate sul mistero nascosto nell’uomo,
    nel reale,
    troppo corrotto, per esser sgorgato
    da uno sprazzo di luce soprannaturale
    e sulle sue molteplici vie.

    Scrutando, sulle vostre luminose scie,
    l’imperscrutabile inquietudine del vostro tempo,
    con un chiarore in costante fermento,
    luccicavate nella mia solitudine,
    quanto le stelle del firmamento.

    Ora vedo la stella cometa,
    che mi conduce verso
    l’agognata meta,

    il mio pargolo tanto atteso,
    che, disteso in una culla di foglie sparse,
    mi sorride, stille di rugiada sulle mie labbra arse
    dal recitare ininterrotto
    una preghiera accorata,
    quasi un pianto a dirotto,

    speranza di una resurrezione desiderata.

    Vi terrò stretti fra le mie braccia,
    vi sfoglierò fra le mie dita,

    al palpito del suo e del vostro cuore
    nulla più mi addiaccia
    nella mia nuova vita.

    Alla vostra memoria
    ho consegnato la storia
    della mia sia lieta, che sofferta esistenza,
    vissuta alla sua e alla vostra costante
    e confortante presenza,
    alla ricerca dell’intrinseca essenza
    delle inesauribili parabole,
    segno mirabile del Signore.

    E ora lasciate che finalmente mi affidi
    alle sue amorevoli cure.

    Riccardo Sante Maria Fontana

Lascia un commento