Quel Papa filosofo con i piedi per terra (più degli scienziati)

di Giorgio Bocca, Il Venerdì di Repubblica (10.12.10) 

Un Papa di Santa Romana Chiesa ha avuto il coraggio di dire ciò che i politici tacciono: che il modello di sviluppo proposto dai liberisti come dai comunisti, cioè dalla cultura contemporanea, il modello dello sviluppo continuo e illimitato è contraddetto dai limiti fisici del mondo e dell’umanità, dal fatto che non ci sono più spazi liberi per tutti, che non ci sono più aria, acqua, materie prime per tutti, vale a dire che il crescete e moltiplicatevi evangelico è oggi un suicidio della specie. Non ha detto che l’emigrazione in altri mondi è un’utopia, ma ha detto che alla sopravvivenza in questo mondo dobbiamo provvedere migliorando l’agricoltura più che la missilistica o l’astronautica, perché la prima ci servirà per nutrirei e farci sopravvivere, mentre le seconde servono solo a fare nuove guerre. C’è voluto un Papa di Santa Romana Chiesa per fare un discorso di ragione pratica, di comune buon senso, di necessaria umiltà.

La scienza laica non ne è stata capace nella sua superbia, l’informazione moderna neppure, nella sua presunzione, tutti hanno continuato a fantasticare su emigrazioni planetarie della durata di decenni o di secoli, di uomini ibernati addormentati che si sarebbero risvegliati in nuovi mondi lontani anni luce. Per farci che? Per costruirvi, grazie a trasporti interstellari possibili solo con energie sin qui sconosciute, delle cupole con aria artificiale per riprodurvi i mezzi di sopravvivenza terrestri, mentre sarebbe normale, come ha fatto il Papa filosofo, pensare alla moltiplicazione possibile di cibi e di merci terrestri. La letteratura spaziale delle migrazioni nei nuovi mondi era il modo di pensare non alla sopravvivenza, come si è creduto, ma alla rassegnazione, all’autodistruzione, allo spreco delle risorse e delle possibilità reali: erano i sogni dei rassegnati e degli sconfitti. Oggi di fronte alle incognite del futuro ci sono due modi di reagire: quello dei matematici e quello dei contadini. I primi continuano a inventare strumenti di calcolo come i computer, che non risolvono il problema centrale del sostentamento, che solo la terra e i suoi frutti perenni e rinnovabili possono assicurare; i secondi, fra i quali i cinesi, hanno capito che non è la scienza, non saranno i numeri e neppure l’emigrazione in altri mondi ad assicurarci un futuro, ma la terra e i frutti della terra. Infatti non ricorrono alla guerra per trovare nuove terre coltivabili, ma le comprano ovunque nel mondo e ci mandano i loro coloni a coltivarle. A differenza degli imperi occidentali, l’americano in primis, che continuano a inventare macchine ed eserciti per imporre il loro modello al mondo intero. Credo inutilmente.

WWW.CHIESA.ESPRESSONLINE.IT di giovedì 9 dicembre 2010

Il nuovo politeismo e i suoi idoli tentatori di Sandro Magister

Benedetto XVI lancia l’allarme. La dimenticanza dell’unico Dio apre lo spazio a un mondo dominato da una pluralità di nuovi dèi dal volto seducente. Viaggio tra i cultori del moderno paganesimo

“Politeismo”: questa parola è balenata come un lampo, lo scorso ottobre, in un discorso di Benedetto XVI al sinodo dei vescovi del Medio Oriente, cioè proprio la terra natale dell’unico Dio fatto uomo, Gesù, e dei più potenti monoteismi della storia, quello ebraico, quello musulmano. “Credo in unum Deum” è il poderoso accordo da cui ha principio la dottrina cristiana. Ma per Joseph Ratzinger, papa teologo, il politeismo è tutt’altro che morto. È la sfida perenne che anche oggi si erge contro le fedi nell’unico Dio. “Pensiamo alle grandi potenze della storia di oggi”, proseguì il papa nel sinodo. I capitali anonimi, la violenza terroristica, la droga, la tirannia dell’opinione pubblica sono le moderne divinità che schiavizzano l’uomo. Devono cadere. Devono essere fatte cadere. La caduta degli dèi è l’imperativo di ieri, di oggi, di sempre dei credenti nell’unico Dio vero. Ma il politeismo di oggi non è solo fatto di potenze oscure. I suoi molti dèi hanno anche volto benevolo e capacità di seduzione. È la “gaia scienza” vaticinata da Nietzsche più di un secolo fa, che offre a ogni singolo uomo “il più grande vantaggio”: quello di “erigere il suo proprio ideale e derivare da esso la sua legge, le sue gioie e i suoi diritti”. È il trionfo del libero arbitrio individuale, senza più il giogo di una tavola della legge, una sola per tutti perché scritta da un unico intrattabile Dio. Quell’ammirazione per il “Genio del cristianesimo” che aveva infiammato Chateaubriand e i romantici cede oggi il passo a una riscoperta entusiasta del “Genio del paganesimo”, titolo di un’operetta dell’antropologo francese Marc Augé. In Italia un altro antropologo, Francesco Remotti, si scaglia contro “L’ossessione identitaria”, titolo del suo ultimo libro, e rimprovera il papa, in un altro suo libro in forma di lettera, per il suo ostinato procedere “contro natura”, contro una modernità che fa invece gustare le meraviglie del politeismo, così liquido, pluralista, tollerante, liberatorio.

LO “SPIRITO DI ASSISI” – Certo, l’attuale reviviscenza del politeismo non riporta in voga i culti a Giove e a Giunone, a Venere e a Marte. Ma la filosofia dei pagani colti dell’impero di Roma riaffiora intatta nei ragionamenti di tanti moderni fautori del “pensiero debole”. E non solo di questi. Chi oggi rilegge, sedici secoli dopo, la disputa tra il monoteista Ambrogio, il santo patrono di Milano, e il politeista Simmaco, senatore della Roma pagana, è fortemente tentato di dare ragione al secondo, quando dice: “Che cosa importa per quale via ciascuno ricerchi, secondo il proprio giudizio, la verità? Non per una sola strada si può giungere a un così grande mistero”. La magnanima parità tra tutte le religioni e gli dèi che queste parole sembrano ispirare incanta anche molti cristiani. Lo “spirito di Assisi” nato dall’adunanza multireligiosa che là si tenne nel 1986 ha così contagiato il diffuso sentire che nel 2000 la Chiesa di Giovanni Paolo II e dell’allora cardinale Joseph Ratzinger si sentì in dovere di ricordare ai cattolici che di salvatore dell’umanità ce n’è uno solo, ed è il Dio fatto uomo in Gesù: una verità su cui l’intero Nuovo Testamento sta o cade, una verità che in due millenni mai la Chiesa aveva sentito la necessità di ribadire con un pronunciamento “ad hoc”. Eppure, quella dichiarazione del 2000, la “Dominus Iesus”, fu accolta da un fuoco di fila di proteste, dentro la Chiesa e fuori, per la sua esclusione di una pluralità di vie di salvezza tutte in sé sufficienti e piene di grazia e verità. Che in questi sentimenti si annidi la nostalgia per una pluralità di dèi è possibile, ma l’odierno politeismo, a livello di massa, è più sfumato. L’idea corrente è che le varie religioni siano a loro modo tutte espressione di un “divino”. E tuttavia questa divinità somma, come già spiegava ad Ambrogio il pagano Simmaco, è inconoscibile e lontana, troppo lontana per appassionare gli uomini e prendere cura di loro. Da uno scrittore latino del III secolo, Minucio Felice, ci è giunto un altro dialogo, molto raffinato, nel quale il pagano Cecilio, passeggiando sul litorale di Ostia, dopo aver reso omaggio a una statua di Serapide, spiega che “nelle cose umane tutto è dubbioso, incerto, indeciso” ma proprio per questo è bene seguire la religione degli antichi e adorare “quegli dèi che i nostri padri ci hanno insegnato a temere, piuttosto che a conoscere troppo da vicino”. In un’omelia in piazza San Pietro dello scorso 11 giugno, Benedetto XVI ha detto che “stranamente questo pensiero è riemerso nell’Illuminismo”. E in effetti un campione dell’età dei lumi come il miscredente Voltaire ordinava ai suoi familiari e alla servitù di ossequiare il cristianesimo e i suoi precetti, per motivi di buona creanza civica. Dio c’è, forse. E forse è lui che ha creato il mondo. Ma poi se ne è talmente disinteressato da sparire dall’orizzonte vitale. La sua bontà è tutta nel non produrre disturbo alcuno. E così, sotto il cielo di questa divinità vaga e remota, la terra si è popolata di nuovi dèi. In divisa laica e pragmatica.

POLITEISMO DEI VALORI – Già nell’Ottocento, nei suoi “Saggi sulla religione”, l’economista e filosofo John Stuart Mill scrisse che il politeismo era di gran lunga più funzionale del monotesimo nel descrivere quella pluralità di etiche che caratterizzava lo scenario di vita della prima società industriale. E Max Weber, nel primo Novecento, coniò la formula di “Polytheismus der Werte”, politeismo dei valori, proprio per indicare il pantheon della moderna società. In un mondo ormai disincantato, senza più un unico Dio che proclami comandamenti validi per tutti, ciascuna delle sfere sociali – dalla politica all’economia, dall’arte alla scienza alla stessa religione – è retta da un suo dio con i suoi oracoli. Oracoli spesso tra loro in conflitto, con l’uomo drammaticamente solo nell’ora della decisione. Weber, con l’impeccabile distacco dello studioso, non disse se questo moderno politeismo fosse un bene o un male. Ma altri pensatori venuti dopo di lui non nascondono più a cosa vanno le loro simpatie. Nel secondo Novecento, alla “teologia politica del monoteismo” propugnata da Erik Peterson (un autore tra i più letti e ammirati da Joseph Ratzinger fin da giovane professore), il filosofo tedesco Odo Marquard contrappone una “teologia politica del politeismo”, e nel titolo del suo saggio loda tale politeismo con la qualifica di “illuminato”. A suo giudizio, l’uomo ha sempre bisogno di miti, e l’importante è che tali miti siano molti e aperti a infinite variazioni, come nella mitologia antica, all’opposto dell’ebraismo e del cristianesimo che poggiano su fatti storici unici e incontrovertibili. In Spagna, la filosofa Maria Zambrano ha puntato il dito contro l’ascetismo di matrice medievale della spiritualità cristiana, distruttivo dei sentimenti. È la poesia, a suo giudizio, che può liberare l’uomo dal “monolitismo” e restituirlo al suo gioioso politeismo nativo. In Italia è Salvatore Natoli il filosofo che difende una “etica del finito”, un insieme cioè di riferimenti “politeistici”, multipli, che offrano all’uomo dei punti d’appoggio, mai definitivi ma pur sempre capaci di salvarlo provvisoriamente dall’anarchia degli istinti. Sicuramente, però, l’opera che ha più instillato nella cultura italiana contemporanea una rivalutazione del politeismo è più letteraria che filosofica: sono “Le nozze di Cadmo e Armonia” di Roberto Calasso, del 1988, con la loro evocazione gloriosa della mitologia classica.

PER UN REINCANTO DEL MONDO – A dispetto del “disincanto del mondo” descritto da Weber, infatti, la società moderna non appare immune dall’opposta seduzione di un mondo nuovamente incantato. Alain de Benoist, pensatore della “nouvelle droite” francese, è il più acceso banditore di questo ritorno alla sacralità neopagana. Per la corrente culturale da lui rappresentata il grande nemico è proprio il giudeocristianesimo con la sua idea “desacralizzante” della creazione. Se non c’è altro Dio all’infuori del Dio unico, infatti, le creature non hanno più nulla di divino e perfino gli astri, come dice la prima pagina della Genesi, sono semplici “luminari” appesi dal Creatore alla volta celeste per segnare il giorno e la notte. Il mondo è definitivamente consegnato alla sua profanità. Osserva Leonardo Lugaresi, docente a Bologna e Parigi e specialista di cristianesimo antico: “Nel rimprovero mosso oggi al cristianesimo di essere responsabile della desacralizzazione del mondo, quella che torna in gioco, sotto nuove forme, non è altro che la vecchia accusa di ateismo mossa ai cristiani dei primi secoli”. E aggiunge: “Come allora, anche per una certa mentalità neopagana di oggi il cristianesimo è nocivo perché ha tolto alla terra il suo incanto, i suoi dèi, e ha privato l’uomo di un rapporto religioso con la natura. Di conseguenza, il nuovo paganesimo vuole guarire il mondo dalla ‘rottura monoteistica’, cioè restituirgli quella sacralità e divinità che il cristianesimo gli ha tolto”.

NON UN QUALSIASI DIO – La formula “rottura monoteistica” rimanda agli studi di un grande egittologo, il tedesco Jan Assmann, che ha indagato a fondo sulla novità rivoluzionaria introdotta dall’unico Dio della religione di Mosè rispetto al politeismo dell’Egitto dell’epoca. Non sorprende, quindi, che l’editrice il Mulino, nel pubblicare quest’anno dieci saggi affidati ad altrettanti autori sui dieci comandamenti del decalogo mosaico, abbia assegnato proprio ad Assmann il commento del “Non avrai altro Dio”. Assmann non è un apologeta del politeismo. Ma vede nel monoteismo mosaico, fin dal suo nascere, un contrapporsi esclusivo e intollerante alle altre religioni. Tutti i monoteismi storicamente venuti alla luce, dall’ebraismo, al cristianesimo, all’islam, portano in sé, a suo giudizio, il veleno della violenza. E allora egli chiede ai monoteismi di superare i loro assoluti e “raggiungere il punto trascendentale grazie al quale diviene possibile la vera tolleranza”, di elevarsi cioè alla forma superiore di “sapienza religiosa” o di “religione profonda” incarnata da sapienti come Albert Schweitzer, il Mahatma Gandhi e Rabindranath Tagore, insomma, di elevarsi “all’ideale settecentesco di tolleranza espresso dal massone Lessing nella parabola dei tre anelli, nel racconto di Nathan il saggio”. E cos’è questa se non la religione senza norme né dogmi dell’Illuminismo, con il suo Dio remoto? E a che cosa può aprire lo spazio, questa religione vaga, se non a un nuovo politeismo dell’arbitrio? Lo scorso 13 settembre, nel ricevere il nuovo ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, Walter Jürgen Schmid, Benedetto XVI ha alzato gli occhi dal testo scritto e ha così proseguito: “Molti uomini mostrano oggi un’inclinazione verso concezioni religiose più permissive anche per se stessi. Al posto del Dio personale del cristianesimo, che si rivela nella Bibbia, subentra un essere supremo, misterioso e indeterminato, che ha solo una vaga relazione con la vita personale dell’essere umano. Se però uno abbandona la fede verso un Dio personale, sorge l’alternativa di un ‘dio’ che non conosce non sente e non parla. E, più che mai, non ha un volere. Se Dio non ha una propria volontà, il bene e il male alla fine non sono più distinguibili. L’uomo perde così la sua forza morale e spirituale, necessaria per uno sviluppo complessivo della persona. L’agire sociale viene dominato sempre di più dall’interesse privato o dal calcolo del potere”. Da queste parole si capisce ancor più il motivo per cui oggi, per papa Benedetto, “la priorità suprema e fondamentale” sia di riaprire a una umanità disorientata l’accesso a Dio. E “non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine, in Gesù Cristo crocifisso e risorto”.

Quel Papa filosofo con i piedi per terra (più degli scienziati)ultima modifica: 2010-12-10T18:04:53+01:00da borgosotto
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