La Chiesa e l’appoggio «per esclusione». Un’anomalia già vista con fascismo e Dc

di Alberto Melloni, Corriere della Sera, 20.12.10 

In Italia si accettano semplificazioni brutali quando si parla de «la chiesa». Monsignor Fisichella che contestualizza una barzelletta blasfema è «la chiesa». La protesta di Famiglia Cristiana contro il razzismo è «la chiesa» . Politici e intellettuali spiegano a un Paese stordito ciò che pensa, fa o dice «la chiesa». In questo quadro semplificato, ma per questo aderente al senso comune, il plateale sollievo con cui alcuni porporati hanno salutato la fiducia della Camera al governo bicolore Berlusconi-Bossi è apparso come il sostegno all’esecutivo de «la chiesa». Anzi, lo notava Massimo Franco, l’analogia fra le posizioni dei cardinali Bertone, Bagnasco e Ruini non annuncia la fine delle tensioni che hanno accompagnato le malebolge dell’ultimo anno, ma una gara per dire verbis et operibus che «la chiesa» ritiene questo governo espressione di una minoranza geografica e numerica di elettori, comunque migliore di quelli che potrebbero sostituirlo. In questo approdo pesano, a mio avviso, convincimenti contingenti. Ad esempio la sfiducia immeritata verso Pier Ferdinando Casini. E ancora l’irritazione verso il «laicismo» di Gianfranco Fini, che per quanto sia una patina sottile e recente fa scattare un istinto antagonista.

E soprattutto pesa la revoca di quella «licenza di laicità» che la Costituzione repubblicana – l’unico progetto culturale riuscito al cattolicesimo italiano, l’ultima passione e Ruini non annuncia la fine delle tensioni che hanno accompagnato le malebolge dell’ultimo anno, ma una gara per dire verbis et operibus che «la chiesa» ritiene questo governo espressione di una minoranza geografica e numerica di elettori, comunque migliore di quelli che potrebbero sostituirlo. In questo approdo pesano, a mio avviso, convincimenti contingenti. Ad esempio la sfiducia immeritata verso Pier Ferdinando Casini. E ancora l’irritazione verso il «laicismo» di Gianfranco Fini, che per quanto sia una patina sottile e recente fa scattare un istinto antagonista. E soprattutto pesa la revoca di quella «licenza di laicità» che la Costituzione repubblicana – l’unico progetto culturale riuscito al cattolicesimo italiano, l’ultima passione del Dossetti politico – aveva fornito all’età democristiana dell’Italia e di cui (da Andreatta a Andreotti) è stato fatto il più diverso uso. Altre ragioni sono più risalenti. Dagli anni del fascismo la Chiesa ha infatti imparato ad appoggiare uomini che disprezza nell’illusione di avere in cambio garanzie di carattere «morale» . Un’anomalia che è rimasta iscritta profondamente nella storia italiana: s’è democratizzata con la Dc e s’è offerta a Berlusconi in un diverso formato. Il primato della tattica del ventennio ruiniano della Cei ha ridotto l’educazione al confronto che aveva formato vescovi e laici perfino durante la guerra e ha trasferito sui movimenti il compito di rappresentare differenze di posizione e di appetiti: in compenso ha creato un reticolo di interessi fra esecutivo e istituzioni ecclesiastiche che ha alterato la linea scritta nel Concordato del 1984. Allora il Vaticano di Casaroli aveva pensato l’otto per mille come un sistema capace di liberare i vescovi italiani dal problema di negoziare coi governi le esigenze di culto, servizio, cultura e informazione. Aprendo una falla in questa peraltro pingue muraglia, «la chiesa» è entrata in partite discutibili: l’affidamento dei viaggi papali in Italia alla protezione civile di Guido Bertolaso, gli sconti d’imposta per le case-albergo dei religiosi, i finanziamenti per scuole che sono business e non missione samaritana. Questo reticolo e la leggendaria abilità di Berlusconi nel creare bisogni nelle controparti l’ha fatto preferire agli altri e lo rende preferibile a «la chiesa» oggi che il governo potrebbe pretendere di attivare la legge elettorale per costruire la protesi parlamentare di cui ha bisogno. Dopo aver tenuta ferma la rotta sulla stella del Quirinale per molti mesi, «la chiesa» si ritrova così parte di una maggioranza che ricresce e dovendo pagare da subito un conto salato su quei terreni – le coscienze, l’annuncio, le anime, le esistenze, la verità – che sono la sua ragion d’essere. Qualche avvisaglia la si ha per ora nelle chiacchiere. Una figura di spicco dell’economia, poche settimane fa, diceva a un prelato italiano con inaspettata veemenza: «Io sono un laico e come tale sto sempre vicino alla Chiesa. Ma voi non vi vergognate dell’appoggio che date a Berlusconi?». E una feroce battuta di Francesco Cossiga (che pochi mesi prima di morire a un amico parlamentare dilaniato dai dubbi posti dal magistero sull’embrione diceva «e tu proponi di portare l’ 8 per mille a 8 e mezzo, e tutto s’aggiusta») dice quale sia il rischio che corre la Chiesa in questa situazione di stabile confusione. Rischi significativi di un disequilibrio al quale nessuno sembra poter o voler metter mano. Infatti che «la chiesa» cerchi presso il potere rassicurazioni di potere è ovvio (dove altro dovrebbe cercarle?). Ma il vero punto è che ciò non venga trattenuto in scacco da una palpabile dedizione alla grande disciplina spirituale, da un primato vissuto del silenzio orante, da un abito di umiltà, da un’adesione alla democrazia costituzionale come ascesi politica. Questo non riguarda gli equilibri interni all’opposizione e tanto meno riguarda Berlusconi, che fa da par suo il suo mestiere. Riguarda un Paese che, davanti ad una crisi di cui le eruzioni di violenza giovanile preconizzano sviluppi più tragici, non potrà tenersi insieme (come fece dopo l’ 8 settembre o dopo via Fani) usando l’autorità della Chiesa. E riguarda la Chiesa: che si ritrova là dove essa stava negli anni Trenta, quando Arturo Carlo Jemolo ricordava d’aver visto «il lento pervertimento anche sugli uomini che più stimavamo» , l’acquetarsi alle comodità infingarde e alla fine erompere «l’acidità, il non voler ammettere che ci sono dei coraggiosi, dei puri» e prevalere «quelli che dovunque vogliono vedere la tara, il sudicio», riconoscibili per il loro «rancore ed avversione per le più alte figure». Sarà questo il prezzo della stabilità?

La Chiesa e l’appoggio «per esclusione». Un’anomalia già vista con fascismo e Dcultima modifica: 2010-12-20T16:37:45+01:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento