Sant’Egidio, diplomazia dei poveri

di Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 19.12.10 

Vent’anni d’interventi in Mozambico, Costa d’Avorio e Liberia 

«Sant’Egidio è un “soggetto internazionale” molto particolare. Non è un’organizzazione internazionale, non una ong specializzata in mediazioni, non un’agenzia non governativa, non l’emanazione di un governo. È una comunità cristiana, nata a Roma nel 1968, nota per il suo lavoro con i più poveri e in situazioni di grave povertà nel mondo». Così scrive Andrea Riccardi nella prefazione a questa storia di Sant’Egidio e delle sue attività internazionali, saggio a più voci curato da Roberto Morozzo della Rocca e intitolato significativamente Fare pace (pagine 330, e 24), che la Leonardo International manda ora in libreria. Una storia che rievoca, affidandoli di volta in volta ad altrettanti specialisti, gli interventi di Sant’Egidio nei vari scenari mondiali, e in particolare in Africa, che nella visione di monsignor Vincenzo Paglia sta all’Europa come l’America Latina sta all’opulento Nord America. Ecco quindi il Mozambico, il miracolo di Sant’Egidio, che lavorando in stretto contatto con la diplomazia italiana pone fine al massacro e mette le controparti allo stesso tavolo. Dal primo contatto nel 1977 alla firma della pace il 4 ottobre 1992, prima viene tessuta la tela degli interventi umanitari, poi si aprono le trattative a Roma. Nessun finto clima amichevole, nessun pranzo o cocktail, rari abboccamenti informali; ma una lunga, paziente serie di incontri formali, attorno a un tavolo a ferro di cavallo, tra rappresentanti di fazioni in guerra che poco per volta imparano a fidarsi l’una dell’altra e infine trovano un accordo, importante e definitivo al punto dall’essere considerato alla stregua di legge costituzionale.

La conferma di quanto Paglia e Riccardi sostengono: la pace non arriva dall’alto ma nasce dentro di noi, presuppone un cambiamento interiore, la comprensione delle esigenze altrui, l’adattamento a una realtà che non sarà mai pienamente come la si era vagheggiata ma può rivelarsi migliore, perché prevede la convivenza e il compromesso con le ragioni del nemico di un tempo. Ecco poi l’Algeria. Una guerra civile sanguinosissima, che Sant’Egidio non può fermare pur riuscendo a riunire allo stesso tavolo i fondamentalisti del Fis e i detentori del potere del Fronte di liberazione nazionale, per una trattativa malvista dal governo in carica. Sui muri di Algeri si scrive «viva la pace, viva Sant’Egidio», il primo ministro chiude la campagna elettorale gridando: poveri e in situazioni di grave povertà nel mondo». Così scrive Andrea Riccardi nella prefazione a questa storia di Sant’Egidio e delle sue attività internazionali, saggio a più voci curato da Roberto Morozzo della Rocca e intitolato significativamente Fare pace (pagine 330, e 24), che la Leonardo International manda ora in libreria. Una storia che rievoca, affidandoli di volta in volta ad altrettanti specialisti, gli interventi di Sant’Egidio nei vari scenari mondiali, e in particolare in Africa, che nella visione di monsignor Vincenzo Paglia sta all’Europa come l’America Latina sta all’opulento Nord America. Ecco quindi il Mozambico, il miracolo di Sant’Egidio, che lavorando in stretto contatto con la diplomazia italiana pone fine al massacro e mette le controparti allo stesso tavolo. Dal primo contatto nel 1977 alla firma della pace il 4 ottobre 1992, prima viene tessuta la tela degli interventi umanitari, poi si aprono le trattative a Roma. Nessun finto clima amichevole, nessun pranzo o cocktail, rari abboccamenti informali; ma una lunga, paziente serie di incontri formali, attorno a un tavolo a ferro di cavallo, tra rappresentanti di fazioni in guerra che poco per volta imparano a fidarsi l’una dell’altra e infine trovano un accordo, importante e definitivo al punto dall’essere considerato alla stregua di legge costituzionale. La conferma di quanto Paglia e Riccardi sostengono: la pace non arriva dall’alto ma nasce dentro di noi, presuppone un cambiamento interiore, la comprensione delle esigenze altrui, l’adattamento a una realtà che non sarà mai pienamente come la si era vagheggiata ma può rivelarsi migliore, perché prevede la convivenza e il compromesso con le ragioni del nemico di un tempo. Ecco poi l’Algeria. Una guerra civile sanguinosissima, che Sant’Egidio non può fermare pur riuscendo a riunire allo stesso tavolo i fondamentalisti del Fis e i detentori del potere del Fronte di liberazione nazionale, per una trattativa malvista dal governo in carica. Sui muri di Algeri si scrive «viva la pace, viva Sant’Egidio», il primo ministro chiude la campagna elettorale gridando: «Viva la pace, abbasso Sant’Egidio». Il saggio racconta poi gli accordi in Burundi, il processo di pace in Liberia, lo sforzo in Costa d’Avorio, il lavoro in Albania, l’accordo Milosevic-Rugova per il Kosovo, il caso guatemalteco e le grandi campagne contro l’Aids e per la moratoria Onu sulla pena di morte. E inserisce il lavoro di Sant’Egidio nel quadro più vasto della comunità internazionale e della grande speranza dell’ 89, vanificata dagli avvenimenti successivi. Vent’anni fa, il crollo del Muro poneva le premesse per l’unificazione dell’Europa, apriva all’Occidente le porte di Mosca, consentiva il crollo dell’apartheid in Sudafrica, lasciava intravedere la fine delle guerre combattute nel Terzo Mondo per conto delle due grandi potenze militari. La prima dell’ 89, vanificata dagli avvenimenti successivi. Vent’anni fa, il crollo del Muro poneva le premesse per l’unificazione dell’Europa, apriva all’Occidente le porte di Mosca, consentiva il crollo dell’apartheid in Sudafrica, lasciava intravedere la fine delle guerre combattute nel Terzo Mondo per conto delle due grandi potenze militari. La prima guerra del Golfo vedeva formarsi una coalizione di eserciti arabi, guidati dagli americani, per cacciare Saddam da un territorio arabo invaso, e poneva le basi per una svolta in Medio Oriente. Due anni dopo, gli accordi di Oslo sancivano una stagione irripetibile. Francis Fukuyama parlava di «fine della storia» , e veniva preso sul serio. Oggi si può concludere che la grande occasione non è stata colta. Il focolaio mediorientale è tutt’altro che spento, anzi viene alimentato dalla questione iraniana. L’Africa è ancora in bilico tra la rinascita economica e democratica e il riaccendersi delle guerre civili ed etniche. Il disastro delle guerre di Bush – che peraltro quando venne a Roma andò a visitare proprio Sant’Egidio – è universalmente riconosciuto, tranne che dai suoi patetici sostenitori italiani (se è per questo, la messinscena dell’Aquila ha mostrato che siamo rimasti gli unici anche a credere al simulacro del G8, per tutto il mondo sostituito dal G20). Le istituzioni sovranazionali, scavalcate per dieci anni, faticano a riprendere il passo dei tempi. In un simile quadro, possono giocare un ruolo inaspettato gli enti non governativi e in particolare le comunità cristiane. La fascetta sulla copertina di Fare pace cita una formula coniata da Igor Man per definire Sant’Egidio: «L’Onu di Trastevere». Due parole in cui c’è tutto: l’afflato universale e le radici locali, l’attenzione al mondo e quella ai poveri (ce ne sono ancora, pure a Trastevere, che nel frattempo da quartiere popolare è divenuto prima luogo del turismo e ora specchietto per giapponesi). C’è ancora un’anima, nel cuore di Roma. E ora c’è un libro che ne racconta la storia.

Sant’Egidio, diplomazia dei poveriultima modifica: 2010-12-20T16:40:17+01:00da borgosotto
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