Il mio ricordo di padre Barbieri

di Roberto Beretta | 21 dicembre 2010 http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=249

Voleva «cambiare il mondo», nel Sessantotto come adesso: semplicemente, aveva continuato la sua ricerca e si era ritagliato quel ruolo un po’ solitario di elemosinatore.

Me lo ricordo come uno che sembrava essersi «riciclato» alla perfezione, mantenendo lo stesso metodo ma per due scopi molto diversi – diversi almeno ideologicamente.

La prima volta l’avevo incontrato per un’intervista nel corso delle mie ricerche sul «Sessantotto cattolico»: avevo saputo infatti che padre Vincenzo Barbieri, gesuita anomalo, era stato a modo suo sulle barricate roventi dell’Isolotto di Firenze, la comunità religiosa che tanto rumore aveva fatto in quell’epoca e poi si era risolta nella clamorosa protesta della Messa in piazza, continuata per decenni. Così ero andato a raccogliere la sua testimonianza.
Poi l’avevo riconosciuto fuori da un teatro milanese, mentre – con l’immancabile basco e la tonaca ultra-sdrucita – arringava gentilmente ma armato di megafono il pubblico in uscita dopo lo spettacolo, affinché offrisse qualche denaro ai suoi progetti di sostegno per i bambini del terzo mondo. Il parallelo giornalistico era scattato fin troppo facilmente: dalle proteste di piazza alla carità, sempre col medesimo strumento.

L’altro giorno padre Barbieri è morto a Milano, a 79 anni, e Coopi – l’organizzazione non governativa di cui era stato fondatore, oggi uno dei più fiorenti gruppi di volontariato internazionale italiano – gli ha voluto dedicare un bel saluto a tutta pagina su alcuni quotidiani: «Ciao padre Barbieri», e a fianco la sua foto di «profeta» serio e barbuto, un velo di tristezza non compresa negli occhi: «Ci hai insegnato a non fregarcene, ci hai aperto gli occhi di fronte alle necessità del mondo e ci hai spiegato anche come si può aiutare. Non importa se una goccia alla volta».

Ricordo che davanti a me il religioso era stato autocritico, quando narrava della sua esperienza di «contestatore»: non nascondeva quanto di utopico, esagerato e anche sbagliato c’era stato nel suo passato sessantottino – che del resto aveva pagato anche con notevoli difficoltà con i superiori. Ma lo faceva guardando avanti, quasi stupito che la sua storia interessasse a qualcuno; non sembrava «pentito» (almeno nel senso revisionista che a volte si dà al termine), ma nemmeno nostalgico.

Voleva «cambiare il mondo», prima come adesso: semplicemente, aveva  continuato la sua ricerca e si era ritagliato quel ruolo un po’ solitario di elemosinatore; si potrebbe dire che aveva messo il suo know how da agitatore pubblico al servizio di una nuova missione… In fondo, e con una certa dose di ironia, continuava a fare ciò che i vari Capanna &C. avevano fatto nel Sessantotto: questi ultimi lanciando le uova sulle signore impellicciate alla prima della Scala, lui turbando in conto terzi le coscienze dei milanesi che uscivano da teatro. Per questo lo ricordo con affetto anch’io: «Ciao, padre Barbieri».

Il mio ricordo di padre Barbieriultima modifica: 2010-12-22T10:48:11+01:00da borgosotto
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