Pio XII, il nazismo, la Shoah e la “leggenda nera”

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Restando sul tema delle accuse a Pio XII, ripropongo due testi  pubblicati recentemente  da “L’Osservatore Romano”  

Quando «L’Osservatore della Domenica» smontò sul nascere il caso Pio XII

Il tempo svela le menzogne

Nel 2011 si celebra il centocinquantesimo anniversario del nostro giornale. Pubblichiamo uno dei saggi contenuti nel volume Singolarissimo giornale. I 150 anni dell’«Osservatore Romano» (a cura di Antonio Zanardi Landi e Giovanni Maria Vian, Torino, Allemandi & C., 2010, pagine 283, euro 30) promosso dall’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede.

Il caso Pio XII trae origine dalla rappresentazione, il 20 febbraio 1963 a Berlino Ovest al teatro «Frei Volksbühne» (trasferito da Berlino Est dove era stato chiuso), del dramma Der Stellvertreter del giovane e sconosciuto autore Rolf Hochhuth, accompagnato dalla contemporanea pubblicazione dell’opera in volume, corredata da un’appendice, intitolata Delucidazioni storiche.
Tale appendice doveva fornire allo spettatore la certezza che le parti recitate dai vari attori non erano frutto della fantasia o del genio creativo dell’autore, ma nascevano e trovavano il loro fondamento in libri di storia, diari, memorie, testimonianze postume e atti del processo di Norimberga. Essa era pertanto composta dalla riproduzione di brani, frasi, opinioni, tratte da questo materiale, e scelte in modo che risultassero utili a dare un fondamento «storico» alla sua opera.Tutta questa fatica a quale scopo reale? Ce lo dice, nel suo stile a volte contorto, lo stesso autore nella conclusione delle sue delucidazioni storiche: dimostrare, attraverso la triste vicenda della persecuzione agli ebrei nella Germania nazionalsocialista, cui il Papa non avrebbe pubblicamente reagito (i cosiddetti silenzi di Pio XII), che questo Pontefice, defunto ormai da cinque anni, non meritava in modo assoluto di essere beatificato.

Egli scrive infatti: «Senza dubbio Pio XII deve aver intuito che una protesta contro Hitler, come disse rassegnato Reinhold Schneider, avrebbe risollevato la Chiesa a un livello mai raggiunto dopo il Medioevo. L’avrebbe intuito, se si fosse dato la briga di rifletterci. Se qui, nel dramma, il suo silenzio appare come una cosciente rinuncia, dolorosamente estorta (…) i fatti storici, purtroppo, parlano di un diverso e più meschino linguaggio. Questo Papa non può aver tremato e sofferto nel profondo del proprio cuore per le persecuzioni degli innocenti che si sono susseguite per tanti anni in Europa. Già i suoi discorsi — ne ha lasciati 22 volumi — dimostrano quali bagatelle lo impegnassero in quei tempi. Non era un “colpevole per ragioni di Stato”, era un neutrale, un arrivista zelantissimo che impiegava spesso le sue ore con passatempi inopportuni mentre il mondo oppresso (scrive Bernard Wall) si aspettava invano da lui la parola che illumina e conforta».
E nelle ultime righe, quasi in senso fintamente assolutorio degli addetti ai campi di sterminio protagonisti dell’ultimo atto, ma anche chiaramente allusivo, si pone degli interrogativi moralistici: «È chiaro che le grandi personalità, quelle che fanno la storia, sono poche in ogni epoca. Ma allora, fino a che punto chi resta neutrale può essere considerato colpevole? E ancora: che cosa ci si può aspettare da un neutrale se il servizio militare obbligatorio o altre leggi analoghe lo precipitano in situazioni di cui può aver ragione solo un santo, non un uomo normale? Il rifiuto all’obbedienza, per esempio, chi può permettersi di esigerlo da un uomo che, dopo la comunione, non ha più sentito, nemmeno una volta, il bisogno di meditare sul Bene e sul Male?».
Questo violento attacco contro un probabile processo di beatificazione di Pio XII non fu immediatamente percepito dai molti commentatori dell’opera di Rolf Hochhuth, che si concentrarono a parlare dei «silenzi» di Pio XII, per sostenere la tesi che, se il Pontefice avesse pubblicamente condannato la strage degli ebrei, la Shoah, se non proprio evitata, sarebbe stata almeno contenuta, ottenendo il risultato di risparmiare centinaia di migliaia di vite umane.
A sostenere questa tesi si cimentarono pubblicisti di varia estrazione e persino qualcuno che, almeno per professione, se non per produzione, poteva definirsi storico. Il caso Pio XII toccò in Italia il suo culmine quando un professore ordinario di lingua e letteratura francese, Carlo Bo, rettore dell’università di Urbino e famoso intellettuale di estrazione cattolica, sostenne, con la sua autorità, la validità storica dell’accusa. Scriveva il professor Bo nella prefazione alla traduzione italiana, intitolata Il Vicario: «Lo scrittore per poter far questo processo generale non si è limitato a giocar di polemica o a servirsi di ideologie ma ha cercato di documentarsi e il dramma si presenta appunto con tutta una appendice di riferimenti e indicazioni. Naturalmente la documentazione che Hochhuth ha potuto allegare è una documentazione imperfetta, dal momento che l’accesso a certi archivi gli è stato negato. Ad ogni modo quello che ha potuto scoprire è sufficiente per dare al suo dramma un piedistallo di credibilità che, del resto, è suffragata da quello che ognuno di noi sa ormai da molti anni, da quando la fine della guerra ha lasciato intravedere il volto mostruoso dell’uomo diventato macchina di morte e di distruzione».
E così proseguiva: «Hochhuth indica i responsabili diretti che appartengono alla politica, all’esercito, all’industria e porta sulla scena quelli che, a suo giudizio, sono se non proprio i responsabili indiretti, i complici passivi della vergogna nazista e fra questi la figura più alta per l’impegno morale della sua carica, Pio XII».
E più avanti concludeva: «Un Papa che misura il suo silenzio è un Papa che si adatta a una società che da troppo tempo è stata abituata a non tenere conto della verità del Vangelo e che ha lasciato crescere l’erba degli interessi immediati sul tronco stesso dell’uomo».
Resta da dire, per completare l’esposizione del caso Pio XII, che quanto scritto da Carlo Bo era condiviso o, meglio, rispecchiava l’opinione di una precisa corrente dei cattolici italiani, soprattutto di quelli impegnati in politica quali autorevoli membri del loro partito, che rimproveravano a Pio XII non i silenzi, ma la politica anticomunista da lui seguita nel dopoguerra, ed erano quindi anch’essi contrari all’avvio di un processo di beatificazione di Papa Pacelli, che sarebbe venuto a incrinare le loro prospettive politiche.
E passiamo al giornale della Santa Sede di fronte al caso Pio XII. «L’Osservatore Romano della Domenica» del 28 giugno 1964 uscì con il titolo Il Papa ieri e oggi, spiegato alla fine dell’ultima pagina da una nota redazionale firmata dal direttore, il giornalista Enrico Zuppi. In essa Zuppi spiegava che la composizione di quel numero, in certo senso speciale per un settimanale illustrato, era stata decisa, molto affrettatamente, «solo per la monotona insistenza di una polemica scorretta e sostanzialmente rivolta a colpire non tanto gli uomini quanto la vitalità della Chiesa. (…) Abbiamo sentito ridestarsi — con la veemenza di un tempo — l’amore riconoscente verso il Pontefice dei nostri anni più impegnati e più densi di sofferenze, di timori, di speranze e di incertezze, soprattutto nei primi passi di un nuovo corso dei tempi».
Per molti anziani, proseguiva la nota, «la presente documentazione può sembrare superflua», poiché «hanno ancora nel sangue la febbre di quei giorni», e anche perché «ci è stato detto: la storia lascia cadere le stagionali polemiche, violente che siano. La storia macera inesorabilmente le menzogne, gli errori, ripetuti in malafede per fini contingenti, le aberrazioni di chi cerca di costituirsi un alibi».
Tutto questo è vero, osservava Zuppi, «ma le scadenze della storia si misurano con decenni e la pazienza dei secoli, ora ci sono i giovani che propendono nella eresia che la storia va interpretata, che giudicano il passato con un distacco e una freddezza che ci fanno soffrire perché offendono quello che ieri ci è costato lacrime e sangue». Oltre questi giovani, concludeva la nota, «ci sono poi gli sprovveduti di senso critico, gli impressionabili, i deboli che subiscono le suggestive insinuazioni che si imprimono nella molle cera della loro intelligenza».
Per tutti questi destinatari quel numero dell’«Osservatore della Domenica» raccoglieva in ottanta pagine, appunto sul Papa ieri e oggi, una serie di testimonianze che, a differenza di quelle inserite nelle delucidazioni storiche di Hochhuth, non consistevano in frasi staccate dal contesto con la tecnica eufemisticamente chiamata, dagli storici revisionisti americani, delle serial quotations, ma erano brevi testimonianze, responsabilmente scritte e firmate dai loro autori, a eccezione della prima, costituita dalla riproduzione del brano di un discorso tenuto nel 1960 ad Assisi da Giovanni Battista Montini, allora arcivescovo di Milano. Perché mai questa eccezione? Non si sfugge alla conclusione che Montini abbia voluto dare il suo imprimatur a quel numero dell’«Osservatore della Domenica», che usciva esattamente un anno dopo la sua ascesa al soglio pontificio con il nome di Paolo VI.
Nelle ottanta pagine della rivista si succedevano testimonianze e scritti su Eugenio Pacelli, dalla Prima guerra mondiale alla conclusione della Seconda. Insomma, una panoramica quasi completa di quanto egli aveva detto e fatto, in tanti momenti cruciali, in particolare nel campo dell’assistenza morale e materiale a quanti ne avevano bisogno durante l’ultimo conflitto mondiale. Non sono in grado di citarli tutti per motivi di spazio. Mi limiterò a ricordarne solo alcuni che a me personalmente sono apparsi molto significativi per contenuto o per firma.
Padre Angelo Martini ricordava Pacelli messo di pace di Benedetto XV, e padre Georges Jarliot trattava il tema della pace, estendendo il discorso sino alla scomparsa di Pio XII, per concludere che, dai suoi atti, «abbiamo disponibili tutti gli elementi di Pacem in terris: chiara, maestosa e popolare sintesi che Giovanni XXIII lascerà al mondo prima di morire».
Ricordo poi lo scritto di Luigi Salvatorelli intitolato Il Pontificato romano di fronte alle due guerre e ai regimi totalitari, e quello di padre Robert Leiber sul Concordato con la Germania stipulato dal cardinale Pacelli. Ma ciò che più mi ha colpito, per il periodo prebellico, è stata la nota redazionale sulla preparazione della Mit brennender sorge, l’enciclica del 1937 di condanna del nazionalsocialismo (che nessuno dei critici ha mai menzionato), con la riproduzione di un brano di essa recante le correzioni di mano di Pacelli sulla bozza dattiloscritta. Due scritti, di Giuseppe De Marchi e di Gianluca André, riportavano il lettore agli eventi della vigilia della Seconda guerra mondiale, premessa del «monito estremo» di Pio XII del 24 agosto 1939 per scongiurarla. Il direttore dell’«Osservatore Romano», Raimondo Manzini, scriveva sul tentativo di Pio XII «ancora nel 1943 di trarre l’Italia dal disastro» e Piero Bargellini, nell’unica testimonianza polemica, scriveva su «la pretesa di voler insegnare al Vicario di Cristo come Egli debba parlare e come Egli debba agire», che è «tipica di coloro che non lo vogliono né ascoltare né seguire».
Con toni meno polemici toccava lo stesso tema Federico Alessandrini, illustrando quanto Pio XII aveva detto e fatto «per la dignità dell’uomo e per la libertà dei popoli». E Wladimir d’Ormesson sottolineava poi il carattere strumentale della polemica sollevata dal Vicario. A lui si affiancava sullo stesso argomento padre Riquet, un reduce dai campi di concentramento tedeschi.
Tra gli scritti che mi hanno più interessato cito ancora quello di Giuseppe Dalla Torre, che è la ripubblicazione di un suo articolo sul diritto di asilo, significativo perché è del 1943; e la testimonianza dell’israeliano Pinchas Lapide sull’azione svolta dal Papa in favore degli ebrei, tema che trattano anche il rabbino capo di Roma, Elio Toaff, e Raffaele Cantoni, Presidente del Comitato di Assistenza per gli ebrei d’Italia.
Il contributo del Cantoni, come la rivista chiariva nel titolo, era la riproduzione del suo intervento alla tavola rotonda organizzata dai laureati cattolici di Roma sul problema delle persecuzioni razziali. A essa era intervenuto anche il professor Mario Toscano, invitato da quelli di loro che l’avevano conosciuto all’università come storico serio e rigoroso, con una relazione intitolata La Santa Sede e le vittime del nazismo, anch’essa trasmessa alla rivista, che la pubblicava a fianco di quella del Cantoni.
Il contributo di Toscano non era quindi una testimonianza, come quasi tutti gli altri scritti precedentemente ricordati. Era una relazione scientifica su quel tema basata sul materiale pubblicato nelle raccolte diplomatiche tedesca, italiana e statunitense, negli atti del processo di Norimberga ai grandi criminali nazisti, nella raccolta documentaria presentata a quel processo dal procuratore statunitense, e infine sulla documentazione in argomento pubblicata in due numeri della «Civiltà Cattolica» del 1961.
Sono in grado di fare queste precisazioni perché ho ritrovato l’originale manoscritto di quella relazione, che è più esteso del testo pubblicato, tagliato in alcuni punti per esigenze di impaginazione e privato delle note indicanti le fonti. Peccato, perché, corredato da queste e nel suo testo integrale, sarebbe risultato un modello esemplare di relazione scientifica, nella quale non era naturalmente trascurato il problema dei «silenzi di Pio XII».
Non è questo il luogo per riprodurla nella versione originale. Basti citarne l’ultima frase. Scriveva Toscano: «Per concludere, pur non potendosi esprimere un giudizio definitivo su questi silenzi, che tuttavia sembrano spiegabili proprio per le ragioni addotte dallo stesso Pontefice nel suo discorso del 2 giugno 1943, richiedendosi un maggior approfondimento del problema sui documenti, si può invece fin da ora considerare positivamente, per i suoi risultati, l’azione svolta dalla Santa Sede nei confronti delle vittime del nazismo».
Affidandomi l’originale della sua relazione, il professor Toscano mi riferì che essa aveva trovato un larghissimo consenso nella discussione e che egli, nelle conclusioni del dibattito, aveva tenuto a sottolineare come, a suo giudizio, il miglior modo per controbattere le polemiche e provare l’infondatezza delle accuse rivolte a Pio XII sarebbe stato la pubblicazione dei documenti della Santa Sede sul periodo bellico.
Sia che Papa Montini abbia preso in considerazione tale suggerimento sia che già per suo conto si fosse orientato in questo senso, pur conscio che si trattava di cosa senza precedenti in quanto avrebbe contenuto materiale riguardante personalmente lui stesso essendo stato sostituto del cardinale Maglione alla Segreteria di Stato e, dopo la morte di questi, prosegretario di Stato per gli affari straordinari, certo è che Paolo VI decise di far pubblicare una grande raccolta documentaria sulla Santa Sede e la Seconda guerra mondiale iniziando dall’elezione, di soli sei mesi anteriore, del cardinale Pacelli al pontificato.
Questa decisione fu rapidamente attuata. Già nel dicembre del 1965 usciva il primo volume degli Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale. Nell’Avant-propos — il francese è la lingua di edizione, ma tutti i documenti sono pubblicati nella loro lingua originale — i tre curatori gesuiti (Pierre Blet, Angelo Martini e Burkhard Schneider, cui si aggiunse dal terzo volume un altro confratello, padre Robert Graham), ricordato che «per favorire una ricerca obiettiva e una vera comprensione degli eventi, un certo numero di Stati hanno fatto eccezione alla regola che mantiene segreti i documenti diplomatici finché non siano trascorsi cinquant’anni», scrivevano: «La Santa Sede ha voluto parimenti dare alla conoscenza della seconda guerra mondiale il contributo degli archivi vaticani. La presente collezione, che è scaturita da questa decisione, ha per tema la Santa Sede e la seconda guerra mondiale. Intende pubblicare tutti i documenti in grado di chiarire la posizione e l’azione del Vaticano di fronte al conflitto».
Quanto al tipo di documentazione pubblicato, i curatori avvertivano che essa era raggruppabile in cinque categorie: i messaggi e i discorsi del Papa (con molti originali in facsimile); le lettere scambiate fra il Papa e i dignitari civili ed ecclesiastici; le note di servizio e quelle private della Segreteria di Stato; la corrispondenza tra la Segreteria di Stato e i nunzi, gli internunzi e i delegati apostolici; le note scambiate tra la Segreteria di Stato e gli ambasciatori e ministri accreditati presso la Santa Sede.
E questa è la suddivisione temporale e per argomento di tale materiale. I volumi i (1965) e iv (1967) hanno come sottotitolo Le Saint Siège et la guerre en Europe e comprendono la documentazione relativa al periodo tra il marzo del 1939 e il giugno del 1941. Il volume ii (1966) contiene le lettere di Pio XII ai vescovi tedeschi, mentre il III (1967), in due tomi, è dedicato alla documentazione relativa alla Santa Sede di fronte alla situazione religiosa in Polonia e nei paesi baltici. I volumi v (1969), VII (1973) e xi (1989) hanno per sottotitolo Le Saint Siège et la guerre mondiale e contengono quindi il materiale generale delle categorie su indicate per il periodo tra il giugno del 1941 e il maggio del 1945. Infine, i volumi vi (1972), VIII (1974), ix (1975) e x (1980) contengono la documentazione di ciò che la Santa Sede ha detto e fatto per les victimes de la guerre dal marzo del 1939 al luglio del 1945.
Come appare dalle date di pubblicazione di ciascun volume, Papa Montini non riuscì a vedere pubblicati, durante il suo pontificato, tutti gli undici volumi di questa grande raccolta, ricca di più di cinquemila atti e documenti.
Ma da quelle date si può anche osservare che, quando ebbero visto la luce i primi quattro, Papa Montini dette inizio, il 18 ottobre 1967, al processo per la causa di beatificazione di Pio XII. La pubblicazione in corso permetteva infatti di smentire, più che ampiamente, le accuse a lui rivolte e, in misura anche superiore, il «piedistallo di credibilità» su cui era costruito il dramma di Hochhuth, confermando la piena validità delle testimonianze presentate dall’«Osservatore della Domenica» del 24 ottobre 1964.
Da allora la fioritura di scritti polemici cominciò ad attenuarsi, fino a cessare quasi del tutto. Non si ebbe invece una parallela crescita degli studi basati anche su quella documentazione. Perché mai? Costava forse troppa fatica studiare quella massa di materiale, o forse la sua utilizzazione portava a conclusioni poco gradite da talune correnti storiografiche anche di ispirazione cattolica? Non vado oltre questi mesti interrogativi. Mi pare però opportuno ricordare che, dopo una mia relazione del 1983 su Pio XII e la politica internazionale, fondata su tale documentazione, da questa sono derivati due ottimi studi, l’uno su Pio XII e l’Italia durante la Seconda guerra mondiale, e l’altro su Pio XII e la Polonia (1939-1945), che sono un’eccellente dimostrazione di quanto questa fonte sia utile per fare storia sul periodo bellico.
Nonostante il limitato profitto tratto dagli studiosi dall’ingente quantità di materiale messa a loro disposizione dagli Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale per poter meglio conoscere almeno un periodo della vita pastorale di Pio XII, quello che era apparso il più controverso, la causa di beatificazione di quel Pontefice proseguì, sia pure a ritmi forse più lenti del consueto, e venne a incrociarsi con la politica orientale della Santa Sede, la cosiddetta Ostpolitik, mirante ad alleviare le difficilissime condizioni in cui viveva la Chiesa nei paesi dell’Europa orientale al di là del «sipario di ferro», quella correntemente chiamata la «Chiesa del silenzio».
Tale politica era stata avviata da Papa Giovanni XXIII — quell’Angelo Roncalli che di Pio XII era stato vicino collaboratore quale delegato apostolico o nunzio in Grecia, Turchia e Francia — negli ultimi mesi di vita, mentre era in pieno svolgimento il concilio Vaticano II. Era stata poi proseguita da Papa Montini, non solo stretto collaboratore di Pio XII fino al 1954, ma anche suo vero erede spirituale, con le missioni affidate all’intelligenza e alla pazienza di monsignor Agostino Casaroli. E aveva infine dato i suoi copiosi frutti con l’elezione al soglio pontificio, nell’ottobre del 1978, del polacco Karol Wojtyla, che di quella politica doveva poi pagare personalmente il successo con l’attentato subito il 13 maggio 1981.
La successiva crisi, dalla metà degli anni Ottanta, del sistema comunista e la sua definitiva scomparsa, avvenuta ufficialmente il 31 dicembre 1991, non per effetto di sconfitte militari ma per cause interne di natura ideologica, politica ed economica che ne avevano determinato il fallimento, ha anche fatto del tutto svanire l’accusa di anticomunismo che era stata mossa a Pio XII per il suo atteggiamento verso il mondo orientale nella seconda parte del suo pontificato, del tutto coerente con l’enciclica Divini redemptoris di condanna del comunismo, coeva della già citata Mit brennender sorge.
Dal tempo del Vicario tanti anni sono trascorsi, tanti eventi e tanti documenti hanno smentito la tesi del suo autore. Tuttavia, di quel «piedistallo di credibilità» restava la convenienza, in specie per una parte del mondo tedesco, di liberarsi della responsabilità dell’olocausto, scaricandola sulle spalle di Pio XII per via dei suoi cosiddetti silenzi. Occorreva dunque far conoscere meglio il personaggio, in forma semplice e da tutti comprensibile e non attraverso ponderosi studi o astruse biografie.
È quello che ha fatto Benedetto XVI, accogliendo e promuovendo l’iniziativa del Pontificio Comitato di Scienze Storiche che, in occasione del cinquantesimo della sua scomparsa, ha allestito una mostra fotografica su Pio XII, che, attraverso le immagini, corredate da brevi testi illustrativi, ha fornito un quadro, direi vivente, dell’uomo e del suo pontificato. Per il visitatore che avesse voluto conservare precisa memoria di quanto visto, il Comitato ha predisposto un catalogo comprendente tutti i «pannelli» esposti e brevi scritti che sintetizzano gli aspetti fondamentali della sua vita pastorale. La mostra si è aperta il 4 novembre 2008 in Vaticano, nel cosiddetto Braccio di Carlo Magno del colonnato di San Pietro. Con il catalogo interamente tradotto in tedesco e con l’aggiunta di altri due testi illustrativi aventi per tema specifico l’uno Der Nuntius, die Deutschen und der Papst e l’altro Papst Pius XII und Berlin, la mostra è stata poi trasferita, all’inizio del 2009, a Berlino e a Monaco di Baviera, incontrando anche qui grande favore.
Il 19 dicembre 2009 Benedetto XVI ha concluso positivamente con suo decreto la causa di beatificazione di Pio XII. Tale conclusione è naturalmente dispiaciuta agli oppositori, che hanno dato sfogo al loro malumore cercando di riportare in scena Il Vicario per rilanciare la polemica sui silenzi di Pio XII.
Lo hanno fatto in teatri minori e con giovani attori, fornendo in tal modo, senza rendersene conto, una ulteriore testimonianza della sconfitta subita.
Nessuna eco ha infatti suscitato questo improvvisato tentativo di revival.
Questa breve esposizione mirante a inquadrare storicamente il contributo dato dal quotidiano della Santa Sede nella vicenda del Vicario ha qui naturalmente termine. Come conclusione mi pare si possa ben dire che il numero dell’«Osservatore della Domenica» del 24 ottobre 1964 non solo ha rappresentato una significativa svolta della vicenda, ma è stato anche foriero di tanti importanti sviluppi.
  Pietro Pastorelli
(©L’Osservatore Romano – 7/8 gennaio 2011)




Il cardinale Eugenio Pacelli e la preparazione dell’enciclica «Mit brennender Sorge» (14 marzo 1937)

Quell’inequivocabile atto di accusa al Terzo Reich

«Le gouvernement pontifical sous Pie xi: pratiques romaines et gestion de l’universel» è il titolo del seminario internazionale che si svolgerà il 14 e il 15 gennaio all’École française de Rome. Anticipiamo quasi integralmente una delle relazioni in programma.

Lo scritto pontificio «sulle condizioni della Chiesa cattolica nel Reich germanico» (Mit brennender Sorge, 14 marzo 1937) venne introdotto in Germania all’insaputa degli organi di sorveglianza e controllo dello Stato, riprodotto in molte copie e distribuito capillarmente ai parroci; questi ne diedero pubblica lettura ai cattolici tedeschi il 21 marzo 1937, domenica delle Palme, dai pulpiti delle chiese e in molti casi ne consegnarono ai fedeli una copia scritta da portare a casa.
Il segretario di Stato Eugenio Pacelli nel suo studioL’operazione ordita in segreto dalla Santa Sede allo scopo di far conoscere in Germania un testo dottrinario del Pontefice diretto contro il regime nazionalsocialista — peraltro l’enciclica non era stata scritta in latino ma, cosa assai insolita, in lingua tedesca — ebbe pieno successo: la lettera scoppiò «come una bomba», per usare le parole di un «osservatore francese».
L’enciclica Mit brennender Sorge non era altro che una condanna generalizzata dei fondamenti ideologici del nazionalsocialismo e della sua prassi di gestione del potere, espressa dal capo supremo della Chiesa cattolica.
Quali furono le tappe che portarono alla sua pubblicazione?
Sin dagli anni Sessanta del Novecento, la storiografia ha preso in esame sulla base di atti e documenti la storia della genesi in senso stretto dell’enciclica Mit brennender Sorge; tra i pionieri della ricerca in questo campo vanno ricordati i padri gesuiti Angelo Martini e Ludwig Volk, che già all’epoca avevano avuto accesso alle fonti documentarie vaticane. Decisive per lo stato attuale delle conoscenze sulla genesi dell’enciclica risultano inoltre le annotazioni del cardinale Michael von Faulhaber in merito ai colloqui che i vescovi tedeschi intrattennero a Roma nel gennaio del 1937 con il segretario di Stato Eugenio Pacelli e lo stesso Papa Pio XI. Gli atti della Santa Sede relativi al pontificato di Pio XI (1922-1939) sono stati resi accessibili a tutti gli studiosi nel febbraio del 2003 e nel settembre del 2006. Tra questi, i faldoni della serie «Germania», posizione 719, fascicoli 312-321, custoditi presso l’archivio della Segreteria di Stato, si dimostrano di particolare importanza per la storia della genesi dell’enciclica.
Il 21 dicembre 1936 Pacelli invitò i tre cardinali tedeschi Adolf Bertram (Breslavia), Karl Joseph Schulte (Colonia), Michael von Faulhaber (Monaco di Baviera) e i vescovi Konrad von Preysing (Berlino) e Clemens August von Galen (Münster) a recarsi a Roma nei primi giorni del gennaio 1937 per «valutare con rapidità» e prendere «decisioni» pertinenti «riguardo agli sviluppi della situazione religiosa in Germania nel suo complesso» e al «suo evidente peggioramento». Pacelli scriveva che «leggi e provvedimenti profondamente invasivi (…) avevano creato una situazione i cui effetti, senza un intervento tempestivo e unitario dei venerabili vescovi, avrebbero potuto rivelarsi assai gravi». Nell’invito non si accennava all’idea di redigere un’enciclica.
Tuttavia i vescovi tedeschi avevano pregato Pio XI di esprimere apertamente e pubblicamente la sua opinione in merito nel loro tradizionale indirizzo di fedeltà e omaggio al Pontefice proclamato in occasione della conferenza episcopale di Fulda dell’agosto 1936. Inoltre, la scelta di invitare a Roma determinati vescovi era di per sé un sintomo della decisione pontificia di redigere una lettera pastorale: era ben rappresentato il gruppo dei vescovi propensi a inaugurare un corso improntato al confronto attivo con il regime nazionalsocialista (Galen, Preysing, tendenzialmente anche Faulhaber e Schulte); del gruppo di vescovi che prediligevano la via diplomatica era invece presente il solo Bertram. Il cardinale di Breslavia aveva tentato invano di far convocare a Roma anche monsignor Wilhelm Berning, il vescovo di Osnabrück che negli anni precedenti aveva guidato la delegazione incaricata di trattare con gli esponenti del regime e che operava in linea con la cosiddetta «politica delle petizioni», atteggiamento caro anche a Bertram.
Nel corso dei colloqui a cui presero parte i cinque vescovi giunti a Roma (prima il 15 e il 16 gennaio 1937 con Pacelli, infine il 17 gennaio al capezzale del Pontefice già gravemente malato), si concretizzò rapidamente l’idea che il Pontefice dovesse prendere pubblicamente la parola in merito alla situazione tedesca. Fu Pacelli ad affrontare per primo l’argomento nel colloquio del 16 gennaio. Stando agli appunti di Faulhaber, il segretario di Stato si mostrava sempre più propenso a redigere «una lettera pastorale indirizzata ai tedeschi e ai cattolici di lingua tedesca (…) che scenda in mezzo al popolo, che non sollevi polemiche e forse eviti persino di nominare la Germania o il bolscevismo, ogni frase un dogma, che sia il più autorevole possibile e valga anche per il futuro».
Le fonti non permettono di stabilire fino a che punto il Pontefice e il segretario di Stato avessero concordato di tenere quella linea. I protocolli redatti da Pacelli in merito alle sue udienze dal Papa non riportano note significative sulla genesi dell’enciclica. D’altra parte è noto che già il 19 novembre 1936, Pio XI aveva dichiarato all’assessore del Sant’Uffizio di volersi impegnare personalmente in un’iniziativa volta a condannare le eresie dell’epoca: nazionalsocialismo, comunismo e razzismo. Dunque il Papa, il segretario di Stato e i vescovi tedeschi erano concordi sulla necessità di un intervento pontificio.
Gli aspetti ancora controversi riguardavano invece le conseguenze che avrebbe avuto lo scritto papale, nonché gli atti da far seguire a quell’intervento: in modo particolare, non era chiaro come bisognasse reagire al disprezzo mostrato dai nazionalsocialisti verso il concordato tra Santa Sede e Reich germanico e alle continue violazioni degli accordi.
In merito, il cardinale Schulte (Colonia) aveva portato a Roma un documento di base redatto probabilmente da Emmerich David, suo vicario generale nella diocesi di Colonia, in cui, dopo la dettagliata disamina dei pro e dei contro, si sconsigliava di annullare il concordato.
«Non è detto che denunciando il concordato la situazione non potrebbe ulteriormente peggiorare rispetto a ora. Infatti: 1) i provvedimenti che violano al momento il concordato si inasprirebbero se i loro autori non si sentissero frenati dagli accordi concordatari. — 2) Finché resta in vigore il concordato, i diritti primari della Chiesa non verranno certamente toccati, nel timore di urtare la coscienza internazionale; dopo la revoca degli accordi concordatari lo stato totalitario potrebbe rivendicare formalmente il diritto a intervenire in tal senso. — 3) Finché la Chiesa non denuncia il concordato, dando allo Stato motivo per dichiarare rotti gli accordi da parte vaticana, neppure lo Stato può legittimamente annullarlo; in tal modo, e in caso di mutate condizioni, la Chiesa potrà in futuro far valere a pieno titolo i propri diritti sulla base degli accordi stipulati».
In ogni caso, pur riconoscendosi in questa posizione, tra le opzioni da porre all’ordine del giorno Schulte contemplava anche la «possibilità» di annullare il concordato. Ma a una domanda diretta postagli in merito dal Papa, che tra tutti i partecipanti alla riunione era il più propenso a denunciare gli accordi concordatari, il cardinale sconsigliò di compiere quel passo che, disse, avrebbe solo peggiorato le cose.
Anche Pacelli propendeva per quella ipotesi: malgrado le delusioni, non respinse mai l’idea che non fosse compito della Chiesa precludere la via alla trattativa, una via che per la Santa Sede era essenzialmente aperta. Partendo da quella posizione — che non va intesa come disponibilità a scendere a compromessi con il nazionalsocialismo — il segretario di Stato si chiedeva se la lettera pastorale del Pontefice non avrebbe fornito ai nazionalsocialisti un motivo per denunciare loro stessi il concordato.
Infine, la scelta unanime cadde sulla lettera pontificia, da redigere seguendo le indicazioni di Schulte, le cui alternative erano conformi sia alle idee di Pio XI che di Pacelli: «1) Solenne rifiuto delle eresie patrocinate oggi in Germania, formulato con chiarezza secondo il magistero della Chiesa (…) ma senza nominare né il partito, né il regime (…) 2) Rifiuto esplicito del nazionalsocialismo come sistema». Faulhaber concordava con quella posizione, pertanto era chiaro quale dovesse essere il tenore di fondo dell’enciclica: «La lettera pastorale del Santo Padre non può essere polemica. Non bisogna nominare né il partito, né il nazionalsocialismo, ma tenere un tono dogmatico, pacato, facendo però riferimento alla reale situazione tedesca».
Su incarico di Pacelli, Faulhaber stilò la bozza della lettera pastorale tra il 18 e il 21 gennaio nel Pontificio Collegio Teutonico di Santa Maria dell’Anima e la consegnò al segretario di Stato con mandato di usarla e rielaborarla a piacimento. Stando a quanto scrisse nella lettera di accompagnamento alla bozza, il cardinale aveva «omesso i toni polemici, limitandosi a fare delle allusioni», e dunque non aveva dato motivo al regime di «annullare il concordato».
Fu Pacelli, all’indomani della partenza dei vescovi tedeschi, a metter mano alla bozza redatta da Faulhaber, rielaborando il testo e facendone l’enciclica pontificia; probabilmente fu coadiuvato dal suo segretario particolare, il gesuita tedesco Robert Leiber, e dal prelato Ludwig Kaas, l’ex presidente del Centro cattolico che viveva «in esilio» a Roma dall’aprile del 1933: profondi conoscitori della situazione della Chiesa in Germania, avevano avuto entrambi parte attiva nelle importanti decisioni prese dal segretario di Stato sin da 1933. Il Pontefice diede alcune personali indicazioni per la terza e ultima fase redazionale del testo, per poi approvare la versione definitiva.
Pacelli accolse nel complesso i contenuti proposti da Faulhaber così come la struttura della sua bozza, che tuttavia ampliò in alcuni punti fondamentali. Ne attenuò il tono allusivo e rese alcuni passaggi più forti e penetranti, conferendo all’enciclica il suo carattere combattivo, la natura di atto d’accusa, di dura condanna della politica del regime nazista verso la Chiesa. Dai documenti della Segreteria di Stato emerge inoltre che anche la Curia generalizia dei gesuiti, nella persona del generale dell’ordine, il padre polacco Wladimir Ledóchowski, partecipò alla redazione definitiva del testo. Il gesuita contribuì a sintetizzare l’importante paragrafo formulato da Pacelli sul concetto di diritto naturale secondo il dogma della Chiesa e sul rifiuto che ne derivava dell’assioma nazionalsocialista: «giusto è ciò che giova al popolo». Il segretario di Stato cancellò dunque il testo che aveva scritto in un primo tempo, agli occhi di Ledóchowski «molto difficile e articolato», per sostituirlo con la formula proposta dal generale dell’ordine.
Con un brano introduttivo non presente nella bozza di Faulhaber, Pacelli inquadrò l’enciclica nel contesto degli avvenimenti politici che si erano susseguiti sin dal 1933, riallacciandosi in tal modo al concordato: «Quando Noi, Venerabili Fratelli, nell’estate del 1933, a richiesta del governo del Reich, accettammo di riprendere le trattative per un Concordato (…) e addivenimmo così ad un solenne accordo, che riuscì di soddisfazione a voi tutti, fummo mossi dalla doverosa sollecitudine di tutelare la libertà della missione salvifica della Chiesa in Germania e di assicurare la salute delle anime ad essa affidate, e in pari tempo dal sincero desiderio di rendere un servizio d’interesse capitale al pacifico sviluppo e al benessere del popolo tedesco. Nonostante molte e gravi preoccupazioni, pervenimmo allora, non senza sforzo, alla determinazione di non negare il Nostro consenso. Volevamo (…) dimostrare col fatto, a tutti, che Noi, cercando solo Cristo e ciò che appartiene a Cristo, non rifiutiamo ad alcuno, se egli stesso non la respinga, la mano pacifica della Madre Chiesa. Se l’albero di pace, da Noi piantato in terra tedesca con puro intento, non ha prodotto i frutti, da Noi bramati nell’interesse del vostro popolo, non ci sarà alcuno al mondo intero, che abbia occhi per vedere e orecchi per sentire, il quale potrà dire ancor oggi la colpa essere della Chiesa e del suo Capo Supremo. L’esperienza degli anni trascorsi mette in luce le responsabilità, e svela macchinazioni, che già dal principio non si proposero altro scopo se non una lotta fino all’annientamento».
Questa digressione sulla recente politica ecclesiastica verso la Germania nazista portava Pacelli a concludere che i tentativi della Chiesa di arrivare a un modus vivendi con il governo tedesco basato sugli impegni concordatari erano falliti. Con queste parole il segretario di Stato indicava al contempo quali fossero gli scopi e le ambizioni dell’enciclica: la lettera segnava una cesura nella condotta della Santa Sede, dopo che i mezzi consueti della politica non erano riusciti a raggiungere il fine prefissato. Con parole straordinariamente chiare e comprensibili, il testo descriveva inoltre l’atteggiamento di fondo del regime tedesco verso la Chiesa, il quale, scriveva Pacelli, aveva mirato fin dall’inizio a condurre una «lotta fino all’annientamento». Mit brennender Sorge rappresenta dunque un punto di svolta nella politica vaticana: ed è l’enciclica stessa a stabilire fin dal principio questa linea interpretativa.
Volendo riassumere i punti salienti dell’enciclica e della sua genesi si può affermare che Mit brennender Sorge non si presenta come un evento isolato, bensì è la logica conseguenza della politica della Santa Sede verso la Germania nazista sin dal 1933. Questa evoluzione — di cui testimoniano anche i risultati degli studi più recenti condotti sul corpus degli atti vaticani finora inaccessibili — presuppone di distinguere tra due linee d’azione: 1) una diplomatica, promossa e sostenuta dalla Segreteria di Stato vaticana sotto il cardinale Pacelli allo scopo di garantire sul lungo periodo la vita della Chiesa nella nuova Germania in tutte le sue forme; 2) una dottrinaria e ideologica, patrocinata dal Sant’Uffizio, la più alta autorità della Santa Sede deputata alla tutela del magistero cattolico, allo scopo di definire la posizione dogmatica della Chiesa nei confronti di un’ideologia neopagana e anticristiana.
La prima linea d’azione generò nel segretario di Stato fin dall’estate del 1936 la convinzione che la via dei patti concordatari intrapresa nel 1933, la via dei negoziati e delle lettere di protesta fatte pervenire al governo del Reich, non avrebbero portato più a niente; la seconda linea d’azione sfociò nella preghiera che il Sant’Uffizio rivolse al Papa nel novembre del 1936 perché questi — il Santo Padre in persona — si esprimesse pubblicamente in merito. Le due linee di condotta confluirono nell’invito rivolto ai vescovi tedeschi di recarsi a Roma nel dicembre del 1936 per discutere sull’atteggiamento da tenere in futuro verso il nazionalsocialismo.
La scelta di redigere una lettera pontificia scaturì dunque da un complesso gioco di scambi tra i protagonisti della politica curiale — Papa e segretario di Stato — e gli esponenti più in vista dell’episcopato tedesco.
Pacelli fu responsabile sia della forma, sia del contenuto dell’enciclica: fu lui, sulla base della bozza predisposta da Faulhaber e con il sostegno e l’aiuto di molti consiglieri come Leiber, Kaas e Ledóchowski, a determinarne il tenore accusatorio. Il suo ruolo di primo piano si dovette senza dubbio al fatto che Pio XI era limitato nell’attività dalla grave malattia che lo aveva colpito. D’altra parte tra Pontefice e segretario di Stato esisteva un’intesa di fondo, e Pio XI aveva una fiducia granitica nella capacità di giudizio di Pacelli, in particolare in merito alla Germania. Le parole del segretario di Stato erano dunque in sintonia con la volontà papale.
D’altronde, nel testo dell’enciclica è dato cogliere anche tratti di quell’assurdo atteggiamento diplomatico, di quell’estrema cautela che caratterizzava il contegno più generale di Pacelli verso la Germania nazista. Benché l’enciclica stigmatizzi risolutamente l’ideologia e la prassi di governo del nazionalsocialismo in quanto nemici del cristianesimo e quindi dell’essere umano, in nessun passo leggiamo esplicitamente le parole «nazionalsocialismo» o «nazionalsocialistico»; Adolfo Wildt, «Pio XI» (1926) nel testo ci si limita a parlare di «governanti», di «autorità responsabili» o più semplicemente dell’«altra parte».
Nel caso dell’enciclica questa genericità, questo «parlare in senso figurato» si devono chiaramente all’esplicita volontà dei vescovi tedeschi di non offrire ai detentori del potere nella Germania nazista pretesti per denunciare il concordato. D’altra parte, quelle parole «figurate» erano talmente chiare che furono comprese molto bene — lo dimostra la brutale reazione del regime che seguì alla lettura dell’enciclica la domenica delle Palme (perquisizioni, sequestri, arresti, chiusura forzata di tipografie e redazioni di riviste cattoliche).
Se tuttavia il regime nazista non arrivò ad annullare unilateralmente il concordato, non fu perché nel testo dell’enciclica non veniva mai citato direttamente il «nazionalsocialismo». A quanto pare i governanti volevano evitare per ragioni tattiche lo scandalo diplomatico mondiale che avrebbe comportato la rescissione di un trattato di diritto internazionale

Pio XII, il nazismo, la Shoah e la “leggenda nera”ultima modifica: 2011-01-21T12:15:44+01:00da borgosotto
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