Gli ottant’anni di Camillo Ruini. Un piccolo bilancio

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http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/02/19/gli-ottantanni-di-camillo-ruini-un-piccolo-bilancio/

Gli anni più bollenti degli ottanta che il cardinale Camillo Ruini ha compiuto il 19 febbraio sono quelli che ha passato alla Cei, al timone della Chiesa italiana. Oggi lui fa lo schivo, assegna il brevetto della rivoluzione al suo maestro Karol Wojtyla, dice che ad essa il papa polacco già lavorava e pensava quando lui, don Camillo, era solo un semisconosciuto professore di filosofia a Reggio Emilia. Ma quando a Loreto, nel 1985, Giovanni Paolo II affronta l’episcopato italiano e gli rovescia la direzione di marcia, l’esile prete emiliano sbuca dall’ombra e si rivela come il più acuto e fattivo timoniere della nuova rotta. L’anno dopo è segretario della Cei, e prima che ne diventi presidente e cardinale, in quei cinque anni di intesa diretta, a tratti quotidiana, con papa Wojtyla, dà il via al miracolo per il quale oggi la Chiesa italiana è guardata in Europa come un invidiabile modello di cristianesimo postmoderno.

L’eccezione italiana è il rovescio di quel cattolicesimo “adulto” che ama immergersi e perdersi nella città degli uomini, come lievito e sale di un mondo impastato da altri, un cattolicesimo che ascolta prima di parlare, che accoglie prima di giudicare. L’esito di questa avventura è sotto gli occhi di tutti in altre regioni d’Europa e del mondo, dove il vento della secolarizzazione ha fatto tabula rasa. Per Ruini, invece, la Chiesa deve avere “un ruolo guida e un’efficacia trainante”, come disse il suo maestro Wojtyla. Deve insegnare e praticare la “sacra militia”, assieme alla “sacra doctrina”. Deve essere Chiesa di popolo, con un linguaggio e una visibilità pubblici. Non deve aver paura di parlare a voce alta di Dio, con tutto quel che ne consegue, perché “con Lui o senza di Lui tutto cambia”.

Ruini è stato a lungo un’anomalia nel cattolicesimo politico italiano. Maritain e Mounier non li ha mai neppure citati. Il suo preferito è Tocqueville. Il suo ideale è una società libera e aperta in cui trovi spazio una Chiesa gagliarda. Il partito cattolico, la Dc, c’era prima di lui e quando è sparita non l’ha rimpianta. Per lui la Chiesa non deve agire tramite un proprio partito politico, perché in tal caso, come diceva Tocqueville, “essa aumenta il suo potere su alcuni ma perde la speranza di regnare su tutti”.

Quando parla da cittadino italiano, Ruini mette in testa al suo programma politico un rafforzamento dell’esecutivo, il mantenimento di un sistema elettorale maggioritario, l’attuazione del federalismo. Un partito cattolico non ha spazio in questo disegno. Ruini non prevede per i cattolici case separate, piccole o grandi che siano, ma vuole che dovunque vadano essi operino in conformità con la loro fede e con i comandamenti impressi dal Creatore nel cuore di ogni uomo. Gli avversari, fuori e dentro la Chiesa, lo accusano d’essere più politico che pastore. Ma allora devono spiegare perché l’ultimo “opus magnum” di Ruini battitore libero è stato un convegno internazionale su Dio. E il prossimo sarà un altro grande convegno su Gesù, quello stesso Gesù sul quale l’attuale papa, Joseph Ratzinger, addirittura sta pubblicando un libro in tre tomi. Cresciuto con Wojtyla, Ruini viaggia a meraviglia anche con il successore. Fosse divenuto suo segretario di stato, la formidabile accoppiata sarebbe entrata al volo nei libri di storia.

Gli ottant’anni di Camillo Ruini. Un piccolo bilancioultima modifica: 2011-02-19T15:52:21+01:00da borgosotto
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