Sulle «tifoserie» cattoliche italiane

di Roberto Beretta | 22 febbraio 2011 http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=328

Dicono convinzione per le proprie idee, fedeltà al proprio passato. Però, d’altra parte, contemplano pesantissimi difetti: per esempio un’attitudine alla polemica infinita.

Cattolici «tifosi», si diceva l’altra volta. Intendendo un’attitudine ­dei credenti italiani – evidente nelle scelte politiche – a schierarsi in modo passionale, sempre «pro» o «contro», senza il necessario distacco e nemmeno un certo scetticismo o persino sano «relativismo» – che permette poi, nel momento in cui balzino all’occhio i difetti o le controindicazioni della scelta iniziale, di voltare pagina, chiudere un capitolo e cominciarne un altro senza troppe nostalgie o rimpianti.

Anche questo è un tratto tipicamente «cattolico» della nostra italianità, fatta di contrapposti campanilismi (e campanile è per l’appunto un riferimento ecclesiale…) e «parrocchiette» che non si parlano. Certo: da una parte essere «tifosi» e passionali dice convinzione per le proprie idee, fedeltà al proprio passato, disposizione a considerare importanti anche gli aspetti immateriali o addirittura spirituali della vita… Però, d’altra parte, contempla pesantissimi difetti: per esempio un’attitudine alla polemica infinita, la difficoltà di valutare oggettivamente situazioni e fatti, una scarsa propensione al cambiamento, la tendenza a fidarsi molto dell’immagine esteriore, e così via.

Niente di male: ognuno ha il proprio carattere, e nessuno è privo di difetti. Quello che non va bene è semmai non conoscerlo abbastanza, in modo tale da non saper agire sui lati deboli per compensarli con adeguati rimedi o azioni di contenimento. È qui che – passando dal campo civile a quello religioso – mi pare che la Chiesa italiana non faccia a sufficienza, tra l’altro proprio nel decennio che ha dedicato all’educare. Allineo qualche esempio.

Se la religiosità italiana è sempre stata devozionale, passionale, appunto «da tifosi», perché la Chiesa – che ne è ben consapevole – sembra tuttora promuovere lo straordinario e il miracolistico ben più volentieri dello spirito critico e dell’educazione a scavare nel profondo per cogliere l’essenziale? Solo perché Medjugorie e padre Pio attirano le folle e riempiono le chiese?

Se siamo naturalmente portati a valutare il passato e l’immagine esteriore, perché nella liturgia – e spesso soprattutto i giovani preti! – si sta tornando esattamente al «tradizionalismo», al trionfalismo e allo sfarzo pomposo?

Se la tendenza alla sottomissione passiva e la scarsità di coraggio sono difetti nazionali, come mai tutto nelle nostre parrocchie è ancora organizzato su modelli molto gerarchici e clericali, dove il popolo è sempre e soltanto gregge?

Se come popolo non brilliamo certo per indipendenza di giudizio e rigore di coscienza, perché la predicazione indulge ancora moltissimo (e nel post-concilio ancor di più) sul «volemose bbene», mentre la catechesi ­ad ogni livello ­ si risolve in un’infarinatura che non affronta i problemi scottanti e non lascia traccia nel profondo?

Si potrebbe continuare. Ma l’idea dovrebbe essere ormai chiara: pur mantenendo lo spirito dell’«et et» cattolico, bisognerebbe insistere anzitutto sui lati deboli del carattere, e non al contrario secondarli (magari allo scopo di ottenere maggior successo, seguendo il vento che tira!). Qualunque genitore lo sa: se dà caramelle al figlio goloso lo conquista facilmente, però poi ne deve curare il mal di pancia… Ma la Chiesa, «maestra di vita», vuole davvero educare gli italiani a costo di rendersi impopolare, oppure preferisce garantirsene il consenso ancora per un po’?

Sulle «tifoserie» cattoliche italianeultima modifica: 2011-02-22T17:20:15+01:00da borgosotto
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