Il sottile confine tra conflitti giusti o ingiusti

di Armando Torno, Corriere della sera, 21.3.11

Da Agostino a von Clausewitz, l’Occidente laico e cattolico si interroga sulla possibilità di rendere accettabile l’uso della violenza. 

C’è una guerra giusta? O tutto ciò che necessita di violenza è ingiusto? Al di là di ogni risposta possibile, è il caso di ricordare che le ragioni e le obiezioni hanno la stessa età dell’uomo. Nel primo conflitto del Golfo si diffuse il concetto di «bombe intelligenti» e nel 2002 il presidente George W. Bush parlò di «guerra preventiva», ma questi termini non erano nuovi: li utilizzò Joseph Goebbels nel 1940 e ’41 per i bombardamenti su Londra – «soltanto» dove c’erano arsenali – e per l’attacco alla Russia, sferrato per prevenire l’offensiva di Stalin. Due millenni di cristianesimo hanno posto in luce mille argomentazioni, ma è certo che nel 1947 il cardinale Alfredo Ottaviani, da taluni chiamato «il carabiniere della fede», nella terza edizione delle sue Institutiones iuris publici ecclesiastici inserì un nuovo paragrafo dal titolo «Bellum omnino interdicendum», ovvero «La guerra va vietata del tutto». Questo non chiuse la questione, tanto che Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, ricorda che il tirannicidio – fortunata idea dei gesuiti – venne ancora accettato nella Populorum progressio, l’enciclica di Paolo VI del 1967: si può capire una insurrezione rivoluzionaria «nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del Paese».

Del resto, Agostino nella Città di Dio ammette che la Chiesa possa usare la forza «per ricondurre al proprio seno i figli che essa ha perduti». Insomma, è lecita una costrizione al bene; e dove c’è guerra con ingiustizia e oppressione il cristiano può ristabilire la pace ricorrendo alla violenza. Anche Martin Lutero non si allontanò da tali concezioni. Nello scritto Contro le saccheggiatrici e assassine bande di contadini l’ex monaco esorta i principi tedeschi alla repressione di quei delinquenti, da «scannare come cani arrabbiati». Giovanni Reale, filosofo credente, sottolinea: «La guerra di per sé è un male, ma talvolta è una difesa necessaria. Lo è non tanto per l’individuo singolo, ma nel caso ci siano dei popoli e un tiranno, il quale considera proprietà sua personale uno Stato di cui dovrebbe essere il tutore». Precisa: «Sovente per difendere se stesso questo tiranno attacca i sudditi: allora la guerra è socialmente giustificata, giacché evita un male che colpisce la maggioranza per ottenere il contrario» . Infine: «Quando c’è concordia tra gli Stati come nel caso attuale e, come ora, si sono registrate titubanza, attesa e ripensamenti, significa che non è una guerra improvvisata e a suo modo è giustificata; o, quanto meno, le ragioni sono state correttamente valutate». Il filosofo Emanuele Severino, invece, propone una lettura di metodo: «La distinzione tra giusto e ingiusto presuppone che l’etica, soprattutto quella tradizionale, sia viva. Ma poiché ci troviamo nel tempo in cui la crisi della verità porta con sé la crisi dell’etica, ne viene che “guerra giusta” può essere soltanto quella vincente. Il problema si sposta a questo punto sul significato della parola “vincere”». Ma l’ultima osservazione contiene una problematica complessa, con la quale si misurano non poche opinioni attuali. D’altra parte, Niccolò Machiavelli nelle Istorie fiorentine ne aveva messo a nudo una parte sostanziosa: «Coloro che vincono, in qualunque modo vincano, mai non ne riportano vergogna». Monsignor Paglia, dopo l’osservazione fatta, confida: «Ogni guerra è una sconfitta. È una sconfitta della ragione che mostra il suo fallimento. Le armi sono più forti delle parole» . Poi, riprendendo il filo dell’attualità: «Nel caso libico, e non solo, non possiamo non esaminare i comportamenti scorretti del passato che hanno indebolito la ragione: c’è quindi bisogno di un serio esame di coscienza. Non si doveva forse intervenire prima? I ritardi non complicano la situazione?». Vi è dell’altro. Il vescovo tocca nervi scoperti partendo da una riflessione della sapienza rabbinica: «Subito dopo l’uscita dal Mar Rosso, gli ebrei cantarono vittoria e gli angeli, udendo quegli inni di gioia, si avvicinarono a Dio chiedendo di parteciparvi. Ma Dio disse: “Come posso esultare mentre alcuni miei figli sono travolti dal mare?”». E poi Vincenzo Paglia non dimentica il costo umano: «Non si può non essere preoccupati delle sorti dei civili e della cura dei feriti». Anche Giovanni Reale: «Occorre vedere come si fa la guerra. Questo richiederebbe ulteriori approfondimenti; comunque, anche in tal caso, si dovrebbe usare lo stretto necessario, il minimo possibile. Che diventa dal punto di vista del valore il massimo». Aristotele afferma nella Politica – e lo riprese in altre opere – che la guerra è strumento al servizio della pace, rampognando le potenze militariste come Sparta. Per von Clausewitz è «una continuazione della politica con altri mezzi», mentre lo spagnolo Francisco de Vitoria nel De iure belli (1539) impostò la problematica della guerra giusta in termini ancora utili. Tito Livio ne intuì la natura: «Bellum se ipse alet», ovvero «La guerra nutre se stessa» (Ab urbe condita, XXXIV, 9); forse per questo la giusta e l’ingiusta a volte si confondono. Ma è altresì vero che molta filosofia moderna non si pose il problema e preferì lasciarlo alla teologia. Il socialista Proudhon vi vedeva un «fatto divino» e l’influente Hegel aveva insegnato – nelle lezioni di filosofia del diritto – che essa è un bene, giacché conserva la «salute etica dei popoli», utile come lo spirare dei venti che preserva il mare dalla putrefazione. Il futurista Marinetti aggiungerà che è «igiene del mondo». Ma, tra i possibili esempi, non va dimenticato l’acutissimo Hobbes: si accorse della complessa natura della guerra, giacché in essa legalizziamo quella violenza che ci giunge dalla natura. Dostoevskij risponderà disperato ne I demoni: «Gli uomini sono cattivi perché non si accorgono di essere buoni».

Il sottile confine tra conflitti giusti o ingiustiultima modifica: 2011-03-22T21:32:24+01:00da borgosotto
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