Benedetto XVI spiazzante

Dalle ultimissime parole sugli ebrei a quelle su Islam e costumi sessuali: Benedetto XVI appare spiazzante, ma il suo pontificato segue invece una trama precisa. Senza temere di risultare molto spesso politicamente scorretto

di Ignazio Ingrao, PANORAMA di giovedì 17 marzo 2011  

“Un pontificato che ci stupirà»: così titolava Panorama all’indomani dell’elezione di Benedetto XVI, il 19 aprile 2005. Il pastore tedesco, il timido ma inflessibile professore di teologia, braccio destro di Giovanni Paolo II, salito suo malgrado al soglio pontificio, si preparava infatti a raccogliere l’eredità del suo ingombrante predecessore in modo originalissimo e imprevedibile, prendendo in contropiede i suoi stessi sostenitori. Dal discorso di Ratisbona, il 12 settembre 2006, al nuovo libro su Gesù di Nazareth, in libreria dall’11 marzo, Joseph Ratzinger ha sfidato il «politicamente corretto» per concedersi «azzardi» inimmaginabili per chi conosce il suo temperamento prudente e riflessivo. La verità è che Benedetto XVI «è un autentico intellettuale postmoderno» osserva Vittorio Messori, che nel 1985 scrisse con Joseph Ratzinger Rapporto sulla fede, divenuto un best-seller mondiale. Un intellettuale fuori dagli schemi che vuole convincere, piuttosto che vincere nel dialogo con il mondo contemporaneo. La conferma arriva dal nuovo libro di Ratzinger, Gesù di Nazareth. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Resurrezione (Libreria editrice vaticana, 348 pagine, 20 euro), in cui il Papa indossa di nuovo i panni del professore di teologia per sgretolare una volta per tutte, con la forza dell’ esegesi storico-critica, il pregiudizio che per secoli ha diviso i cristiani dagli ebrei: la morte di Gesù non è imputabile al «popolo di Israele» bensì a una parte ristretta dell’aristocrazia del tempio di Gerusalemme che sosteneva Barabba. E quando il Vangelo di Matteo parla del sangue di Cristo che ricade sul popolo ebraico, Benedetto XVI non ha dubbi: non si tratta di una malèdizione bensì di un augurio di pace e riconciliazione, «il sangue di Gesù parla un’ altra lingua rispetto a quello di Abele: non chiede vendetta e punizione, ma è riconciliazione. Non è versato contro qualcuno, ma per molti, per tutti».

Il pontefice offre così il solido sostegno dell’analisi scientifica a uno dei cardini del dialogo tra gli ebrei e i cristiani, fissato dal Concilio Vaticano II con la dichiarazione «Nostra Aetate» del 1965: «Se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi né agli ebrei del nostro tempo». E scompagina le file dei tradizionalisti cattolici rimasti fermi alla condanna morale, senza appello, dei «perfidi giudei». Una sorpresa per chiunque ricordi lo scontro violento tra Benedetto XVI e il mondo ebraico, appena tre anni fa, a seguito della rielaborazione della «supplica del Venerdì santo» per il messale del rito antico in latino. Nel febbraio 2008 Ratzinger volle infatti riscrivere quell’orazione a beneficio di quanti desiderano celebrare i riti della Pasqua secondo la vecchia liturgia tridentina. Ma in essa mantenne, seppure con una nuova formulazione, la preghiera affinché «tutto Israele sia salvo». Un’offesa inaccettabile per le comunità ebraiche: pregare per la conversione degli ebrei al Cattolicesimo sarebbe un modo per riaffermare la superiorità dei cristiani sul popolo di Israele. L’irritazione degli ebrei in seguito alla pubblicazione di quella preghiera ha rischiato di paralizzare per mesi i rapporti con la Chiesa cattolica. Aggravati, appena un anno dopo, nel gennaio 2009, dalla decisione di Benedetto XVI di ritirare la scomunica ai quattro vescovi tradizionalisti lefebvriani, tra i quali il vescovo inglese Richard Williamson, dichiaratamente negazionista dell’Olocausto degli ebrei. Un altro «azzardo», compiuto dal Papa tedesco con l’obiettivo di riportare in comunione con la Chiesa le comunità cattoliche tradizionaliste che si separarono dopo il Concilio Vaticano II. Ma per sanare una ferita Ratzinger ne ha prodotta un’altra. E se ne rammarica al punto tale da decidere di compiere un gesto inusuale per un pontefice, un altro colpo di scena: una lettera indirizzata ai vescovi del mondo, pubblicata nel marzo 2009, con la quale chiede scusa per non essersi informato abbastanza sulle idee del vescovo Williamson e per non avere saputo spiegare adeguatamente le ragioni della remissione della scomunica. Benedetto XVI prende così, su di sé, tutta la responsabilità della crisi con gli ebrei e, ancora una volta, spiazza critici e sostenitori. I colpi di scena non sono finiti. Dopo il successo del viaggio in Israele nel maggio 2009 il Papa annuncia la visita alla sinagoga di Roma, il 17 gennaio 2010. Un mese prima di quello storico appuntamento, ill9 dicembre 2009, Ratzinger proclama le «virtù eroiche» di Pio XII. Un’altra doccia fredda per le comunità ebraiche a causa del controverso giudizio storico sulla figura di papa Eugenio Pacelli accusato di eccessiva «prudenza diplomatica» nei confronti di Adolf Hitler e di non avere fatto abbastanza per fermare l’Olocausto. Tanto che il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, fatica non poco per riportare la calma nelle comunità ebraiche alla vigilia della visita, senza poter evitare che quel giorno si registrino alcune defezioni significative come gesto di protesta nei confronti del pontefice. Ora sono i tradizionalisti a essere presi in contropiede dal nuovo libro di Benedetto XVI, che va nella direzione di un dialogo limpido e convinto con gli ebrei. Un vero e proprio tabù per il mondo tradizionalista che invece non ha mai accettato di considerare gli ebrei come i «fratelli maggiori» dei cristiani. Tuttavia, non è solo nei confronti degli ebrei che il comportamento di Ratzinger si è rivelato, in questi sei anni di pontificato, imprevedibile e ricco di azzardi, almeno all’apparenza. Lo stesso è accaduto nel dialogo con i musulmani. Per oltre un anno, dalla sua elezione fino al viaggio in Germania nel settembre 2006, si può dire che Benedetto XVI non abbia mai pronunciato la parola Islam, come se il tema del dialogo con il mondo musulmano non esistesse. Quando finalmente affronta la questione, il Papa sceglie la chiave più rischiosa e deflagrante che mai ci si potesse aspettare. Nell’ambito di un articolato discorso sul rapporto tra fede e ragione, di fronte al corpo accademico dell’Università di Ratisbona, Ratzinger affronta la questione del rapporto tra l’Islam e l’uso della violenza e afferma, senza mezzi termini, che nessun dialogo è possibile se il mondo musulmano non ripudia la violenza. Dopo mesi e mesi di silenzio, all’indomani dell’anniversario degli attentati dell’11 settembre, il Papa sceglie il modo più «politicamente scorretto» per affrontare il dialogo con l’Islam. E il mondo musulmano si infiamma immediatamente, complici anche le deformazioni del discorso di Ratisbona compiute da alcuni mass media. Manifestazioni di protesta contro il Papa, dichiarazioni ufficiali, violenze e minacce contro i cristiani: la reazione alle parole di Benedetto XVI nei paesi islamici è rabbiosa e incontrollata. A Mogadiscio, in Somalia, estremisti islamici uccidono persino una religiosa italiana, suor Leonella Sgorbati, che aveva dedicato la sua vita ad assistere gli ammalati musulmani in ospedale. Per Ratzinger è uno shock: un brusco risveglio dopo il primo anno di pontificato che si era svolto senza particolari traumi e scosse. Chiede aiuto al nuovo segretario di Stato Tarcisio Bertone, convoca gli ambasciatori presso la Santa sede dei paesi musulmani per cercare di spiegarsi, organizza un viaggio in Turchia. Proprio a Istanbul, il 30 novembre 2006, il Papa visita la Moschea Blu, accompagnato dal Gran mufti Mustafa Cagrid, e compie un altro gesto che spiazza i fedeli e l’opinione pubblica: dinanzi al Mihrab della moschea, la nicchia rivolta verso la Mecca, Benedetto XVI si ferma in silenzio e in meditazione. In quel momento, conferma il portavoce, padre Federico Lombardi, «il pontefice ha certamente rivolto a Dio il suo pensiero». Così, appena tre mesi dopo il discorso che aveva lacerato il dialogo con l’Islam, Ratzinger compie un gesto che neppure Giovanni Paolo II aveva mai osato nelle sue visite in moschea: pregare. In tema di dialogo con le altre religioni, Benedetto XVI ora ha in serbo un altro evento clamoroso: a fine ottobre si recherà ad Assisi con i leader delle principali religioni del mondo per pregare peri la pace, a 25 anni dall’analogo incontro organizzato da Giovanni Paolo II nella città di san Francesco. Sorprende il fatto che nel 1986 fu proprio Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, a prendere le distanze dall’iniziativa di Karol Wojtyla: temeva un pericoloso «sincretismo» religioso con i capi di religioni diverse che pregavano insieme. Tanto che il «panzerkardinal» rifiutò persino di recarsi ad Assisi per l’incontro. Ora che è diventato Papa, di fronte al dramma sempre attuale delle guerre nel mondo, Ratzinger avverte l’esigenza di una preghiera comune per la pace e chiama di nuovo a raccolta le religioni del mondo. Si eviteranno certamente gli eccessi di alcune cerimonie compiute nel 1986 ad Assisi (i sacrifici di animali compiuti sull’altare di santa Chiara o le danze dei pellerossa in chiesa), ma il Papa tornerà a scommettere sul dialogo, fuori dagli schemi tradizionali; e per i conservatori della Chiesa cattolica sarà l’ennesima doccia fredda. Così come lo sono state alcune dichiarazioni di Benedetto XVI nel suo recente libro-intervista con Peter Seewald Luce del mondo (Libreria editrice vaticana): il Papa ha autorizzato l’uso del preservativo per proteggere il partner nel caso della prostituzione. Parole che sembrano contraddire radicalmente quanto dichiarato dallo stesso Pontefice nel marzo 2009, quando, in volo verso il Camerun, Ratzinger disse invece che «la distribuzione dei preservativi» in Africa non risolve il problema dell’aids, anzi i condom «al contrario aumentano il problema», mentre l’unica strada efficace sarebbe quella della castità e fedeltà. Affermazioni che crearono un caso internazionale, oscurando quasi completamente il resto della visita di Benedetto XVI in quel continente. Un papa che contraddice se stesso? Poco diplomatico? Oppure incapace di valutare l’effetto delle sue parole nel villaggio globale? Nulla di tutto questo. Piuttosto Ratzinger si conferma un candido intellettuale impolitico a cui stanno a cuore la verità e la radicalità del messaggio cristiano, non le sue conseguenze in termini di potere odi popolarità. «Non si comprende il pontificato di Benedetto XVI se non si tiene conto che è un pontificato anzitutto pedagogico» spiega il portavoce Lombardi. Per Ratzinger l’urgenza di riproporre il messaggio cristiano a un mondo smarrito viene prima delle necessità del governo della Chiesa o delle convenienze diplomatiche. La verità è unica ma presenta aspetti diversi nel mutare delle situazioni: perciò il dialogo con gli ebrei può andare di pari passo con la preghiera per la loro conversione. l’amicizia con i musulmani non esime dal condannare il ricorso alla violenza nell’Islam e l’autorizzazione all’uso del condom in caso di prostituzione non solleva dal raccomandare il valore più grande della fedeltà. In realtà, il vero azzardo di Benedetto XVI è contenuto nel programma del suo pontificato: coniugare la fede con la ragione. senza accettare compromessi. Gli esiti non sono mai scontati. E i primi a sentirsi spiazzati sono proprio i «ratzingeriani» che pretendono di rinchiudere il Papa professore in poche formule (tradizionalista, conservatore, moralista…) ma vengono continuamente presi in contropiede dal Ratzinger in carne e ossa.

Benedetto XVI spiazzanteultima modifica: 2011-03-24T20:11:32+01:00da borgosotto
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