Il monito di Tettamanzi: gli ingiusti si facciano giudicare

di Paolo Foschini, Corriere della Sera, 18.4.11

L’arcivescovo di Milano: “Viviamo tempi paradossali” 

Milano – «Perché molti agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni?». Nell’omelia manca la parola «Berlusconi», è vero, ma il severo riferimento all’attualità su cui il cardinale Dionigi Tettamanzi ha innestato ieri il suo commento al vangelo delle Palme non avrebbe potuto essere più limpido. Non è mancato niente: la giustizia, la guerra, l’immigrazione, la povertà. Temi che appartengono alla Chiesa da sempre, si dirà. Ma che poche volte come ieri, richiamati all’inizio della settimana liturgica più «sociale» dell’anno – quella in cui Gesù entra a Gerusalemme acclamato come un re, ma non casualmente a dorso di un asino – hanno assunto la valenza di altrettanti moniti più espliciti e diretti che mai. La conferma di quanto l’arcivescovo di Milano ne fosse consapevole ancor prima di pronunciarli sta nella premessa con la quale, davanti ai settemila fedeli che ieri mattina riempivano il Duomo tra cui centinaia di disabili dell’Unitalsi, ha aperto la propria omelia: «Viviamo oggi in una situazione storica – ha detto – fatta di giorni che potremmo definire perlomeno “strani”, e che i più dotti direbbero addirittura “giorni paradossali”. Per molte e diverse motivazioni».

A cominciare dall’attitudine se non ormai abitudine, ha proseguito, a non chiamare più le cose col loro nome. E via con gli esempi, primo tra tutti il concetto di missione di pace nelle sue declinazioni più varie: «Per stare all’attualità – si è chiesto retoricamente il cardinale – perché ci sono uomini che fanno la guerra ma non vogliono si definiscano come “guerra”le loro decisioni, le scelte e le azioni violente?». Quindi l’immigrazione, i profughi, le frontiere. Un tasto sul quale non solo Tettamanzi individualmente ma tutti e dieci i vescovi della Lombardia, in verità, già lunedì scorso avevano picchiato in modo assai perentorio per richiamare i fedeli ai princìpi cristiani dell’accoglienza. Ma il tono col quale il cardinale ci è tornato sopra ieri è molto più esplicitamente politico che semplicemente sociale: «Perché – è la sua ulteriore domanda – tanti vivono arricchendosi sulle spalle dei Paesi poveri ma poi si rifiutano di accogliere coloro che fuggono dalla miseria e vengono da noi chiedendo di condividere un benessere costruito proprio sulla loro povertà?». Infine quella che una volta, in un contesto come questo, sarebbe stata trattata come la «questione morale» generica di sempre. E che invece mai come ieri – nel giorno del processo a Gesù, quello in cui persino il sovrano di un regno che «non è di questo mondo» accetta comunque di farsi giudicare dalla giustizia terrena di Pilato – anche dal pulpito del Duomo di Milano viene finalmente definita come questione giudiziaria: «Perché molti agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni?». Sono parole che a ben guardare, tra l’altro, nella parte prima della virgola conterrebbero già pure una sentenza. Ma che in realtà, come naturalmente sottolinea il cardinale appena poche righe dopo, interrogano sempre anche «ciascuno di noi» e in particolare quanti sono chiamati a esercitare un potere, di qualsiasi natura: «Interroghiamoci sempre – è stato il suo invito finale – sui nostri criteri per regnare. E ogni volta chiediamoci: cosa li caratterizza? La volontà di dominio subdolo, violento, superbo, oppure la disponibilità al servizio degli altri e del loro bene?».

QUESTIONE POLITICA E QUESTIONE MORALE

Per arginare il disincanto

 Avvenire, 19.4.11

C’è un clima diffuso di smarrimento e di sgomento nella stagione socio-politica che sta attraversando il nostro Paese. È un disagio che scaturisce da un cortocircuito tra politica e società, che dà luogo a una radicale questione morale. Da una parte c’è l’incalzare di problemi seri e impellenti, con cui siamo costretti a misurarci: la pressione massiccia di migranti dal Nord Africa ai nostri confini, le sfide della globalizzazione alla produttività delle imprese e alla sicurezza del lavoro, le sacche di disoccupazione e inoccupazione che, unite alla diminuzione dei poteri d’acquisto delle famiglie, allargano i cordoni della povertà, la crisi endemica e stagnante dell’amministrazione della giustizia, le insufficienze del welfare nel campo della sanità e della previdenza, il disagio del mondo della scuola e dell’università, l’incuria del patrimonio artistico e culturale, il problema delle scelte energetiche acuito dal disastro atomico di Fukushima, il prosperare delle ecomafie nel più ampio spettro della criminalità organizzata.

Dall’altra assistiamo a un avvitamento della politica su se stessa, indice di un distacco dalla società, vale a dire dalla gente, che dalla politica si aspetta risposte, contributi, progetti. E invece assiste, più sgomenta che indignata, a un dramma del vaniloquio e della rissa. Il vaniloquio dei talkshow televisivi e, purtroppo, ormai anche delle aule parlamentari, dove non si sa più che contenuti e attendibilità hanno le parole: politici che parlano tanto, ma comunicano poco, per deficit di una sintassi e di una semantica condivise. Ognuno arroccato sul proprio fortino di parte e di partito, incurante del tutto, dell’intero, dell’unum, della comunità; rinfacciandosi da sponde avverse le stesse accuse, le stesse ignavie, le stesse omissioni.

Tutti consapevoli delle deficienze e delle necessità del Paese, spietati anche nelle analisi, ma usate come schegge da rinfacciarsi contro, in una spirale di invettive senza assunzioni di responsabilità. Così il vaniloquio degenera in rissa, che trasforma la dialettica democratica in rancori, ostilità e tafferugli politici, a danno di quella solidarietà e cooperazione verso cui deve convergere ogni contesa e competizione democratica, soprattutto in presenza di emergenze nazionali. Il che pone in termini morali il problema politico.
 
Ciò significa che in tutto questo non è in gioco anzitutto e solo il prestigio e il credito di partito o di coalizione. È in gioco l’onestà e la rettitudine morale delle persone deputate alla rappresentanza politica e all’amministrazione della cosa pubblica. Così da non doversi misurare soltanto e prima di tutto con indici di gradimento e sondaggi demoscopici, che attivano risposte di strategia e interessi di partito; ma con criteri di onestà e rettitudine che attivano risposte di giustizia e vincoli morali. Criteri comandati in campo sociale e politico dal principio del bene comune: il bene della polis, di quel noi-tutti che individui, famiglie e gruppi intermedi formano unendosi in comunità politica. Per un politico la sensibilità morale è, insomma, doppiamente esigita. Non solo in quanto individuo in società, come un qualunque altro cittadino.

Ma in ragione della dimensione pubblica della sua persona e delle sue azioni, per cui le responsabilità non sono meramente penali, ma primariamente etiche (così da sussistere e permanere indipendentemente dalla loro eludibilità giudiziaria). Per questo la gente si aspetta dai politici non solo competenza e professionalità, ma coerenza e dirittura morale. Attesa che non va delusa. Ne va della credibilità della politica, di cui i politici devono farsi carico per uscire dallo stato confusionario in cui versa la politica e arginare il disincanto, la sfiducia e l’allontanamento della gente, dei giovani prima di tutto, dalla politica.

Mauro Cozzoli
Il monito di Tettamanzi: gli ingiusti si facciano giudicareultima modifica: 2011-04-19T11:27:40+02:00da borgosotto
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