Tettamanzi, i Papi e gli zingari

di Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 25.5.11

Paure e Vangelo 

«Io parlo del Vangelo», ha risposto Dionigi Tettamanzi a chi gli chiedeva di commentare l’attacco del Giornale, il quale l’accusa d’avere «quasi distrutto la diocesi» e di cercare ora coi suoi «compagni» di «distruggere anche la città». Quanto al rischio d’una «Zingaropoli», l’ha liquidata come una «boutade». Non gli piace, dice, «perché non corrisponde alla realtà». Scommettiamo? La polemica andrà avanti. Tanto più che Alessandro Sallusti, in un’intervista a Vanity Fair, attacca le «colombe», concordi in questi giorni ad attribuire la sconfitta al primo turno ai falchi, sostenendo che la sua è la linea dello stesso Cavaliere: «Se critichi il Giornale, che sostiene le posizioni di Berlusconi, critichi il capo del partito». L’editoriale sallustiano, bollato da Avvenire come «una cantonata gigantesca», si chiudeva chiedendo al cardinale di schierarsi in modo netto da una certa parte: «O ancora una volta, come già è successo su presepi, crocifissi, radici cristiane dell’Europa, i cattolici per sentirsi difesi e rappresentati devono aggrapparsi al Bossi e al suo Dio Po?». Il fatto è che su «Zingaropoli» Dionigi Tettamanzi ha le spalle larghe. Non solo perché, come spiega lui, si rifà al Vangelo. Ma perché sul tema la Chiesa, che pure viene da una lunga storia di diffidenze, ostilità e addirittura editti «contra li cingari» che scatenarono spaventosi pogrom contro i nomadi, ha preso da almeno mezzo secolo posizioni chiarissime. «I nostri valori sono gli stessi del pontificato di Giovanni Paolo II», disse il Cavaliere il 27 marzo 1995 ricordando la «vittoria mutilata» dell’anno prima. E da allora lo ha ripetuto molte volte. Dall’aprile 1996 («Forza Italia ha al primo posto i valori della nostra tradizione cristiana») fino alla vigilia di Natale del 2009: «I valori cristiani testimoniati dal Pontefice sono sempre presenti nell’azione del governo da me presieduto» . Ne è sicuro? Sulle cellule staminali o il fine vita può essere. Ma su «Zingaropoli» certamente no.

Sia chiaro, non sono in discussione la saggezza e la fermezza con cui devono essere gestiti i campi nomadi, né la sacrosanta pretesa che i rom rispettino le regole, ci mancherebbe altro: in una società come la nostra i campi sono un problema che va affrontato, come del resto hanno fatto anche molti sindaci non solo di destra ma anche di sinistra, col necessario pragmatismo. Ma la mancanza di rispetto che gronda da quell’invettiva e la scelta di cavalcare le paure additando un nemico sono un’altra faccenda. E qui la scelta è in conflitto con la posizione non tanto della «solita» Famiglia Cristiana ma di tre Papi. Cominciò Paolo VI, festeggiando il compleanno nel 1965 fra tremila rom, sinti, e kalé accolti in una tenuta della Santa Sede vicino a Pomezia: «Dovunque voi vi fermiate, siete considerati importuni ed estranei. E restate timidi e timorosi. Qui no. Qui siete bene accolti, siete attesi, salutati, festeggiati». Ma ad accelerare fu proprio quel Giovanni Paolo II che in questi giorni è stato beatificato a Roma in un tripudio di credenti convinti sia stato non solo un grande pontefice ma un santo. Fu lui, Karol Wojtyla, a beatificare il primo zingaro, Ceferino Giménez Malla detto «el Pelé», fucilato nel 1936 col rosario in mano nella guerra civile spagnola perché aveva difeso un sacerdote. Lui a chiedere perdono per le cacce all’uomo dei secoli passati e i silenzi e le timidezze sul «Porrajmos», l’olocausto per i nomadi nei lager nazisti: «I cristiani facciano mea culpa anche per le colpe commesse contro gli zingari» . Lui a spendere parole inequivocabili per chi si riconosce nel magistero della Chiesa: «Ogni essere umano deve venire considerato, amato e servito in quanto fratello di Cristo. Quando s’ignora questa relazione con il Salvatore, si apre la via alle umiliazioni e al disprezzo, che si cerca di legittimare con ingiuste discriminazioni». E ancora lui, Giovanni Paolo II, al IV Convegno Internazionale della Pastorale per gli Zingari del 1995, si rivolse ai rom scegliendo un paragone fastidiosissimo e urticante per i razzisti: «Cari zingari (…) anche il Signore fu costretto, nella sua vita terrena, a spostarsi da un luogo ad un altro. Egli, che diceva di sé di non avere dove posare il capo (cfr. Lc 9,58), vi guidi e porti a compimento ogni vostro impegno apostolico». Tutto nero su bianco, che ogni cristiano in cerca di risposte può consultare tra i documenti del sito www.vatican.va. Dove si trova un monito di papa Wojtyla agli «amministratori pubblici, le comunità ecclesiali, il volontariato, gli operatori della comunicazione sociale» perché «concordemente» si impegnino contro «nuove forme di rifiuto e di aggressività» affinché «tali deprecabili episodi siano prevenuti e si consolidi un clima sociale di tolleranza e di autentica solidarietà». Lo stesso Benedetto XVI, del resto, non si è discostato mai da questa linea. Anzi, negli Orientamenti per una pastorale degli zingari raccomanda ai fedeli di seguire una serie di indicazioni nei loro rapporti con questa popolazione «da secoli presente in terra tradizionalmente cristiana ma spesso emarginata, segnata dalla sofferenza, dalla discriminazione e spesso anche dalla persecuzione» a causa di una «visione del mondo» che «in una situazione di sedentarietà si ha difficoltà a comprendere» e si tira perciò addosso in molti Paesi «una incomprensione tenace, alimentata anche dalla mancata conoscenza delle caratteristiche e della storia zingare». La conclusione è sempre quella indicata da Giovanni Paolo II: piaccia o no a chi cavalca le paure e sostiene che «un conto sono le prediche, un altro la politica», quella dei rom è una «amata porzione del Popolo di Dio pellegrinante». E rivendicare i valori cristiani senza tener conto dell’opinione di questi tre papi non è poi così semplice…

Tettamanzi, i Papi e gli zingariultima modifica: 2011-05-25T15:05:03+02:00da borgosotto
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