Nuovo attacco del «Giornale» all’arcivescovo di Milano

5 giugno 2011, Avvenire, http://www.avvenire.it/Commenti/Quell’insolente+sguardo_201106050946534630000.htm

Quell’insolente sguardo come di guerra

 Venerdì mattina il Giornale ha raccontato sulla prima pagina dell’inserto milanese, ai suoi lettori ovviamente milanesi, della grande festa della fede cristiana che ha riunito a San Siro cinquantamila persone per l’incontro tra i cresimandi e l’Arcivescovo di Milano. Milano è grande, ma per quanto grande sia le cose importanti si sanno, e le notizie non possono essere trasformate facilmente nel loro contrario.Dunque, ecco spiegato anche sul Giornale – come su Avvenire – che il cardinale Dionigi Tettamanzi, incontrando i ragazzi, «ha tenuto il discorso ‘Capolavori di Dio, plasmati dallo Spirito’ incentrato sul racconto evangelico del Buon Samaritano». Testuale.

Perché racconto ai lettori di Avvenire quello che sanno già? Per sottoporre loro un nuovo stordente caso di capovolgimento e mistificazione della realtà gabellato per esercizio della professione giornalistica e del diritto di critica. Già, perché ieri mattina gli stessi lettori della medesima testata, ma in prima pagina e in edizione nazionale, hanno avuto il bis di un recente e incredibile attacco contro l’arcivescovo sferrato da una firma di peso.

Qualche giorno fa il direttore in persona, Alessandro Sallusti, stavolta (e – posso dirlo? – inaspettatamente) un ex direttore spesso veemente nella polemica, ma mai sguaiato, come Mario Giordano. Fatto sta che l’incontro dei cresimandi con il “loro” cardinale è diventato l’argomento centrale di una livorosa e a tratti letteralmente insolente ricostruzione che lo ha sfigurato in comizio politico, nel quale il rosso della porpora e quello delle bandiere comuniste si sarebbero fusi e confusi, e in culmine di un magistero presentato addirittura come nemico della fede cattolica. Una pagina di insensata enormità polemica, che potrebbe risultare ridicola se non esibisse una tragica e tristissima maliziosità. Resa ancor più palese dal motivo di quella sventagliata di falsità. Che risiederebbe nelle parole con le quali, a margine della festa, il Pastore della Chiesa ambrosiana aveva risposto a chi gli aveva chiesto della folla scesa in piazza per l’elezione a sindaco di Milano di Giuliano Pisapia.

Aveva detto il cardinal Tettamanzi che «la gente in piazza non dovrebbe essere un’eccezione, ma la normalità» per «parlare» e «partecipare» alla vita della società. E aveva aggiunto – richiamando all’alba della nuova amministrazione milanese un appello lanciato a più riprese durante quelle precedenti – un invito alle istituzioni civili a «saper ascoltare» e a «entrare nel vivo dei problemi» in rapporto positivo con una società che «deve essere di stimolo con le sue istanze, le sue speranze e le sue risorse». Un discorso allarmante, certo. In senso letterale, perché teso a mobilitare tutti per il bene comune e a chiamare, ancora una volta, alla vita buona e alla buona amministrazione.

Poco prima, l’arcivescovo aveva chiuso l’incontro con i ragazzi prossimi alla Cresima suggerendo loro di meditare la pagina evangelica del Buon Samaritano sino a scoprirci dentro il «segreto della gioia». Potrebbe essere una buona e saggia riflessione anche per chi scrive sui giornali, e soprattutto sul Giornale, come se ogni volta partisse pieno d’ira per una guerra più che mai senza senso. Con la stessa pesantezza sul cuore e le stesse tenebre nello sguardo, senza capire più la realtà di cui pure si erge a paradossale paladino, dimostrandosi incapace di ascoltare e capire chi gli è cristianamente padre e maestro e finendo per perdere, con quello per la verità, anche il rispetto per se stesso.

m.t.
 

IL GIORNALE

Legittimo criticare il cardinale che fa politica e si schiera con Pisapia di Magdi Cristiano Allam

Legittimo il nostro intervento su Tettamanzi: si è schierato con Pisapia, un sindaco contrario ai dogmi della fede. È arrivato il momento di privilegiare l’amore per l’Italia e per gli italiani prima ancora di preoccuparci degli immigrati

 

Dobbiamo ringraziare Marco Tarquinio, il direttore dell’Avvenire, l’organo della Conferenza episcopale italiana, per aver ieri additato il Giornale come la voce che più di altre si eleva contro l’asse Pisapia-Tettamanzi. È stato il nostro Mario Giordano a denunciare come, anche nel recente raduno religioso di 50mila cresimandi nello stadio di San Siro, l’arcivescovo di Milano non abbia perso l’occasione per manifestare il suo sostegno politico al neosindaco, espressione della sinistra radicale favorevole all’aborto, all’eugenetica, all’eutanasia, ai matrimoni omosessuali, alla droga di Stato, ai centri sociali, alla megamoschea, ai privilegi ai rom e agli immigrati rispetto alle istanze dei cittadini milanesi. Fermo restando il nostro diritto alla libertà d’espressione anche su temi prettamente religiosi, è decisamente un nostro dovere intervenire, persino severamente, nel momento in cui il cardinale Tettamanzi dismette l’abito talare color rosso porpora per indossare quello del militante politico a sostegno di Pisapia come ha fatto prima, durante e dopo le elezioni amministrative. Non perché io la consideri un’indebita interferenza, essendo assolutamente favorevole alla presenza della voce della Chiesa nella sfera pubblica quale laico e non laicista. Personalmente, sin da quando ero ancora musulmano, ho difeso il Papa Benedetto XVI quando a Ratisbona e altrove ha manifestato dall’alto del suo magistero la verità in libertà, assumendo delle posizioni che hanno inequivocabilmente una valenza politica che va oltre l’ambito religioso, storico, culturale e sociale. Trovo pertanto di per sé sbagliato l’approccio del giornalista Tarquinio che vorrebbe mettere il bavaglio ai colleghi che criticano Tettamanzi. Mentre considero assolutamente legittimo il fatto che, nella sua veste di direttore dell’organo ufficiale della Cei, difenda le posizioni dell’arcivescovo di Milano, fermo restando il nostro diritto-dovere a considerare come non meno legittima la nostra critica, anche sferzante, per delle posizioni che non condividiamo nel merito e di cui ci rammarichiamo perché ci preoccupa il disorientamento che il cardinale crea tra i fedeli cattolici schierandosi dalla parte di un sindaco che incarna delle scelte in flagrante contraddizione con i dogmi della fede cristiana, a cominciare dalla sacralità della vita. Noi rivendichiamo il diritto-dovere a contestare l’asse Pisapia-Tettamanzi perché espressione di una concezione relativista della persona, della società,dell’identità e della fede che consideriamo dannosa al punto da farci precipitare nel suicidio della nostra civiltà. Consideriamo ad esempio il tema ripetutamente evocato dell’accoglienza degli immigrati additato come fulcro della proposta sociale sia di Pisapia sia di Tettamanzi. Ma veramente il capital-comunista Giuliano Pisapia e il cattorelativista Dionigi Tettamanzi sarebbero più «ospitali», nel senso di essere favorevoli all’accoglienza degli immigrati, più di quanto non lo siano il cattociellino Roberto Formigoni e il laico-leghista Roberto Maroni? Assolutamente no! La vera differenza, usando un’allegoria più che mai pertinente, è che dell’esortazione evangelica «Ama il prossimo tuo così come ami te stesso», il tandem Pisapia-Tettamanzi fa propria solo la prima parte «Ama il prossimo tuo» anche a scapito dell’amore per se stessi, mentre il tandem Formigoni-Maroni l’accetta nella sua integralità mettendo sullo stesso piano l’amore per il prossimo e l’amore per se stessi. Ebbene io dico che è arrivato il momento di avere la lucidità e il coraggio di privilegiare l’amore per se stessi, l’amore per l’Italia e per gli italiani, perché diversamente non potremo donare amore al prossimo in modo responsabile e costruttivo. La polemica è stata innescata sabato 4 giugno da Pisapia che ha accusato Formigoni di non essersi finora occupato della questione degli immigrati in fuga dalla sponda meridionale del Mediterraneo e di avere «abdicato al ruolo di regia politica della gestione di questa emergenza». «Milano – ha precisato Pisapia – deve tornare ad essere la città dell’accoglienza », mentre si faceva ritrarre esultante in compagnia di giovani africani alla festa «Living togheter» al quartiere Corvetto. Questa concezione di Milano la ritroviamo nelle parole di Tettamanzi lo scorso 23 maggio quando parlò della necessità che torni ad essere «Mediolanum che come terra di mezzo è da sempre un crocevia di popoli e quindi anche di fedi cui va garantita libertà di culto come prevede la Costituzione ». Questa Mediolanum di Tettamanzi corrisponde a una visione relativista della vita che culmina nell’abbraccio dell’identità mondialista: «A Milano bisogna riprendere a ragionare non da milanesi o da italiani, ma in termini di mondialità: che va considerata motivo di ricchezza. Non di paura». Che cosa è la mondialità evidenziata in un contesto identitario come distinta e come un superamento del nostro essere milanesi e italiani? È l’adesione a una identità a tal punto plurale dove noi finiamo per non aver più la certezza di chi siamo. Alla radice del conflitto vi è una concezione qualitativamente diversa della persona, della società, dell’umanità e della stessa vita. Per l’asse Pisapia-Tettamanzi il concetto di «accoglienza» si colloca nell’esaltazione ideologica dell’immigrazionismo, ossia nella considerazione comunque positiva dell’arrivo a casa nostra degli immigrati a prescindere da qualsiasi considerazione quantitativa o qualitativa. Così come si inquadra nella prospettiva multiculturalista di Milano e dell’Italia dove noi siamo invitati ad azzerare le nostre radici, i nostri valori, la nostra identità e ci è richiesto di aderire a una nuova civiltà che si realizza con la sommatoria quantitativa delle istanze di tutti coloro che arrivano a casa nostra, piantano la loro tenda e dettano le loro condizioni. Ebbene noi non ci stiamo! Caro Tarquinio noi la pensiamo in modo qualitativamente diverso! Rivendichiamo il diritto-dovere di sostenere a viva voce che è arrivato il momento di rifondare l’Italia affrancandola dalla strategia massonica che ha ispirato l’unità d’Italia attraverso la guerra e la sottomissione dei popoli, riuscendo a scardinare la nostra anima al punto da farci immaginare oggi che sia addirittura positivo concepirci come una landa deserta per trasformarci in terra di occupazione dell’immigrazionismo, dell’europeismo dei banchieri e del mondialismo capital comunista. È arrivato il momento di far primeggiare l’Italia degli italiani occupandoci di noi italiani prima di preoccuparci degli immigrati; di privilegiare l’Europa dell’anima anziché dell’euro; di scegliere il mondo dell’essere, non dell’avere e dell’apparire!

Nuovo attacco del «Giornale» all’arcivescovo di Milanoultima modifica: 2011-06-06T15:26:00+02:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento