L’ecologia umana è una necessità imperativa

L’OSSERVATORE ROMANO, 10.6.11

Il Pontefice a sei nuovi ambasciatori accreditati presso la Santa Sede: responsabilità dell’uomo per evitare disastri sociali e ambientali 

È necessario adottare stili di vita rispettosi dell’ambiente e sostenere la ricerca e lo sfruttamento di energie che salvaguardino il creato e non comportino rischio per l’uomo. Lo ha detto il Papa ai sei nuovi ambasciatori presso la Santa Sede che nella mattina di giovedì 9 giugno hanno presentato le credenziali. Durante l’udienza, svoltasi nella Sala Clementina, il Pontefice ha ricevuto le credenziali da ciascun ambasciatore, alla presenza dell’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, in rappresentanza del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato. Con ogni ambasciatore il Papa ha poi scambiato i testi dei discorsi che tradizionalmente vengono pronunciati durante l’udienza. Infine, rivolgendosi ai diplomatici, ai loro collaboratori e ai familiari, ha pronunciato il seguente discorso. Questa una nostra traduzione in italiano del discorso del Papa. 

Signora e Signori Ambasciatori, È con gioia che vi ricevo questa mattina nel Palazzo Apostolico per la presentazione delle Lettere che vi accreditano come Ambasciatori Straordinari e Plenipotenziari dei vostri rispettivi Paesi presso la Santa Sede: Moldova, Guinea Equatoriale, Belize, Repubblica Araba di Siria, Ghana e Nuova Zelanda. Vi ringrazio per le cortesi parole che mi avete rivolto da parte dei vostri rispettivi Capi di Stato. Vogliate trasmettere loro in cambio i miei deferenti saluti e miei voti rispettosi per la loro persona e per l’alta missione che svolgono al servizio del loro Paese e del loro popolo. Desidero anche salutare attraverso di voi tutte le autorità civili e religiose delle vostre nazioni, come pure tutti i vostri concittadini. Le mie preghiere e i miei pensieri si rivolgono naturalmente anche alle comunità cattoliche presenti nei vostri Paesi. Poiché ho l’opportunità di incontrare ciascuno di voi singolarmente, desidero ora parlare in maniera più generale. I primi sei mesi di quest’anno sono stati caratterizzati da innumerevoli tragedie che hanno riguardato la natura, la tecnica e i popoli. L’entità di tali catastrofi ci interpella. È l’uomo che viene per primo, ed è bene ricordarlo. L’uomo, al quale Dio ha affidato la buona gestione della natura, non può essere dominato dalla tecnica e divenirne il soggetto. Una tale presa di coscienza deve portare gli Stati a riflettere insieme sul futuro a breve termine del pianeta, di fronte alle loro responsabilità verso la nostra vita e le tecnologie.

L’ecologia umana è una necessità imperativa. Adottare in ogni circostanza un modo di vivere rispettoso dell’ambiente e sostenere la ricerca e lo sfruttamento di energie adeguate che salvaguardino il patrimonio del creato e non comportino pericolo per l’uomo devono essere priorità politiche ed economiche. In questo senso, appare necessario rivedere totalmente il nostro approccio alla natura. Essa non è soltanto uno spazio sfruttabile o ludico. È il luogo in cui nasce l’uomo, la sua «casa», in qualche modo. Essa è fondamentale per noi. Il cambiamento di mentalità in questo ambito, anzi gli obblighi che ciò comporta, deve permettere di giungere rapidamente a un’arte di vivere insieme che rispetti l’alleanza tra l’uomo e la natura, senza la quale la famiglia umana rischia di scomparire. Occorre quindi compiere una riflessione seria e proporre soluzioni precise e sostenibili. Tutti i governanti devono impegnarsi a proteggere la natura e ad aiutarla a svolgere il suo ruolo essenziale per la sopravvivenza dell’umanità. Le Nazioni Unite mi sembrano essere il quadro naturale per una tale riflessione, che non dovrà essere offuscata da interessi politici ed economici ciecamente di parte, così da privilegiare la solidarietà rispetto all’interesse particolare. Occorre inoltre interrogarsi sul giusto posto che deve occupare la tecnica. I prodigi di cui è capace vanno di pari passo con disastri sociali ed ecologici. Estendendo l’aspetto relazionale del lavoro al pianeta, la tecnica imprime alla globalizzazione un ritmo particolarmente accelerato. Ora, il fondamento del dinamismo del progresso corrisponde all’uomo che lavora e non alla tecnica, che non è altro che una creazione umana. Puntare tutto su di essa o credere che sia l’agente esclusivo del progresso o della felicità comporta una reificazione dell’uomo, che sfocia nell’accecamento e nell’infelicità quando quest’ultimo le attribuisce e le delega poteri che essa non ha. Basta constatare i «danni» del progresso e i pericoli che una tecnica onnipotente e in ultimo non controllata fa correre all’umanità. La tecnica che domina l’uomo lo priva della sua umanità. L’orgoglio che essa genera ha fatto sorgere nelle nostre società un economismo intrattabile e un certo edonismo, che determina i comportamenti in modo soggettivo ed egoistico. L’affievolirsi del primato dell’umano comporta uno smarrimento esistenziale e una perdita del senso della vita. Infatti, la visione dell’uomo e delle cose senza riferimento alla trascendenza sradica l’uomo dalla terra e, fondamentalmente, ne impoverisce l’identità stessa. È dunque urgente arrivare a coniugare la tecnica con una forte dimensione etica, poiché la capacità che ha l’uomo di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo per mezzo del suo lavoro, si compie sempre a partire dal primo dono originale delle cose fatto da Dio (Giovanni Paolo II, Centesimus annus n. 37). La tecnica deve aiutare la natura a sbocciare secondo la volontà del Creatore. Lavorando in questo modo, il ricercatore e lo scienziato aderiscono al disegno di Dio, che ha voluto che l’uomo sia il culmine e il gestore della creazione. Le soluzioni basate su questo fondamento proteggeranno la vita dell’uomo e la sua vulnerabilità, come pure i diritti delle generazioni presenti e future. E l’umanità potrà continuare a beneficiare dei progressi che l’uomo, per mezzo della sua intelligenza, riesce a realizzare. Consapevoli del rischio che corre l’umanità dinanzi a una tecnica vista come una «risposta» più efficiente del volontarismo politico o dello sforzo paziente educativo per civilizzare i costumi, i Governi devono promuovere un umanesimo rispettoso della dimensione spirituale e religiosa dell’uomo. Infatti, la dignità della persona umana non cambia con il fluttuare delle opinioni. Il rispetto della sua aspirazione alla giustizia e alla pace consente la costruzione di una società che promuove se stessa quando sostiene la famiglia o quando rifiuta, per esempio, il primato esclusivo delle finanze. Un Paese vive della pienezza della vita dei cittadini che lo compongono, essendo ognuno consapevole delle proprie responsabilità e potendo far valere le proprie convinzioni. Inoltre, la tensione naturale verso il vero e verso il bene è fonte di un dinamismo che genera la volontà di collaborare per realizzare il bene comune. Così, la vita sociale può arricchirsi costantemente, integrando la diversità culturale e religiosa attraverso la condivisione di valori, fonte di fraternità e di comunione. Dovendo considerare la vita in società anzitutto come una realtà di ordine spirituale, i responsabili politici hanno la missione di guidare i popoli verso l’armonia umana e verso la saggezza tanto auspicate, che devono culminare nella libertà religiosa, volto autentico della pace. Mentre iniziate la vostra missione presso la Santa Sede, desidero assicurarvi, Eccellenze, che troverete sempre presso i miei collaboratori l’ascolto attento e l’aiuto di cui potrete avere bisogno. Su di voi, sulle vostre famiglie, sui membri delle vostre Missioni diplomatiche e su tutte le nazioni che rappresentate invoco l’abbondanza delle Benedizioni divine.

CORRIERE DELLA SERA

Pag 9 Il Papa e l’energia: pulita e senza pericoli. Si pensi a Fukushima di Gian Guido Vecchi

Missionari e suore in piazze per l’acqua

 

Città del Vaticano – «Il primo semestre di quest’anno è stato segnato da innumerevoli tragedie che hanno colpito la natura, la tecnica e i popoli». Il riferimento, in particolare, alla catastrofe nucleare di Fukushima appare trasparente. «La vastità di tali catastrofi ci interpella. È l’uomo che viene per primo, è bene ricordarlo», mormora Benedetto XVI. Prima di scandire una frase che, specie a tre giorni dal referendum sull’energia nucleare, non poteva passare inosservata: «Adottare uno stile di vita rispettoso dell’ambiente e sostenere la ricerca e lo sfruttamento di energie pulite che salvaguardino il patrimonio della creazione e siano senza pericolo per l’uomo, devono essere priorità politiche ed economiche». Energie «pulite» e «senza pericolo» per l’uomo. Il Papa ne parla nel saluto a sei nuovi ambasciatori e riprende il tema della «responsabilità per il creato» già affrontato nell’enciclica Caritas in veritate, quell’ «ecologia umana» per la quale, scriveva, la Chiesa «deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti» ma «deve proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di se stesso». Così ora scandisce: «Appare necessario rivedere totalmente il nostro approccio alla natura», ci vuole un «cambiamento di mentalità» per «giungere rapidamente a un’arte di vivere insieme che rispetti l’alleanza tra l’uomo e la natura, senza la quale la famiglia umana rischia di scomparire». Perché «l’uomo, al quale Dio ha affidato la gestione della natura, non può essere dominato dalla tecnologia e diventare suo oggetto». Una consapevolezza che «deve indurre gli Stati a riflettere insieme sul futuro a breve termine del pianeta, sulle loro responsabilità per quanto riguarda la nostra vita e la tecnologia. L’ecologia umana è un imperativo». Perciò, prosegue Benedetto XVI, «tutti i governi devono impegnarsi a proteggere la natura e aiutarla a svolgere il suo ruolo essenziale nella sopravvivenza dell’umanità». E non basta: «Le Nazioni Unite sembrano essere la sede naturale per una simile riflessione, che non deve essere oscurata da interessi politici ed economici ciecamente partigiani, allo scopo di privilegiare la solidarietà al di là dell’interesse particolare». Il discorso del pontefice risale ai fondamenti: «Occorre interrogarsi sul giusto posto che deve occupare la tecnica. I prodigi di cui è capace vanno di pari passo con disastri sociali ed ecologici», avverte. Lo stesso progresso «corrisponde all’uomo che lavora e non alla tecnica», la quale «non è altro che una creazione umana». Puntare «tutto sulla tecnica», o credere che sia «l’agente esclusivo del progresso o della felicità» porta ad «una reificazione dell’uomo che sfocia nell’accecamento e nell’infelicità». Del resto, «basta constatare i danni del progresso e i pericoli che una tecnica onnipotente e in ultimo non controllata fa correre all’umanità». Parole elogiate dallo stesso ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo: «Un appello da condividere fino in fondo. All’indomani dell’incidente di Fukushima, bisogna ricercare soluzioni sostenibili e in grado di fornire alle comunità l’energia di cui hanno bisogno». Ieri mattina, intanto, 150 religiose e religiosi, guidati da padre Alex Zanotelli, hanno manifestato a San Pietro a difesa dell’acqua (pubblica) come «bene non negoziabile»: ma non è stato loro permesso si esporre lo striscione con scritto «Signore aiutaci a salvare l’acqua».

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Se l’apocalisse nucleare fa paura anche al Papa di Giancarlo Zizola

 

È revisionista sulla tecnologia prometeica della modernità, vorrebbe modi di vita e visioni politiche ancorate al primato dello spirito, per liberarci dalla dittatura tecnologica e guidare i popoli “verso l´armonia umana e la saggezza”. Ma è proprio dal cuore del suo spiritualismo conservatore che Papa Ratzinger recupera le risorse critiche per reclamare dalla politica più rispetto per il “patrimonio della creazione” e raccomandare che “si sostenga la ricerca e lo sfruttamento di energie pulite che sono senza pericolo per l´uomo”. Sono state le catastrofi, tra cui quella di Fukushima, a indurre il Papa a questo appello. “Esse ci interrogano” ha detto. E propone: “Si verifica la necessità di rivedere totalmente il nostro approccio alla natura”. Doveva essere un´udienza di routine per le credenziali di alcuni nuovi ambasciatori. Inaspettatamente è divenuta l´occasione per una riflessione del Papa sulle catastrofi che nell´ultimo semestre hanno segnato “la natura, la tecnica e i popoli”. Sono i temi che incrociano da anni le ansietà intellettuali di questo pontefice. E il linguaggio diplomatico del testo filtrato in segreteria di stato è cambiato. La gravitazione teologica porterebbe normalmente la parola del Papa a volare alto, come quando ha parlato con gli astronauti in diretta cosmica. Ma ci sono occasioni in cui anch´egli si ricorda che la preghiera deve tenere i piedi per terra. Una terra in pericolo. È interessante notare che il monito di Ratzinger evita gli approcci apocalittici di una certa cultura di destra che spiegava lo tsunami in Giappone come “un castigo di Dio”. Il Papa preferisce chiamare la comunità internazionale alla corresponsabilità nella “governance” del pianeta. Senza entrare nei risvolti tecnici, egli incoraggia l´esigenza planetaria di proteggere l´ambiente dall´inquinamento, dal declino della biodiversità e dagli effetti climatici legati all´effetto serra. Soprattutto emerge la sua opzione per le energie pulite, alle quali riconosce la prerogativa di non mettere in pericolo l´integrità della natura e la sopravvivenza dell´uomo sul pianeta. Le catastrofi, secondo Benedetto XVI, devono diventare strumenti di discernimento e di nuova progettualità politica, di una revisione radicale del modello di sviluppo e di nuovi stili di vita. Già nel messaggio per la Giornata della Pace del 2010 dedicato alle questioni critiche ambientali, Ratzinger aveva individuato il nodo delle risorse energetiche e auspicato un accordo internazionale su “strategie condivise e sostenibili per soddisfare i bisogni di energia della presente generazione e di quelle future”. In questa prospettiva il messaggio aveva fatto appello alle società sviluppate per “favorire comportamenti improntati alla sobrietà, diminuendo il proprio fabbisogno di energia e migliorando le condizioni del suo utilizzo”. Ma insieme aveva incoraggiato la ricerca e la applicazione di energie di minore impatto ambientale e la redistribuzione planetaria delle risorse energetiche “in modo che anche i Paesi che ne sono privi possano accedervi”. E´ anche notevole che la sua lettura dei “segni dei tempi” di questo semestre non si sia fatta condizionare, nella sua urgenza universale, dalla vigilia referendaria in Italia. Del resto, il mondo cattolico italiano ha moltiplicato le preoccupazioni ecologiche papali in una galassia di segnali popolari concordi, come raramente si era verificato, – dalla Cei ai settimanali diocesani, dall´Azione Cattolica a Pax Christi, dai gesuiti ai comboniani, sull´adesione ai “sì” dei referendum di domenica. A mettere severamente in discussione la questione delle opzioni nucleari è stata “Etudes“, la rivista dei gesuiti francesi. In un editoriale la rivista rovescia gli stereotipi sulla sicurezza delle centrali nucleari e critica il piano governativo francese del 1974, varato “senza alcuna discussione preliminare, in una atmosfera di segreto senza che nemmeno i parlamentari abbiano potuto votare il progetto”. Con Fukushima ancora una volta, in 25 anni, l´evento dato per “altamente improbabile” è successo, così che la probabilità di una volta su un milione “ha degli effetti assolutamente catastrofici”. “Bisogna misurare gli effetti di ciò che è altamente improbabile, dice Etudes. La nostra umanità può prendere dei rischi simili? A quali condizioni?”. Anche per Benedetto XVI è su una scelta politica che planano i dubbi apocalittici che Fukushima ha fatto riemergere. L´opzione nucleare non ha carattere inevitabile, e tocca alla politica farla uscire dall´ineluttabile, se vuol essere al servizio del bene comune. Vi è un ritorno ai valori della Terra che può procurarle la salvezza, pensa il Papa. Vi è una paura altruistica, che si basa sulla questione posta da Hans Jonas: cosa capiterà all´umanità futura se non ci prendiamo cura di lei? E´ chiaro che la critica di Ratzinger all´eccesso tecnologico scommette sulla conversione moderna a una tecnologia buona, equamente condivisa, anche perché un ritorno indietro a una arcadia idilliaca ove vivere in armonia con la natura, in totale rottura con la tecnica moderna, non sarebbe verosimile. E persino il bunker antiatomico scavato nella roccia sotto l´oasi dei giardini vaticani sarebbe superfluo. La partita è politica, e in politica si gioca anche il rapporto con la Creazione. Per questo la svolta ecologica nella Chiesa non è solo teologica, reclama scelte e culture politiche di cambiamento. In effetti è il ceto politico degli Stati l´interlocutore dell´intervento del Papa. “Una riflessione seria – dice Ratzinger – deve essere condotta e delle soluzioni precise e fattibili vanno proposte. L´insieme dei governanti deve impegnarsi a proteggere la natura e aiutarla ad assolvere al suo ruolo essenziale per la sopravvivenza dell´umanità”. Il quadro istituzionale pertinente per lo sviluppo di queste proposte è indicato dal Papa nelle Nazioni Unite, anche per ovviare al rischio che tale riflessione venga “oscurata – ha detto – da interessi politici ed economici ciecamente partigiani, al fine di privilegiare la solidarietà sull´interesse particolare”.

 

LA STAMPA

La morale naturale di un Papa fuori dagli schemi di Andrea Tornielli

 

Le parole pronunciate ieri mattina da Benedetto XVI sulla necessità per l’uomo di adottare uno stile di vita che salvaguardi l’ambiente, sostenendo la ricerca di energie pulite, rispettose «della creazione e innocue per gli esseri umani», sono state accolte con grande favore da molti ambienti, anche a motivo dell’imminente scadenza referendaria sul nucleare. Ratzinger si rivolgeva ai nuovi ambasciatori di Moldova, Guinea Equatoriale, Belize, Siria, Ghana e Nuova Zelanda, ma le sue parole non rappresentano certo una novità, dato che più volte il Papa ha affrontato l’argomento della salvaguardia del creato e dell’urgenza per l’uomo di non farsi dominare dalla tecnologia. Tema peraltro attualissimo dopo quanto è accaduto in Giappone. Domenica scorsa, da Zagabria, di fronte ai fedeli croati, il Pontefice aveva parlato della famiglia, indicando l’importanza della «qualità delle relazioni con le persone, e i valori umani più profondi», e l’insegnamento cristiano su matrimonio e sessualità. Non aveva pronunciato condanne o anatemi, ma soltanto proposto, anzi, riproposto, il messaggio evangelico. Provocando reazioni e sollevando critiche piuttosto forti, anche a motivo dell’abitudine italiana di leggere le parole del Pontefice sempre e comunque legate alle nostre beghe politiche. Ma al di là delle critiche di ieri al Papa che invitava i fedeli cattolici a non scegliere le convivenze come modello per la realizzazione della propria vita affettiva, e al di là degli osanna di oggi al Papa ecologista che parla di energia pulita, ciò che emerge ancora una volta è la complessità della figura di Benedetto XVI. Un Papa non richiudibile all’interno degli schemi o delle etichette di tradizionalista-progressista. Un Papa che tiene insieme con un unico filo rosso il discorso di domenica sulla famiglia e quello «ecologico» di ieri, nel segno del rispetto dell’ordine della creazione. Ratzinger considera il degrado dell’ambiente come una delle conseguenze implicite della scristianizzazione e della perdita di coscienza dell’aspetto cosmologico della fede, mostrando in questo una sensibilità molto vicina a quella delle Chiese ortodosse. Quando parla di famiglia, come quando parla di ambiente, lo fa sulla base della morale naturale, in dialogo con tutti, cosciente che per la sopravvivenza dell’umanità è necessario coniugare «la tecnologia con una forte dimensione etica», e uno stile di vita sobrio «che rispetti l’alleanza tra uomo e natura».

 

 

L’ecologia umana è una necessità imperativaultima modifica: 2011-06-10T15:35:47+02:00da borgosotto
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